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"Altri sette cadaveri sono stati rinvenuti nelle ultime due settimane. Tutti gli omicidi possono essere attribuiti allo stesso killer, che si rende riconoscibile tramite l'esportazione del rene dal corpo delle vittime, la cui morte viene causata da dissanguamento.

La polizia è ancora sulle tracce dell'assassino..."

La donna leggeva le parole scritte sul giornale che teneva stretto tra le mani, parlando a voce alta in modo da farsi sentire da sua figlia sedicenne Carol, seduta su una sedia di legno al tavolo della cucina, che con i suoi occhi verdi la guardava disinteressata.


La ragazza aveva il capo, ricoperto da una chioma biondo cenere, appoggiato alla mano, il gomito direttamente a contatto con la dura superficie del tavolo di legno chiaro in iroko.

Con un gesto stanco del braccio, faceva cadere i cereali dalla scatola, fino a farli affondare nella tazza di latte.

Gli anellini croccanti si tuffavano nel mare latteo, producendo dei piccoli schizzi bianchi.

Carol rivolse a sua madre delle parole noncuranti.

"Secondo me è un altro di quei pazzi che vanno in giro a creare un po' di scompiglio... non è né il primo né l'ultimo."


La madre le rivolse uno sguardo accigliato.

"Ma, Carol! Ti rendi conto di ciò che stai dicendo?! Sono morte delle persone, insomma!"

Cinguettò la donna, lanciando alla figlia uno sguardo di rimprovero.

La ragazza la guardò distrattamente, per poi sbuffare e finire in silenzio la sua tazza di latte con gli anellini di cereale.

Si soffermò a guardare fuori dalla grande finestra della cucina, oltre la quale si potevano notare gli alberi provati dall'autunno, le cui foglie erano di tonalità rosse e arancioni, mentre altre più secche erano abbandonate sui marciapiedi, aspettando di essere portate via dal forte vento che soffiava in quelle strade.

Non appena ebbe finito la colazione, si alzò e ripose la scatola nella credenza, per poi dirigersi verso camera sua.


Mentre camminava, i capelli biondo cenere leggermente vaporosi le ricaddero in tutta la loro lunghezza fino a toccare le spalle, coperte da un maglione rosso.

Entrando nella sua stanza, si diresse verso la scrivania e si sedette su una piccola sedia.

Le pareti della camera erano bianche, a rivestire il pavimento c'era un parquet chiaro, abbinato ai mobili.

Il letto era ricoperto da delle lenzuola arancioni, mentre sul comodino c'era una piccola abat-jour dai motivi floreali.

Seduta sul legno della sedia, fece scorrere le mani sulla superficie del tavolo, in cerca dei libri scolastici.

Che palle... l'ultima cosa che ho voglia di fare adesso sono i compiti.

Pensò, trascinando e aprendo il libro di chimica.


Tutte quelle formule non le dicevano assolutamente nulla. Nonostante provasse a concentrarsi, la sua mente era altrove.

I suoi occhi non vedevano ciò che stavano leggendo, erano come incantati, persi nel mondo della fantasia.

Ultimamente la ragazza non riusciva mai a mantenere l'attenzione. Sua madre le aveva dato parecchie medicine per aiutarla, ma sembrava che non avessero effetto su di lei. Probabilmente perché Carol non voleva che funzionassero.

Le era sempre piaciuto stare a pensare, con la testa appoggiata sul palmo della mano.

Sognava di mondi straordinari, di creature fantastiche e di ambienti idilliaci, nei quali ci si potesse perdere fantasticando.


Amava tantissimo disegnare. Era sempre stata la sua passione più grande.

Da quando era piccola aveva sempre raffigurato tutto ciò che la colpiva, anche il più piccolo dettaglio che le suscitasse un'emozione.

Non appena era diventata più grande, aveva iniziato a disegnare anche le creature dei suoi mondi immaginari, le sue preferite erano le fate. Belle, affascinanti, libere.

Invece lei era costretta a vivere con sua madre. 

La donna era una persona perbene, ma a volte sapeva essere davvero insopportabile.

