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Sono qui. Voi non mi vedete, ma io ci sono. Alcuni di voi mi cercano. Ma fingono. Date a coincidenze dei volti che non hanno. Date al caso forme improprie. Plasmate la paura a mia immagine. E quando mi vedete, mi ignorate. Ma io ci sono davvero. Non sono una leggenda, né una fantasia, né una chimera. Sono una realtà fatta di carne e sangue, di muscoli e ossa, come voi. E come voi, io vivo.

Io vivo, ma la mia non è più una vera vita. La mia vita l'ho persa anni fa. E quante cose ho perso con essa. Il cuore, e quando era il suo battito a tenermi in vita. Il semplice, lento e regolare pulsare. Il sangue che scorre sottopelle. I polmoni che si alzano e si abbassano. Il sole. La sua luce, quando ti avvolge. Il suo calore sulla pelle. E il freddo quando non c'è. E il piacere, e il dolore. La gente. Mi manca la gente. Avere persone che ti guardano, che si interessano a te, che ti parlano. Ma anche semplicemente averle intorno, il semplice e continuo calore della compagnia. La consapevolezza di non essere solo. Ma non importa. Nessuna di queste cose importa. C'è una sola assenza che mi colpisce.

Lo vedo. Implacabile, come ogni sera. La mano si alza. Per un singolo, lunghissimo istante resta sospesa in aria. La luce della lampada si riflette su quella patina di sudore e sembra quasi che sia sua la luce che la fa splendere. Poi, inesorabile, la mano cala, e colpisce. È rosso in volto, furioso, ma non è ubriaco. Non stasera. Né lo era la sera prima. Né quella prima ancora. La prima volta lo era. E gli è piaciuto. Forse si è anche sentito in colpa. Ma non si è fermato. E ha scoperto che non gli serviva l'alcol per picchiare suo figlio. La madre non si opporrà. Non interverrà a fermarlo. Non agirà in difesa del suo bambino. Non più. Perché ieri ha scoperto la sua forza. Sera dopo sera vedeva suo marito perdere il controllo. Senza preavviso, senza ragione, lo vedeva levarsi e colpire. Impotente, vedeva nuove ecchimosi formarsi sul corpo del piccolo. Allora interveniva, cercava di fermare quelle grandi mani, si sacrificava, subiva, fin quando alla fine non riusciva a distrarre la sua attenzione. Allora lui, dimenticando di quel piccolo corpo dolorante, la afferrava per i capelli e la trascinava sul letto, e la violentava. Era brutale e violento, ma almeno era breve. Poi quel corpo massiccio crollava in preda al sonno, e trovavano un po' di pace. Lei non si concedeva neppure un attimo di riposo: si rialzava all'istante, raggiungeva il figlio e lo metteva a letto. Gli faceva lavare i denti, gli preparava il pigiama e i vestiti, gli rimboccava le coperte e, pazientemente, aspettava che si addormentasse. Solo allora, quando iniziava a russare, si alzava. In punta di piedi chiudeva la porta, si dirigeva in cucina e allora, solo allora, dopo essersi versata un bicchiere d'acqua, si concedeva di crollare in preda alle lacrime. Sempre in silenzio, però, per non svegliare il figlio. Ieri sera è stato diverso. C'era qualcosa di diverso in lui. Forse per un istante la sua mente è tornata lucida, e ha capito che razza di sordido inferno fosse. Forse aveva capito quanto orribile e squallida fosse la sua vita. Forse ha avuto dei rimorsi. E ha esitato. E in quell'istante la madre si è messa in mezzo tra i due. E quando lui le ha ordinato con voce bassa e fredda di levarsi di mezzo, lei lo ha colpito con un singolo, rapido schiaffo sulla guancia destra. In quell'istante ho visto per la prima volta i suoi occhi. Non c'era niente. Le ha sbattuto la testa contro il muro. E' morta sul colpo. Poi, come se il figlio non esistesse, l'ha afferrata per i capelli, come faceva tutte le sere, e l'ha trascinata in camera. E lui non l'ha più rivista.

