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Erano passati parecchi anni da quando lui le aveva cambiato la vita.

Le aveva cambiato l'esistenza intera.

Da quel giorno tutto era diverso in lei, non le rimaneva più nulla, se non la sua insaziabile sete di vendetta.

Si trascinava per le strade come un rifiuto umano, la rabbia che le ribolliva nel petto.

E quando alzava il suo coltello... non rimaneva più nulla.

Tutti i sentimenti sparivano, la testa le diventava leggera e vuota, le emozioni si placavano per un istante.

Giusto il tempo di veder schizzare il sangue fuori dal malcapitato.

Poi tutto tornava. Ogni minima consapevolezza di ciò che stava facendo le attanagliava lo stomaco, e ciò solo per vendicarsi di lui.

Di quel mostro di nome Jeffrey.


Quella era una sera fredda.

C'erano pochi lampioncini sparsi ad intermittenza per i marciapiedi paralleli, le loro luci fioche illuminavano il tanto che bastava per vedere a qualche metro di distanza.

Uno strano silenzio incombeva in quella piccola e sperduta stradina di città.

Solo un rumore di tacchi spezzava quella quiete desolata.

Le scarpe nere laccate correvano veloci sopra il cemento, in queste erano riposti due piedi di piccole dimensioni, di un colore innaturalmente bianco.

Questi continuavano verso l'alto in due sottili caviglie nervose che sorreggevano delle lunghe gambe sensuali, scoperte fino a sopra il ginocchio.

Il vestito nero attillato non svolazzava nemmeno, restava come incollato al corpo snello e formoso della ragazza.

Il tessuto ebano dell'abito era elastico e aderente, lasciando così distinguere chiaramente le curve accentuate dei fianchi e il seno abbondante, messo in risalto da un decolleté a forma di cuore.

Due sottili bretelle sorreggevano l'indumento, lasciando la schiena scoperta per metà, fino a poco sotto le scapole.

I capelli corvini ondulati e mossi danzavano nel vento serale, normalmente avrebbero coperto quasi tutta la schiena.

Le braccia erano totalmente libere, i bicipiti accentuati erano ben distinguibili lungo il loro profilo sottile.

Una collana di perle nere tintinnava attorno al suo collo candido, il cui suono si perdeva coperto dal rumore prodotto dai tacchi alti.

Il viso di Jane era interamente coperto da una maschera che si adattava perfettamente al suo viso, quasi come una seconda faccia bianca, in cui gli occhi e le labbra erano marcati da un nero profondo.

Nella mano destra aveva ben stretto il manico scuro di un coltello da cucina... quell'arma... la stessa che usava da quando quella notte Jeff l'aveva bruciata viva.

Ma si sarebbe vendicata.

"Jeff... preparati! Perché tra poco sarai costretto a tornare a dormire! Nel frattempo..."

La ragazza cambiò direzione.

Le scarpe lucide si spostarono verso un angiporto buio, su cui un piccolo bar di periferia si affacciava.

Il muro destro del bar dava proprio sul vicolo cieco, contornato da tre pareti in mattone.

Sopra la porta d'ingresso del locale, l'insegna luminosa con su scritto Melt illuminava timidamente le zone vicine, con le sue lettere di un tenue arancione chiaro, tra cui la lettera L era quasi del tutto fulminata. Sotto il nome, alcune scritte in corsivo recitavano Bar & Grilled.

Perfetto.

Jane sapeva benissimo cosa fare.

Ancora una volta, avrebbe riesumato quella sera di tanti anni prima.

Quella notte in cui la sua vita era cambiata, in cui lei era cambiata.

Avvicinandosi, poté studiare meglio l'ambiente: c'era un forte odore di pattume, infatti nell'oscurità i suoi occhi coperti dalla maschera riuscirono a distinguere le forme distinte di almeno tre bidoni della spazzatura. Questi erano cilindrici, col loro metallo sporco ed ossidato contenevano numerosissime buste putride, sicuramente provenienti dalle cucine del locale.

Numerosi avanzi di carne e altri pezzi di alimenti ormai irriconoscibili fuoriuscivano dai luridi sacchetti neri, altri erano abbandonati sul cemento oleoso del vicolo.