Non era più la persona che aveva conosciuto nei suoi primi anni di vita, dopo la morte del marito si era come rabbuiata.

Ma Carol non poteva di certo fargliene una colpa.


Il suo nasino all'insù era macchiato da una spruzzata di lentiggini chiare, ereditate dal padre.

Era davvero carina, infatti a scuola molti ragazzi le facevano la corte, ma a lei queste cose non interessavano.

A lei importava solo di stare nel suo mondo, fatto di sogni e di tanti disegni.

Passarono le ore, ma ancora non riusciva a concentrarsi.

I pensieri erano troppo forti, troppo belli, per resistergli.


Il giorno dopo, tornata da scuola, Carol aprì la porta d'ingresso in legno bianco, poi andò in camera sua ad appoggiare lo zaino verde scuro.

La madre, seduta sul divano color crema, teneva tra le mani il suo fidato giornale quotidiano.

Notando l'entrata in casa della figlia, alzò velocemente gli occhi dalla pagina e la salutò brevemente, tornando a leggere le parole scritte con l'inchiostro nero.

Carol tornò nel salotto, in cui sua madre stava leggendo, e si incamminò verso la cucina, nella quale si sarebbe tenuto il pranzo.

I suoi capelli chiari ondeggiavano ad ogni passo, mentre gli occhi verdi si guardavano intorno frettolosamente.


La voce acuta di sua madre la fece fermare.

"Carol, senti un po'. Hanno trovato altri indizi riguardo al killer di cui ti avevo letto ieri, ricordi? Dai, leggi qui!"

Le propose, con un tono che lo faceva sembrare di più un obbligo che un invito, mentre con un dito magro le indicava la riga in questione.

La ragazza si avvicinò alla donna, prendendole il giornale dalle mani.

Non le importava assolutamente nulla di quello stupido assassino, ma sapeva che sua madre avrebbe insistito fino a quando non avesse letto l'articolo.


Cominciò così a recitare le piccole parole della pagina scritte d'inchiostro nero, tenendo un tono di voce basso:

"Il killer colpisce ancora. Questa volta la polizia ha riscontrato nuovi indizi. Sulla scena del crimine è infatti stato trovato un misterioso liquido nero, di cui ancora non si conosce la composizione. Ancora una volta, la causa dei decessi è stata il dissanguamento, dovuto all'asportazione grossolana di un rene. L'organo è stato rimosso con un'arma da taglio, probabilmente un piccolo coltello o un bisturi.

E' stato trovato un biglietto con sopra quello che sembra essere il nome del killer: "Eyeless Jack".

Ancora sconosciute le cause degli omicidi...".

Non appena ebbe finito, le venne uno strano senso di inquietudine.


Ignorando lo sguardo perplesso della donna, Carol si diresse velocemente verso camera sua, chiudendosi la porta candida alle spalle.

Si sedette sulla sedia in legno della scrivania, mentre le mani nervose e scattanti andavano a cercare il suo album da disegno.

Non appena lo incontrarono, la ragazza si soffermò ad osservare quel foglio nuovo.

La pagina bianca stava lì, guardandola.

Con foga, raccolse da un portapenne in plastica nera una delle sue matite HB, e cominciò a tracciare sulla carta delle linee scure e precise.


Passò parecchio tempo, e ormai sul foglio si poteva chiaramente distinguere la figura di una misteriosa creatura.

Dai suoi occhi sfocati fuoriusciva del liquido nero, mentre stretto nella mano sinistra reggeva un bisturi.

Carol non sapeva il motivo per cui avesse disegnato l'assassino di cui aveva letto, ma c'era qualcosa in lui che l'aveva colpita profondamente.

Il fatto che non uccidesse le vittime direttamente ma che le facesse morire dissanguate la portava a pensare che non uccidesse per vendetta. Ma allora perché commetteva quegli omicidi...?

Forse... c'era un motivo dietro l'asportazione dei reni delle vittime? Per quale motivo li prendeva?


Le frullavano in testa tante domande, in qualche modo quell'assassino la intrigava e la inquietava allo stesso tempo.

