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Sono passati due anni da quando tutto è cambiato.

Ormai ne ho diciannove, e non ho più un posto dove stare.

Toby Rogers non esiste più, ormai sono solo il noto killer Ticci-Toby.

Odio che mi chiamino così, questo nome mi ricorda dolorosamente il periodo in cui ancora andavo a scuola.

Quegli anni infernali in cui tutti mi prendevano in giro per la mia sindrome, nei quali nemmeno il conforto della mia famiglia poteva sollevarmi il morale.

Non mi è rimasto niente. Niente.

Mio padre era un bastardo, picchiava me e il resto della mia famiglia, ma ci ho pensato io a sistemarlo.

Lyra, mia sorella maggiore, è morta in un incidente d'auto. Lei era tutto il buono presente nella mia vecchia vita.

Non sento più mia madre da quando è successo tutto. Si dev'essere trasferita da mia zia Lori, sua sorella.

Penso spesso a cosa mi direbbe se mi vedesse ora.

Probabilmente adesso è in quel salotto color salmone a prendere una tazza di thè al limone, ignorando completamente la mia esistenza.

Ora non ho più nessuno. Non ho più nulla.

La mia residenza è la foresta al limitare della città.

Molto spesso mi siedo su uno dei robusti rami di queste querce e mi soffermo a guardare da lontano le luci e i colori della cittadina di notte.

E' uno spettacolo magnifico.

Ogni volta che vedo i fari delle auto metallizzate che illuminano le tenebre notturne, mi ricordo di Lyra.

Non posso farci niente... tutto mi ricorda lei e il suo maledettissimo incidente.

I miei occhi castani si posano sul tappeto di foglie secche, che ricoprono la terra umida come una coperta autunnale.

Le sento scricchiolare, poi lo vedo.

E' lui.

L'uomo che mi ha ridato una vita.

Mi ha dato la forza in cambio della mia libertà, è questo il nostro patto.

Ne porto ancora il segno.

E' una cicatrice scura all'altezza della scapola destra, sembra quasi un tatuaggio; un piccolo cerchio con una "x" sopra.

Adesso non fa più male, ma all'inizio era insopportabile...

ma ne è valsa la pena.

Ora sono potente, sono invincibile, sono finalmente Ticci-Toby a tutti gli effetti...


Era una fresca giornata autunnale.

I grandi occhi celesti di Ottis, ragazzino di appena otto anni, scrutavano attenti la piccola sagoma di sua sorella minore, che era intenta a giocare con un aeroplanino in plastica, seduta sul tappeto del soggiorno di casa loro.

La bambina, Janice, faceva muovere la manina paffuta in aria, sorreggendo il giocattolo rosso e giallo, facendogli mimare un volo con l'ausilio della voce.

"Vruuuum! Vruuum! Nieeeh..." le onomatopee uscivano decise dalle sue piccole labbra rosee, coperte in parte dalla lingua, che dimostrava appieno tutta la concentrazione della piccola.

Ottis la guardava attento, sorridendo felice.

I capelli castani gli ricadevano mossi ai lati della testa, lievemente scompigliati dallo spiffero d'aria fresca che si intrufolava nella stanza tramite la finestrella socchiusa dalle imposte bianche.

Janice e Ottis si assomigliavano davvero molto, la loro madre non faceva altro che ripeterselo.

La donna li guardava attraverso lo spiraglio della porta di legno della cucina, intenta a lavare i piatti nel lavandino metallizzato.

Le goccioline d'acqua scivolavano silenziosamente sulla superficie liscia, per poi tuffarsi nel mare di bollicine nel lavabo.

Entrambi erano dotati di una creatività straordinaria, ed erano legati tra loro da un magnifico rapporto fraterno.

Molto spesso preferivano addirittura passare insieme delle ore a passeggiare nel parco vicino a casa, piuttosto che andare a casa dei propri amici.

La madre non poteva essere più orgogliosa di loro.

Erano i figli che chiunque desidererebbe.

Ottis aveva l'abitudine di difendere la sorellina, quando questa era in difficoltà.

Quando per esempio un bambino faceva il prepotente con lei e le rubava i giocattoli, lui era sempre lì, parato davanti a lei con le braccia aperte, come per proteggerla.