Una folata di lercio invase le narici rovinate della ragazza, che per il disgusto trattenne un conato di vomito.

Facendosi forza, si addentrò nella tetra stradina fino ad arrivare alla parete in fondo, quella più vicino al muro esterno del bar.

Dalla finestra di questo, poté chiaramente vedere l'atmosfera brulicante di vita. 

Nonostante periodicamente qualcuno uscisse dal bar, la killer era abituata a confondersi tra le tenebre, nessuno l'avrebbe notata appiattita come un gatto nero contro i mattoni.

Dall'anta rossa mezzo aperta della finestra, ora usciva anche un'intensa fragranza di verdure alla griglia e curry.

Jane inspirò il profumo a pieni polmoni, facendo in modo che questo prendesse il posto di quello della spazzatura.

Sembrava così familiare... odore di casa.


Tic, tic, tic.

Lui era lì, affacciato alla finestra della sua vecchia casa.

Il suo sorriso ancora sanguinolento appannava il vetro fresco con il respiro bollente che proveniva dall'interno della bocca.

Il coltello produceva un fastidioso e sonoro ticchettio che le arrivò ben chiaro, nonostante fosse dall'altra parte della strada.

Jane guardava il ragazzo dall'ingresso della sua abitazione, esattamente di fronte a quella della famiglia Woods.

Jeff continuava a ghignare, i suoi occhi sbiaditi la fissavano penetrandole nell'anima.

La ragazza non aveva più trovato i suoi genitori, al loro posto c'era solo un piccolo bigliettino scritto su carta di quaderno, era un foglietto a righe blu.

Sopra, la scrittura piccola e scomposta recitava poche frasi:

Ciao, Jane.

Perché non vieni a casa? 

Ci sono anche i tuoi genitori.

-Jeff


Non appena il messaggio le fu chiaro, una rabbia incontenibile le aveva corroso le interiora.

Quello psicopatico aveva rapito la sua famiglia e ora la stava aspettando.

Jane non osava immaginare che fine avessero fatto, ma scosse la testa per scacciare i brutti pensieri dalla mente.

Ora doveva concentrarsi su come recuperare i suoi genitori.

Prese in fretta e furia un coltello dal cassetto della cucina, il manico era scuro e la lama ancora lucida: sua madre non l'aveva mai usato.

I suoi occhi verdi schizzavano da una parte all'altra della strada per individuare la posizione di Jeff, che continuava immobile a fissarla, ghignante.

Di corsa, attraversò la strada deserta, per poi aprire titubante la porta della casa del ragazzo.

Il legno bianco leggermente scheggiato la guardava, e con un cigolio si spalancò, lasciando distinguere la fisionomia del salotto.

Lo sguardo di Jane scattò ancora una volta a destra, verso la finestra.

Jeff era sparito.

L'ansia cominciò ad opprimerle il petto, dentro il quale il cuore prese a battere velocemente.

Il sangue veniva pompato rumorosamente in tutte le vene del suo corpo, la ragazza lo sentiva rimbombare nelle tempie.

Il respiro si fece improvvisamente pesante, numerose gocce di sudore le imperlarono la fronte, rendendo appiccicosi i suoi capelli lisci e scuri.

Strinse entrambe le mani attorno all'impugnatura del coltello, la cui lama tremava visibilmente, senza che Jane potesse fare nulla per fermarla.

Il tintinnio del metallo riempiva il silenzio pesante della casa, dentro cui sembrava non esserci anima viva.

La porta si richiuse alle sue spalle con un forte tonfo, facendola sobbalzare per lo spavento.

Gli occhi verdi della ragazza saettarono nell'angolo sinistro del salotto: le travi in legno di palissandro del pavimento erano perfettamente lucide, le pareti color verde pallido dalla fantasia broccata non lasciavano trasparire nulla di strano.

Le pupille si diressero verso l'estremità destra della stanza, in cui un mobile in legno antico era appoggiato al muro, sopra questo parecchi frammenti di quello che doveva essere stato un vaso erano sparsi per la superficie scura. Tuttavia, Jeff non c'era.

Guardò infine il centro della stanza, davanti a lei; un tavolino ligneo circolare dalle tre gambe dominava il fulcro dell'ambiente, una lampada in vetro soffiato era spezzata per metà, sopra il legno opaco era presente solo la base, che terminava in punte taglienti di un grigio perla.