Sentiva che anche lui era diverso... in un modo distorto magari tutti i suoi crimini erano destinati ad uno scopo più grande...

Carol passò tutto il resto del pomeriggio a fantasticare sul misterioso killer che terrorizzava la città in quegli ultimi tempi, interrogandosi sui possibili motivi delle sue azioni e su come potesse essere il suo aspetto.

Ormai si era fatto buio, fuori dalla finestra sopra il tavolo si poteva chiaramente distinguere il profilo bianco e luminoso della luna, che illuminava come un flash il cielo nero. 

I suoi pensieri vennero però interrotti dalla voce della madre, che dalla cucina stava urlando qualcosa con la sua solita voce acuta.


La ragazza si diresse verso la stanza, dove trovò la donna con un'espressione in volto che Carol non le aveva mai visto.

Doveva essere davvero preoccupata.

"Mamma, cos'è successo...?" Le chiese con incertezza la figlia, mentre cingeva con le mani le spalle della donna, accompagnandola a sedersi in salotto.

La donna sembrava traumatizzata e non riusciva a parlare.

Carol cominciò a preoccuparsi seriamente.

"Mamma! Rispondi! Cos'è suc-" La frase si spezzò a metà, non appena la ragazza vide che la madre si stava tenendo l'addome.

Le mani erano macchiate di sangue, che colava fino al pavimento in legno.


La donna la guardò negli occhi verdi, per poi accasciarsi a terra.

"MAMMA!" Urlò, cercando di far rinvenire sua madre, svenuta sul pavimento.

Cazzo... cosa posso fare?!

Si fermò un attimo a riflettere, il cuore le batteva a mille e le venne un caldo insopportabile, dovuto alla paura e all'agitazione.

Si bloccò di colpo, quando vide che c'era un profondo solco scuro, lasciato proprio dove la donna si stava tenendo.

C'era una parte che mancava... era... un rene.


In un attimo, Carol realizzò ciò che era successo.

La sua mente cercò di elaborare al più presto una soluzione, ma il pensiero di quel killer non le lasciava spazio per ragionare.

Ma... se mamma era in cucina, allora... 

I suoi occhi chiari si spalancarono, mentre alcune gocce di sudore le colarono dalla fronte, rigandole le guance chiare.

Allora... lui è ancora qui!

Non fece in tempo a trovare una soluzione che sentì un forte botto lontano, poi non vide più nulla.


Si risvegliò nel suo letto, con un fortissimo dolore alla testa.

Era coricata, ma non appena provò a muovere le mani si accorse che erano legate dietro la schiena, da quella che probabilmente doveva essere una corda.

La fune stringeva i suoi polsi sottili, il nodo era talmente stretto che sentì la pelle lacerarsi.

Si lasciò sfuggire un gemito di dolore, cercando comunque di contenersi.


La stanza intorno a lei era completamente buia, di notte non si vedeva nulla se non attraverso la finestra.

La luna faceva capolino da alcune nuvole grigie, illuminando di luce fredda la camera da letto.

Carol cercò di dimenarsi, ma le corde sembravano non allentarsi nemmeno di un millimetro, non le restava che aspettare.

Ad un tratto, la porta della stanza si aprì, rivelando la sagoma di un ragazzo vestito di nero.

In mano teneva stretto un bisturi.


La ragazza spalancò gli occhi alla vista del temuto killer di cui tutti i giornali parlavano, ma nonostante fosse terrorizzata da lui, provava anche un senso di ammirazione nei suoi confronti.

Ancora non aveva potuto vedere bene il suo volto, coperto dal buio delle tenebre.

Il ragazzo si avvicinò a Carol, che istintivamente provò a ritrarsi.

Le sembrò quasi di aver sentito una bassa risatina... Eyeless Jack stava ridendo.


Le fu difficile dirlo, una maschera blu notte gli copriva interamente il volto, lasciando fuoriuscire solo alcune ciocche di capelli castani.

La maschera aveva due buchi da cui colava del liquido nero, colloso... solo dopo Carol capì che si trattasse dei suoi occhi e non di buchi.

