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Abigail si svegliò nel buio della sua stanza.

Non sapeva bene il perché, ma il cuore le batteva all'impazzata, l'adrenalina le pompava in tutto il corpo, come qualcosa avesse attirato nei suoi muscoli la reazione "combattere o fuggire". 

Batté le palpebre nell'oscurità e lasciò che gli occhi si abituassero.

La luna era abbastanza alta nel cielo da effondere nella stanza un chiarore argenteo e spettrale. Abigail riusciva a distinguere le forme familiari dei mobili. Il suo gatto soriano si allungava e stiracchiava il lungo corpo lucente, gli artigli conficcati nel copriletto. Zampettò fino a lei, gli occhi gialli che brillavano la luce riflessa. "Ehi, cosa c'è?", bisbigliò a Ben e allungò una mano per carezzargli la morbida testolina triangolare e premergli l'orecchio con il pollice, piegandolo e sfregandolo. Il gatto spinse il muso in avanti e iniziò a fare le fusa.  


Toc.   


Abigail ebbe un sussulto. Il gatto sibilò, le zanne bianche brillavano nella luce della luna, e balzò giù dal letto. Qualcosa di piccolo e duro aveva colpito la finestra. 

Non si trattava dell'ultima eco di un sogno, di una fantasia. Qualcosa aveva colpito davvero il vetro della finestra, il quale era celato da due lunghe tende bianche con un motivo a fiori. Abigail si alzò dal letto e spostò le tende. Un soffio improvviso di vento scosse i rami all'esterno facendoli fremere. Abigail non riusciva a scacciare dalla mente l'immagine delle lunghe dita nodose degli alberi che sfregavano contro il vetro.  


Toc. Toc.   


Era ancora quel rumore. Realizzò in quell'istante che non proveniva dall'esterno, ma dall'interno della sua stanza. Abigail si voltò indietro. L'ansia che stava iniziando a crescere ogni secondo che passava. I suoi occhi azzurri si fermarono su una sagoma nera. Un sorriso dorato nel buio e due occhi che parevano due tizzoni ardenti, la stavano fissando.

Rimase in silenzio. Il suo sguardo era incollato su quella oscura figura, che aveva iniziato a farsi strada verso di lei. I freddi raggi della luna illuminarono il suo volto grigio, risaltando i suoi lineamenti mefistofelici. Era venuto per lei. Ne era sicura.

Non erano servite parole o promesse per inculcarle nella mente quel pensiero. Era così. Una amara verità che aveva realizzato l'altro giorno, quando lo aveva visto per la seconda volta a scuola mentre la fissava di sottecchi dall'angolo della classe. Nessuno si era mai accorto della sua presenza. Era come se lei fosse l'unica a vederlo. Il Burattinaio. Lo aveva chiamato così.

Non le aveva mai parlato. Non aveva mai sentito la sua voce. Non sapeva neanche se fosse capace di parlare. Era come se qualcosa, nei reconditi recessi della sua mente le avesse fatto pensare a quel nome.

Questa volta si era presentato con una graziosa bambola di finissima porcellana. Aveva un abito bianco, una cascata di delicati e soffici boccoli biondi di paglia e due grandi occhi di colore blu zaffiro. La bocca di quella bambola sembrava un petalo di rosa. Le sue braccia erano smisuratamente lunghe, quasi parevano sproporzionate con il resto del suo corpo. Le gambe erano nascoste dalla gonna del vestito di seta e di velluto. 

Il burattinaio depositò la bambola sul letto. Abigail continuò a fissarlo. Troppi pensieri le stavano affollando la mente, mandando inevitabilmente il suo cervello in tilt. Non riusciva ad elaborare quella situazione così surreale. Cosa stava succedendo?

Il Burattinaio si mosse verso di lei. Non sembrava neanche che stesse camminando, ma piuttosto pareva che fluttuasse nell'aria. Pochi attimi dopo le fu dinanzi. Ogni fibra del suo corpo era attraversata da scariche di adrenalina, ma i suoi muscoli erano paralizzati e le parole congelate in fondo alla gola. In poco tempo era diventata una bambola di carne in balia del terrore. Era un sogno? O era la realtà?

Il fantasma si chinò su di lei, avvicinando le labbra al suo orecchio per sussurrare alcune misteriose parole...

"Se i sogni possono diventare realtà, dimmi Abigail, potrebbe la realtà diventare un sogno?".

La sua mente elaborava troppo in fretta per poter realizzare il significato di quelle parole. Non riuscì a capire. Scosse con il capo in segno di 'no', poi balbettò la risposta.

"I-io n-non so di cosa stai parlando".

Il fantasma si allontanò da lei in modo brusco. Gli occhi di fiamma viva che ardevano di una luce quasi vermiglia. Il sorriso del burattinaio si era piegato in una smorfia di spregio. Aveva persino stretto i pugni.

"Tu mi hai dimenticato... ".

Digrignò tra i denti. La sua voce era disturbata da un brusio di statico. Era quasi come se fosse stata una vecchia radio rotta ad averle parlato. E così come era apparso, il Burattinaio si dissolse nelle tenebre nella sua stanza lasciando quella bambola sul suo letto a testimonianza della sua visita notturna.

In quel preciso istante, Abigail ricordò qualcosa.

"Papà...".   

 


Si accorse che qualcosa le stava sfregando le caviglie. Guardò in basso.

Ben, il suo gatto, la stava fissando coi suoi occhi gialli. 

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