Solo guardandosi i piedi, Jane si accorse dei numerosi solchi nelle travi di palissandro.

Sembravano incisioni fatte con un'arma da taglio... andavano proseguendo verso la sinistra della ragazza, fino ad arrivare alla cucina.

C'erano varie macchie scure nel pavimento, mentre una pozza liquida era proprio sotto le ballerine nere di Jane.

Il suo respiro si fece ancora più rumoroso, le pareti cominciarono ad opprimerla, l'odore di chiuso le invase le narici, oltre a questo se ne aggiunse un altro, che prima la ragazza era troppo concentrata per percepire.

Era... metallico e pungente.

Nonostante per lei fosse ancora indefinito, le venne uno strano presentimento.

Piano, piegò le ginocchia.

I leggins neri che le coprivano le gambe si fecero più tirati, fino a quando la ragazza non fu accovacciata quasi fino a toccare terra.

La gonna in camoscio color castagna si bagnò di quello strano liquido scuro, che si mosse leggermente non appena la stoffa lo sfiorò.

Jane fece scorrere un dito sulla superficie della sostanza, per poi portarselo davanti agli occhi: era di un rosso vivo.

Era...


Si risvegliò poco dopo, con un forte dolore alla testa.

Aprire le palpebre le risultò incredibilmente difficile.

Il suo cervello si sforzò come non mai per dare il comando agli occhi di aprirsi, ma solo dopo parecchi minuti ci riuscì.

Le iridi verdi della ragazza vennero finalmente rivelate, e le pupille dilatate dal terrore cominciarono a guardare la stanza: era lo stesso salotto di prima.

Provando a muoversi, si accorse di essere seduta su una sedia in legno. O meglio, legata.

Le mani erano dietro lo schienale in mogano, ben strette tra loro da quella che doveva essere una corda.

Anche le caviglie erano immobilizzate, ognuna in una rispettiva gamba della sedia.

Nonostante provasse a divincolarsi, era ancora estremamente debole e le funi non le permettevano nemmeno il minimo movimento.

<< Maledizione...! >>

I pensieri di Jane andavano veloci, troppo.

La sedia su cui era posta aveva lo schienale contro il tavolino rotondo, perciò il suo sguardo poteva rivolgersi solo verso la parete di fronte a lei, la stessa che dava nella cucina.

Sentì dei passi dietro di lei. Erano regolari, poco pensanti, rilassati.

"Ma guarda un po' chi si è svegliata..." la voce di Jeff risuonò per le pareti del salotto, facendo agitare la ragazza.

Il volto bianco del ragazzo entrò nella sua visuale.

Le loro facce erano vicinissime, il piccolo naso di Jane quasi poteva sfiorare quello pressappoco assente di Jeff.

Sentì il respiro caldo del killer sulla pelle, forte a tal punto da muoverle alcune ciocche scure di capelli.

"...la mia piccola Jane! Hai dormito bene?" le chiese quasi cordialmente, con una nota ironica nella voce.

La ragazza sentì il caldo pervaderle le guance, che divennero rosse.

"Io non sono la piccola di nessuno, specialmente la tua!" il tono di Jane era rotto dall'emozione, suonava insicuro alle orecchie del killer.

La risposta che ricevette fu una bassa risatina.

Jeff cominciò a camminarle intorno lentamente, prendendo il coltello dalla tasca posteriore dei suoi jeans neri; la felpa bianca era macchiata di sangue.

"Sai... non dovresti usare questo tono con un amico. Dopotutto... voglio solo aiutarti."

Gli occhi della ragazza si spalancarono. Digrignò i denti a quelle parole.

Jeff continuò. "Vedi, anche i tuoi genitori si sono uniti a noi per cena." detto questo, prese bruscamente lo schienale della sedia e lo girò verso il tavolo, facendolo ruotare di cent'ottanta gradi.

Le lacrime sgorgarono dagli occhi increduli di Jane, costretta a guardare lo scempio che aveva davanti.

Sulla superficie del tavolo, c'erano ben cinque corpi.

Tre di questi appartenevano alla famiglia di Jeff, gli altri... ai suoi genitori.