La sostanza nera cadde da uno dei buchi fino ad impattare contro la pelle del viso di lei, che sussultò.

Al tatto era fredda... ricordava vagamente l'inchiostro. O forse... sangue?


La ragazza provò a balbettare qualche parola, nonostante fosse completamente paralizzata dal terrore.

Aveva paura persino a respirare, non avrebbe mai aperto bocca.

Cominciò a tremare, il cuore le martellava nel petto come un tamburo, il battito irregolare e rumoroso nelle sue orecchie, per un attimo temette che il killer lo sentisse.

Quando il bisturi le sfiorò l'addome cercò di ritrarsi violentemente, senza alcun risultato.

Nonostante provasse a spostarsi di lato, il ragazzo la sovrastava e non le permetteva il minimo movimento.

Le tappò la bocca con una mano... solo allora si accorse che la sua pelle era grigia, sembrava innaturale.


Carol capì subito cosa stava per succedere.

Aveva letto gli articoli, conosceva benissimo suo modo di procedere.

E anche questa volta non sarebbe stato diverso.

Sentì la lama penetrare nella carne, con un sonoro "track". Probabilmente aveva tagliato un tendine.

Il dolore fu tremendo. La ragazza cominciò a piangere e a urlare, ma le grida venivano attutite dal palmo della mano.

Nessuno l'avrebbe sentita. 

La lana leggera del maglione rosso si tagliava immediatamente, contro la lama.

Sentì il bisturi entrare più a fondo nell'addome, fino a quando la pressione non si fece più leggera.

A quel punto, la mano del killer cominciò a tracciare un percorso circolare, fino a lasciare un buco profondo.


Il dolore stava diventando insopportabile, la vista si stava pian piano appannando, probabilmente era sul punto di svenire.

Il sangue colava dalla ferita fino al pavimento, passando per tutto il materasso, lasciando dei sottili rivoli rossi sulle coperte arancioni, per poi terminare in gocce scarlatte.

Le orecchie cominciarono a fischiarle. Aveva la pressione bassissima.

Urlò di dolore non appena la mano del suo assassino le penetrò la carne, stringendo con gli artigli neri un piccolo organo scuro...

il suo rene.


Il plasma continuava a fluire dalla ferita, macchiandole gli indumenti e il letto sottostante.

Con uno scatto secco, il killer sopra di lei ritrasse la mano, tenendo ben stretto il rene della ragazza, che grondava sangue.

Le mancò il respiro.

La pelle di Carol stava lentamente divenendo pallida, quasi diafana.

Le forze la stavano abbandonando.


Prima che i suoi occhi si chiudessero e che lei sprofondasse in uno stato d'incoscienza, vide qualcosa che le fece salire un conato di vomito in gola.

Il ragazzo si era leggermente spostato la maschera, mentre con la mano munita di artigli si infilava in bocca il piccolo organo.

Aprendo la bocca, rivelò una fila di numerosi denti seghettati...

Quella cosa non era umana. Quello era un vero e proprio mostro.

Numerosi rivoli di saliva gli colarono ai lati della bocca, andandosi a mischiare con il sangue di Carol e con il liquido nero che fuoriusciva dai buchi della maschera.

Il killer deglutì rumorosamente, mentre con la lingua si leccava le labbra grigie come il resto della pelle.


Carol vomitò di lato.

Ormai era tutto finito.

Ormai era morta.

Come sua madre.


La ragazza si svegliò di colpo.

Si guardò attorno... era nel suo letto.

Sembrava essere tutto normale. A quanto pare... era stato un incubo?

Non posso crederci... che sogno orribile! 

Pensò, tastando con le mani i lati del letto. Era tutta sudata, gli occhi erano dilatati dalla paura.

Cercò di regolarizzare il respiro, ma le risultò stranamente difficile.

Provò ad alzarsi, ma una fitta di dolore la bloccò.

Nel suo addome... c'era un buco.

Racconto appartenente a: http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=2759521&i=1

Eyeless jack by kumn-d5q6k5e

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