Nonostante Janice avesse solo due anni in meno rispetto al fratello, lo vedeva quasi come un adulto.

Per lei, Ottis era il suo punto fermo e la sua ancora di salvezza.

Ogni volta che il bambino faceva qualcosa per lei, lo abbracciava stringendolo forte a sé con un sorriso a trentadue denti, di quelli che solo i bimbi sanno fare.


Qualche giorno dopo, Janice e Ottis erano seduti sui lettini di camera loro.

Dormivano insieme, erano praticamente inseparabili.

Il letto della bimba era posizionato proprio sotto la finestra, ricoperto da federe rosa e da un piumone giallo acceso.

Quello blu del fratello, invece, si trovava direttamente sulla destra della porta d'ingresso della cameretta.

La finestra era grande, spesso Janice si affacciava poggiando le sue piccole manine sul davanzale, ammirando il marciapiede di fronte. A lei sembrava uno spettacolo magnifico, anche se in realtà non c'era molto da vedere.

Il palazzo dava direttamente sulla strada, e loro abitavano al secondo piano.

Direttamente davanti a questo, c'era un piccolo baretto di periferia, il "Sugar Maple", particolarmente frequentato negli orari notturni.

I due bambini amavano stare affacciati a quel davanzale di marmo bianco a guardare il brulicare della vita di notte.

I lampioni si accendevano magicamente come fiammelle, la gente cominciava a passare per i marciapiedi vestita con i propri vestiti migliori, spesso appariscenti, con lustrini e paillette.

Janice parlottava tra sé e sé, muovendo sulle coperte gialle una delle sue bambole preferite.

Suo fratello, era invece intento a disegnare un robot dalle forme squadrate in un foglio da disegno, tenendo il pastello verde ben stretto tra le piccole dita mano.

Ad un tratto gli venne in mente un'idea.

"Ehi, Janice!", squillò con voce allegra alla sorellina, che alzò gli occhi dalla bambola, continuando però a pettinarle i capelli di plastica biondi.

"Che ne diresti di andare giù al parco e di fare una caccia al tesoro?" esclamò Ottis con entusiasmo.

Gli occhi chiari della bambina si illuminarono.

"Si! Sarebbe bellissimo! Chiediamo alla mamma..." rispose lei, già in piedi.

La madre acconsentì, sapendo che il parco sotto casa era un luogo sicuro.

Era inoltre sorvegliato da molte delle madri dei loro compagni di scuola, quindi la donna era tranquilla e gli diede subito il permesso di andarvi.


"Ottis, aspettami!" esclamò la bambina, scendendo di corsa le scale del palazzo.

Il fratello era parecchio avanti a lei, essendo il più veloce e il più grande dei i due.

I piedini di Janice sbattevano rapidamente sugli scalini di marmo chiaro, producendo un forte rumore.

Il bimbo era già arrivato al portone d'ingresso, ultimo ostacolo che li separava dall'esterno dell'abitazione; lì si fermò ad aspettare la sorellina, aprendo la porta al suo arrivo, come un qualunque cavaliere che si rispetti farebbe per una damigella.

Il vestitino a fiori arancioni di Janice svolazzò sottoposto all'aria che soffiava nella strada, così come le sue trecce castane, leggermente più chiare rispetto ai capelli del fratello.

Il parco non distava molto dal loro palazzo, era subito sulla destra, i due bambini avrebbero dovuto camminare solo qualche minuto per arrivarci.

"Guarda, Ottis! Una macchina bianca!" la voce della sorellina era squillante e piena di energia, e il suo ditino indicava una Volkswagen Maggiolino, che sfrecciava veloce sulla strada.

Il bambino guardò l'auto meravigliato.

Quando erano molto piccini infatti, con il padre facevano spesso il gioco di trovare le macchine bianche, dato che erano una rarità nel loro quartiere.

Ora il papà era andato via di casa da molto tempo, non era stato più lo stesso da quando era morto suo fratello.

La mamma aveva detto ai due bambini che era andato in viaggio per un po', ma che sarebbe tornato.

Janice nella sua ingenuità aveva accettato la spiegazione di buon grado, ma Ottis sapeva che l'uomo non si sarebbe fatto più vedere a casa.