L'ammasso di cadaveri era abbandonato pesantemente sul legno, rendendolo pari ad un cumulo di morte.

Il corpo del signor Woods, il padre di Jeff, era stato martoriato: la gola era tranciata e dall'apertura colava ancora qualche rivolo di sangue, anche se la maggior parte era sparso per il pavimento, gli occhi erano stati completamente cavati e al loro posto c'erano due cavità di carne umida, il sangue era coagulato in alcuni punti, ma in altri grondava ancora. Alcuni lembi di pelle erano a penzoloni, in altre parti era addirittura visibile il bianco del cranio. Anche la bocca era stata deformata e scavata ai lati, così da creare un sorriso che arrivava quasi fino alle orecchie. Il resto del corpo era coperto dal cadavere della moglie, ma l'intestino pendeva fino al pavimento, su cui lasciava delle striature rosse.

La madre di Jeff era invece ricoperta di solchi, uno nel fianco sinistro era particolarmente profondo. Il volto era esattamente nelle stesse condizioni di quello del marito, con la differenza che molte ciocche di capelli erano mezzo staccate e la cute lasciava intravedere la carne rossa. Il busto era interamente coperto di tagli profondi che assomigliavano quasi a buchi, poco sotto il seno sporgevano alcune costole color avorio, che perforavano la carne del torace facendo capolino dall'interno.

Il corpo più piccolo, quello del fratello Liu, aveva come gli altri la pelle cerea e il corpo era all'incirca nello stesso stato di quello di sua madre. Lo stesso ghigno di sangue era inciso a forza nelle gote, lasciando ben visibili i muscoli facciali.

E poi... c'erano i suoi genitori.

Sua madre era poco sotto la signora Woods, rivolta con la faccia contro il tavolo. La schiena coperta da un maglione viola melanzana era zuppa di sangue, la maggior parte era colato anche dagli altri corpi.

Jeff si era preso la briga di strapparle via solo un occhio. L'altro era ancora attaccato, ma solo per metà. Pendeva infatti fino ad accasciarsi sul legno del tavolino, tenuto per miracolo da un solo filo di carne.

Nonostante a Jane mancasse già il respiro, quando vide suo padre non poté fare a meno di rigettare alla sua destra, sporcando ancora il pavimento lercio.

Il corpo dell'uomo era posto sopra quello di Liu, con la schiena appoggiata sul cumulo di cadaveri.

La testa pendeva all'indietro, sembrava che guardasse la figlia dritto negli occhi. 

Tuttavia, questi erano interamente bianchi, coperti da una sottile patina color albume, fissi nel vuoto.

Ai lati della bocca c'era inciso il solito sorriso, identico a quello del mostro che aveva compiuto quello scempio, Jeff.

"Cosa c'è, piccola Jane? Non sei contenta di rivedere mamma e papà? Eheheh..." la voce odiosa del ragazzo risultava melliflua, quasi divertita.

Jane lo guardò dritto negli occhi, rivolgendogli uno sguardo carico d'odio.

"TU! BRUTTO BAST-" fece per urlargli, ma il palmo di Jeff le tappò la bocca.

"Shhhh... non vorrai svegliarli, spero. Non vedi che stanno dormendo? Fa' silenzio, piccola Jane." lo sguardo del killer incontrò quello disperato della ragazza, che non riuscì più a trattenere le lacrime.

Non si sarebbe mai immaginata di piangere davanti a lui.

Non poteva fare niente, non aveva salvato i suoi genitori, il suo amico Liu, né i signori Woods. 

E non sarebbe riuscita a salvare nemmeno sé stessa.

Jeff continuò, con un ghigno sul volto ancora più grande del normale.

"Adesso ti faccio un regalo. Ti rendo bellissima come me. Ma dobbiamo fare in fretta, ho già chiamato i pompieri..." lasciò il resto della frase in sospeso, facendo immaginare alla ragazza le cose peggiori.

Jane non si era sbagliata. 

Vide un liquido trasparente arrivarle addosso, senza che lei potesse fare niente per evitarlo.

Le bagnò i vestiti, freddo. Era benzina.

L'ultima cosa che vide prima che il fiammifero acceso le toccasse la gonna scatenando l'inferno, furono gli occhi sbiaditi di Jeff.