Ricordo ancora quella notte. Ogni volta, quando sono da solo, mi torna in mente. La notte in cui il fuoco divampò. Sono ricordi vaghi, sfuocati, eppure vividi. Sono sensazioni ed emozioni, ma hanno la forza delle immagini. Ricordo il calore, ricordo la paura, ricordo le grida. Ricordo il dolore di essere spintonato e colpito dalle persone che si davano alla fuga. Ricordo il corpo del prete, ai piedi delle scale, gli occhi ancora spalancati dalla sorpresa, la bocca aperta, e il naso rotto dai piedi di qualche fuggiasco frettoloso. Ricordo il corpo della direttrice, la prima a essere raggiunta dalle fiamme. I bambini, i bambini. Questo gridavo, me lo ricordo. I bambini, i bambini. Ma le grida e il trambusto coprivano ogni cosa. I bambini, i bambini. Ma nessuno mi ascoltava. I bambini, i bambini. Ma le parole ormai erano solo nella mia testa mentre, sospeso tra la realtà e quello che pareva un sogno, mi avvicinavo alle loro stanze, che mai come allora mi sembravano celle. I bambini, i bambini. Mentre le fiamme, che avvolgevano ogni cosa, raggiungevano anche me. Le ricordo arrampicarsi lente, dai piedi fino alla testa. Li ricordo spogliarmi con cura. Le ricordo leccarmi via la pelle, sciogliermi il grasso, succhiare i muscoli e ripulire la cartilagine, mentre intorno a me tutto il resto era morto. Morì, ma non caddi. Cessai di essere, ma non di gridare, perché il dolore era sparito e la mia voce era tornata. E così rimasi, mentre le fiamme terminavano paziente la loro opera. Animato dalle ceneri dei morti, come una nuova fenice, rimasi immoto ad aspettare, la voce ridotta a un sussurro, che tornassero a cercarli, a salvarli, a piangerli. I bambini, i bambini.

Non ha paura di me. Non può Ha quattro anni e mi osserva, immobile. Non può essere spaventato da me, perché la sua paura mi ha chiamato perché lo aiutassi. Mi guarda, speranzoso. Non capisce, ma lo sa, sa che sono lì per lui. Il padre mi guarda. Lui non sa.  Questa mattina ha chiamato la scuola dicendo che era malato, poi è uscito per andare a lavorare lasciando il figlio solo in casa. Non è uscito dalla sua cameretta, neanche per mangiare. Ha passato il giorno solo, al buio, tremante, sperando di svegliarsi da un sogno. Poi il padre lo ha trascinato per portarlo a cena. In silenzio, hanno mangiato e, quando hanno finito, hanno trovato me. Non si muove. Non può. Non ne ha la forza, non se io sono qui. Prova a sollevare una mano, ma non ha alcuna convinzione. Lentamente, lo stesso faccio anch'io, e quelle dita che sembrano rami si posano sul suo collo. Non so se il bambino capisce cosa succede, sa solo che non deve più aver paura. Prima di occuparmi di lui, però, vado in camera della madre. Trovo il corpo nudo, disteso sul letto, braccia e gambe divaricate, bocca e occhi aperti. 

Nessuno è mai tornato a cercarli. Così mi sono mosso. Mi sono allontanato. Ho trovato una foresta e mi sono inoltrato nei suoi meandri, fino a giungere in uno stagno. Lì mi sono specchiato, poi mi sono lavato. Quando sono uscito, ho seguito le voci. Nel fuoco, ho visto il futuro di un centinaio di bambini divenire cenere tra le urla, il dolore e il silenzio. Sono stati troppi. Le loro voci non sono state ascoltate. Ora sono la mia guida. Lascio il piccolo osservare la tomba della madre. Non è che un cumulo di terra, ma è dignitoso, e le fornirà pace. E qui riposerà al sicuro, tra gli altri. Poi, lo porto via. Lo guardo dirigersi verso la sua nuova famiglia. So che lo tratteranno bene. Non vivrà negli agi, ma sarà amato, e questo è abbastanza. Più di quanto molti riescano ad avere. Prima di bussare, si volta per cercarmi, ma non mi trova. Anche lui è passato oltre, e domani si sarà dimenticato di me. Si sarà dimenticato di tutto. Ma io sono lì. E resto lì, fino a quando non si spegne anche l'ultima delle luci in quella casa.  Poi seguo le voci fino in Australia.

Racconto appartenente a EFP

Fy

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