Arrivati finalmente al parco, i due bimbi corsero sull'erbetta smeraldina, leggermente umida.

I ciuffi verdi solleticavano piacevolmente le gambe nude della sorellina, coperta solo dal vestitino lungo fino a poco sopra le ginocchia.

L'autunno era però appena iniziato, quindi l'aria era ancora calda, reduce dall'afosa stagione precedente.

Anche Ottis veniva solleticato dall'erba, avendo i pantaloni corti.

"Ehi, Janice. Che ne dici di fare qui la caccia al tesoro?" le propose lui, con il suo consueto tono amichevole.

La sorellina lo guardò con i suoi meravigliosi occhi celesti e annuì energicamente con un segno del capo, facendo un verso d'assenso.

Presero dal piccolo secchiello rosso che si erano portati dietro dei piccoli biglietti di carta, spargendoli per il parco.

Ottis li avrebbe scritti e la bambina avrebbe dovuto trovarli, perciò questa stette ad aspettare seduta sull'altalena, molleggiando lentamente.

La catena di ferro cigolava ad ogni movimento del sellino, producendo uno stridente rumore metallico, che però andava perso nel rombo del vento, che si stava alzando sempre di più.

Janice e Ottis erano sempre stati ubbidienti. Quando la loro madre gli diceva di non fare qualcosa, non la facevano mai.

Come per esempio, non toccare le prese di corrente elettrica, oppure non avvicinarsi alla foresta di fronte al parco, o non aprire il frigorifero senza le scarpe.

Ma quel giorno, la curiosità della piccola ebbe la meglio.

La foresta di querce la guardava in tutta la sua magnificenza. La chiamava, con il suo odore di muschio bagnato e la fragranza delle foglie ancora umide dalla pioggia del giorno prima.

La bimba si alzò cautamente dall'altalena, osservando brevemente la posizione del fratello.

Era intento a sistemare un biglietto in uno degli scivoli, parecchio distante da lei.

Mosse qualche passo incerto verso l'insieme di alberi. Poi si fermò.

"Mamma non vorrebbe che ci andassi..."

Pensò, sentendosi subito in colpa.

"Però se vado e torno subito, non lo saprà mai..."

Gli occhi le brillarono di felicità. Finalmente avrebbe potuto esplorare la foresta, un'attrazione che le era sempre stata proibita, ma che la affascinava incredibilmente da che era molto piccola.

Le scarpette bianche si mossero quasi da sole verso gli alberi.

L'aria era sempre più forte, e i suoi passi si perdevano nel vento autunnale.

Vedeva le querce farsi sempre più vicine... mancava pochissimo...


Ottis si girò verso l'altalena.

"Janice! Ho finito..." esclamò, ma non vedendo più sua sorella la voce calò di colpo.

I suoi grandi occhi vagavano disperatamente per il parco, ma di sua sorella nessuna traccia.

Perse qualche battito cardiaco.

Il ritmo del suo cuore divenne da lento e regolare a estremamente veloce.

"Che sia andata nella foresta?! Devo dirlo a qualcuno..."

Realizzò ad un tratto Ottis, cercando visivamente un adulto in quella confusione.

Solo in quel momento si accorse che nel parco non c'era quasi nessuno.

Era stato talmente tanto preso dal gioco, che non aveva nemmeno notato di essere quasi completamente solo in quel prato.

Solo una signora sulla sessantina con al guinzaglio un Cocker marrone passava nel marciapiede vicino.

"Devo avvisarla!"

Si impose mentalmente, ma poi ci ripensò.

"Ma... se glielo dico... mamma lo verrà a sapere e ci metterà in punizione! Non potremo più venire al parco!" 

Ad un tratto gli venne un'idea. Sarebbe andato lui a proteggere la sua sorellina, lui l'avrebbe salvata come aveva sempre fatto.

"Janice! Sto arrivando!" urlò, facendo perdere la sua debole voce nel vento.


Arrivò nella foresta col fiatone.

Sebbene non fosse tanto distante dal parco, le gambe di Ottis erano corte, quindi aveva dovuto correre molto, prima di giungere a destinazione.

"Janice... dove sei?!"

Si guardò intorno, non vedendo però altro che foglie secche e querce enormi, che con i loro rami oscuravano come una cupola naturale il cielo limpido.