Non se li sarebbe mai dimenticati.

Mai.


Da quel giorno non sarebbe mai più stata la stessa.

Jeff le aveva rovinato la vita, e lei lo sapeva bene. 

La maschera che indossava era stata un suo regalo, perché come lui stesso le aveva scritto, aveva "combinato un casino cercando di renderla bellissima come lui".

Bellissima un cazzo, pensava Jane.

Si odiava. Odiava lui e la sua schifosissima faccia.

Ogni volta lo vedeva, nei suoi sogni. Lo vedeva anche quando guardava fuori dalla finestra, perfino quando mangiava.

Lui era ovunque.

Ma vendicandosi sarebbe sicuramente sparito una volta per tutte.

Era per quello che Jane aveva cominciato a uccidere, per sfogarsi. 

In realtà non aveva niente contro le sue vittime, ma non poteva fare a meno di vederle con il volto bianco di Jeff, mentre le uccideva.

Era una cosa insopportabile.

Anche quella notte non sarebbe stato diverso.

Era ancora appiattita contro il muro del locale Melt, senza che nessuno la potesse notare nell'oscurità della sera tarda.

Aspettò per decine di minuti, finché la sua preda non uscì dall'ingresso sul retro per andare a fumarsi una sigaretta nel vicolo in cui si trovava la killer.

Doveva essere un ragazzo sulla trentina, i capelli scuri e mossi gli ricadevano ai lati del viso, le dita nervose si ficcavano in una delle tasche dei jeans blu scuri per tirare fuori un pacchetto metallico di sigarette, munito di rollatore.

Jane vide che gli occhi neri della sua futura vittima scrutavano attentamente ogni movimento delle mani, intente a posizionare il tabacco sulla cartina trasparente.

Con un rapido gesto abituale, mise il piccolo filtro bianco all'estremità della sigaretta, che poi chiuse leccando la cartina.

La mano sinistra sprofondò ancora una volta nella tasca del pantalone, questa volta riemergendo con in pugno un piccolo accendino di un blu metallizzato, che rifletté il colore della fiammella, non appena lo accese.

Non appena avvicinò la sigaretta alla bocca, Jane gli saltò addosso, tappandogli la bocca con la mano destra e impugnando il coltello con la mancina.

Quello spalancò gli occhi scuri, la sigaretta fatta con tanta cura cadde silenziosamente sul duro cemento, sporcandosi di liquido d'immondezza ammuffita. Il tizzone si spense, lasciando il posto ad un debole alito di fumo fosco.

Le iridi del ragazzo incontrarono quelle interamente nere della maschera di Jane, che gli puntò il coltello alla gola, incidendo di poco la pelle.

Dal taglio colò una piccola goccia di sangue cremisi, che a contatto col freddo metallo della lama risaltò come se fosse un rubino.

Jane gli guardò il volto: era bianco.

Ai lati della bocca c'era un sorriso di sangue, gli occhi erano cerchiati di nero, le iridi chiarissime, sbiadite dalla luce, anche i capelli erano corvini.

Era proprio Jeff. 

Calò la lama nel petto del ragazzo, con una rabbia che le proveniva direttamente dal cuore.

"Muori, stronzo! Maledetto...!" la voce le uscì isterica e instabile, mentre continuava ad accoltellare il corpo della vittima, che sussultava ogni volta che il metallo entrava nella carne del busto.

Con qualche ultimo rantolo strozzato, il respiro del ragazzo cessò, e la morte gli fece reclinare la testa da un lato.

Non appena l'ira di Jane fu di poco sbollita, questa mormorò una frase.

"Non tornare a dormire, non ti risveglierai."

Jeff giaceva ai suoi piedi, morto.

Dalla giacca fuoriusciva un piccolo libretto, probabilmente era la carta d'identità.

Dopo averlo aperto, gli occhi di Jane scorsero sulla riga del nome: Charles Ferrell.

Era successo ancora. Le era sembrato di uccidere Jeff.

Fanculo!

Pensò la ragazza, rimettendosi in piedi.

Un giorno ti troverò, Jeffrey. E quello sarà il tuo ultimo giorno di vita.

Racconto appartenente a EFP

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