Ormai si stava facendo sera, non mancava molto al totale sopravvento del buio.

Il sole stava calando, ma ancora si poteva vederlo fare capolino da dietro l'orizzonte, parzialmente coperto dai tronchi dei giganteschi alberi che popolavano il luogo.

Ottis si sentì perso in mezzo al nulla e più correva, più smarriva la strada di ritorno.

Non ne conosceva il motivo, ma nessuno metteva piede in quella foresta. Tutti la evitavano, perfino gli adulti.

La madre non gli aveva mai spiegato il motivo con chiarezza, si limitava a dire che lì c'era molta puzza, e che per questo nessuno voleva andarci.

Al bambino era però sempre sembrata strana, quella spiegazione.

E poi... l'aria non era affatto puzzolente, ora che ci pensava.

C'era un buonissimo aroma di muschio verde, unito a quello della terra umida.

In effetti quello era proprio un bel posto.

L'atmosfera di quella foresta di querce era animata da una strana quiete, che pareva quasi innaturale e palpabile.

Quasi si perse in quei pensieri, ma subito si riscosse, Janice era troppo importante.

"Janice! Janice, dove sei?!" urlò al nulla, continuando a correre veloce sul tappeto di foglie secche.

Nessuna risposta.

Il suo cuore cominciò a battere più veloce, lo sentiva pompare il sangue direttamente nella testa.

Il respiro si faceva sempre più affannato, i polmoni non avrebbero retto ancora per molto quel ritmo, a breve avrebbe dovuto fermarsi.

Un urlo acuto spezzò il silenzio.

"Janice...!"

Ottis cambiò subito traiettoria, dirigendosi alla sua destra, l'origine del rumore.

I capelli castani ondeggiavano nel venticello fresco, il buio stava ormai calando, implacabile.

Correndo, distingueva sempre più chiaramente una piccola sagoma rannicchiata a terra, e un'altra più grande che la sovrastava.

Riconobbe la più minuta: era sua sorella!


La bambina era accovacciata a terra con gli occhi chiusi, le braccia paffute erano portate sul capo, a coprirsi il volto con gli avambracci.

Le piccole dita erano strette tra i sottili capelli castani, la presa era talmente forte da farle male.

Delle lacrime le rigavano il viso, le guance erano rosse dal pianto.

Non voleva vedere il ragazzo davanti a lei.

Era strano... ed era... diverso.

Stringeva due asce, una per mano.

Una di queste aveva il manico in legno visibilmente rovinato e scheggiato, anche la lama era opaca e sbeccata in più punti.

Quella che invece teneva nel pugno destro, era più nuova. L'impugnatura era rivestita da gomma di un arancione acceso e il metallo tagliente era lucido e levigato.

La figura la fissava, alzando lentamente le armi.

Il suo volto era coperto da una sorta di bandana celeste, mentre i suoi occhi totalmente oscurati da un paio di occhialoni dal vetro arancione... attraverso questi, il colore delle iridi non si riusciva a distinguere, anche se probabilmente erano scure.

Indossava una felpa grigia, le cui maniche erano lunghe e presentavano un motivo a strisce leggermente più chiare rispetto al resto del tessuto; i pantaloni erano in jeans scuro, di una misura leggermente più grande rispetto a quelli che avrebbe dovuto portare il ragazzo. I piedi erano riposti dentro delle comunissime scarpe sportive.

Il suo abbigliamento non lasciava scoperto nemmeno un lembo di pelle, solo i capelli arruffati castani fuoriuscivano timidamente da sotto il cappuccio blu. Perfino le mani erano rivestite da dei pesanti guanti neri.

La sagoma del ragazzo era a circa mezzo metro da quella piccola e intimorita di Janice, che tremava di paura.


Ottis esultò mentalmente quando la vide.

La sua felicità si spense però subito, quando si ricordò della presenza del misterioso individuo davanti a lei.

Janice guardò suo fratello tra le lacrime, lasciandosi sfuggire un singhiozzo.

Il bimbo si parò davanti a lei, con le braccia aperte.

Aveva paura, ma ad ogni costo avrebbe protetto la sua sorellina.

"N-non... non ti avvicinare! Altrimenti... io..." balbettò, cercando di essere convincente.

Il ragazzo davanti a lui fece qualche passo avanti.

Ottis voleva farsi valere, ma la voce gli morì in gola quando vide che le asce si stavano pericolosamente alzando in aria, pronte a fendere qualunque cosa si trovasse nella loro traiettoria.


Janice chiuse gli occhi.

Non aveva il coraggio di guardare il volto del ragazzo con le armi.

La sua vocetta uscì flebile e rotta dal pianto, diretta a suo fratello, che continuava a difenderla col proprio esile corpicino.

"Grazie, Ottis... grazie! Mi hai sempre protetta... ti voglio b-" la frase si interruppe.

Aveva sentito un tonfo, seguito da un rumore d'acqua.

La bambina strizzò gli occhi, senza aprirli.

Aveva improvvisamente la faccia bagnata.

Il liquido era abbastanza viscoso, e le colava dal viso fino al vestito, completamente fradicio.

Piano, le palpebre rivelarono i suoi occhi limpidi, e con loro anche ciò che era successo.

Il corpo di Ottis giaceva a terra, poco distante da lei.

Era coricato sul fianco destro, le braccia scomposte e le mani esercitavano una presa nulla nel tappeto di foglie dalle tonalità calde.

Suo fratello... aveva la gola tranciata.

La testa era ancora attaccata al collo, ma solamente da un sottilissimo filo di carne rossa.

Una pozza di sangue si stava allargando a vista d'occhio sotto di lui e la pelle diventava sempre più pallida.

Lo squarcio nella gola era estremamente profondo, tanto da lasciar intravedere il terreno dall'altra parte della pelle.

I vestiti del bambino erano ormai quasi interamente chiazzati di rosso, le cui gocce tingevano anche le scarpe.

"Ot-tis...? Ottis?!" urlò Janice, scuotendo con le manine il corpo di suo fratello, imbrattandosi ulteriormente di plasma.

Le lacrime ripresero a colarle lungo il viso, mescolandosi con il liquido scarlatto sotto di lei.

Suo fratello... era morto proteggendola... e quel mostro l'aveva ucciso...

"Alzati, Ottis! Lo so che è un gioco... dai, non è divertente..." la voce era completamente rotta dal pianto, mentre le parole andavano confondendosi con i mugolii e i gemiti di tristezza.

Non poteva crederci. Non voleva crederci.


Il ragazzo le tese una mano, passandosi l'ascia nell'altra.

Janice lo guardò confusa, in preda ai singulti.

Con incertezza, fissò le lenti arancioni dei suoi occhiali... per poco non intravide i suoi veri occhi...

le sembrava... rassicurante.

Afferrò con la manina paffuta il guanto nero dell'individuo, sentendo il cuoio raschiarle la pelle delicata del palmo.

Aveva una presa ferrea...

"Come ti chiami?" Janice non sapeva il motivo di quella domanda, le parole le erano uscite di bocca contro la sua volontà.

Pian piano la sua tristezza andava svanendo... cominciò a non ricordarsi più il motivo delle sue lacrime.

Il ragazzo incappucciato la guardò, o almeno così le parve.

"Toby... Ticci-Toby..." la voce era venuta fuori un po' strana, non sembrava il tono di un umano, era... diverso.

Toby...

Il killer fece cenno di seguirla.

Gli occhi di Janice perdevano man mano lucidità, diventando sempre più scuri e opachi.

Tenendo la mano del ragazzo, la bimba continuava a camminare, dimenticandosi tutto.

Pian piano le querce si aprivano davanti a lei, lo spazio si faceva sempre più ampio, fino a diventare una landa desolata.

All'orizzonte c'era una figura altissima ed estremamente smilza.

Non sembrava un umano... aveva le peculiarità di un uomo, ma non lo era.

Era totalmente nero, ma il suo volto era bianco...

Ticci-Toby le lasciò andare la manina.

In compenso, l'essere snello avvicinò la sua.

Janice si sentì travolgere da una forza invisibile, che la costrinse a stringere la presa della creatura senza volto.

Tutto si fece improvvisamente nero...

Racconto appartenente a EFP

Ticci toby wallpaper by bowserotta21-d71lzsm.jpg

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