FANDOM


A tutti i bambini inascoltati, non siete soli. Modifica
A Snuff Bomb, che ha saputo dare nome e volto alla Paura. Modifica

LILIBETH Modifica

Lilibeth era contenta di come aveva passato la mattina del giorno del suo compleanno. La bambina aveva festeggiato i suoi sette anni a scuola, con la sua classe e tutti i suoi amici durante l’intervallo e subito dopo finite le lezioni. I suoi compagni di classe le avevano fatto diversi regali, come dei libri illustrati, alcuni giocattoli e disegni con dediche e auguri per una bellissima giornata. I pasticcini erano stati buonissimi, la torta al cioccolato superba. Lilibeth avrebbe desiderato invitare i suoi più cari amici a festeggiare a casa sua, ma non era stato possibile: suo padre le aveva detto che, se avesse voluto festeggiare il compleanno, non sarebbe stato a casa loro. Le aveva suggerito di organizzare la festa in classe, con l’aiuto della maestra.

“Ma papà” aveva protestato qualche giorno prima la bambina “Perché non posso invitare i miei amici a casa per la mia festa? La casa è grande abbastanza per ospitarli tutti! Ti aiuterò a sistemare e preparare tutto quanto, anche a ripulire dopo…”

“Perché non voglio altri mocciosi in giro per casa mia, Lilibeth. È chiaro?” fu la risposta del padre.

La bambina viveva con un padre di trent’anni, Daniel Harris. Lei non aveva mai conosciuto sua madre. Per quel poco che sapeva di lei, la donna aveva attraversato un periodo molto difficile dopo la sua nascita. Il signor Harris le aveva raccontato che la mamma era sempre molto triste, apatica, non riusciva più ad amare la vita come prima…

In quanto giovane coppia di fidanzati, Daniel e Lauren non avevano programmato la nascita di un figlio. Il ragazzo dovette lasciare gli studi per trovare un lavoro, la ragazza venne cacciata di casa dai genitori, perché non vedevano di buon occhio il suo fidanzato, e sapere che fosse rimasta incinta di lui li mandò su tutte le furie. Dopo la nascita di Lilibeth, la donna cadde nella depressione più totale, che la spinse al gesto estremo nel giro di pochi mesi: Daniel la trovò nella vasca da bagno della loro casa in affitto, con i polsi tagliati. 

Il ragazzo aveva trovato un lavoro come muratore grazie a suo cugino Stephen, con il quale aveva praticamente vissuto tutta la vita. Daniel era figlio unico, e il cugino era come un fratello maggiore, un importante punto di riferimento. Dato il suo comportamento collerico, Daniel era solito cacciarsi nei guai, soprattutto nei pub che era solito frequentare. Molte volte Stephen l’aveva aiutato, intervenendo come suo difensore e testimone, nelle risse e di fronte alla polizia. 

Nonostante il lutto per la sua compagna, una bambina piccola da crescere praticamente da solo, con notevoli sacrifici Daniel era riuscito a fare carriera, fino a diventare capo cantiere e a comprare una casa più grande. 

Il signor Harris conserva gelosamente una foto di Lauren da ragazza in salotto. Lilibeth passava volentieri parte del suo tempo a contemplare la foto di sua madre: effettivamente le somigliava molto e aveva i suoi bellissimi occhi azzurri. Da suo padre aveva preso invece il colore dei capelli, rossi fiammanti, la sua caparbietà e la sua capacità ad adattarsi ai cambiamenti. 

Il giovane genitore non era molto legato a sua figlia. Certo, si occupava di lei, talvolta la aiutava a fare i compiti, ma non ha mai manifestato atteggiamenti paterni nei suoi confronti, mai una volta che le avesse detto che le voleva bene. Dal canto suo, Lilibeth viveva il suo rapporto con il padre come se fosse la normalità. Aveva un grande rispetto per lui: era ubbidiente, non faceva i capricci, le piaceva andare a scuola. Quando il papà l’aiutava a fare i compiti un po’ più difficili, la bambina era molto contenta perché quello era il loro momento padre e figlia. 

Per via del suo lavoro, il signor Harris tornava a casa tardi eccetto il fine settimana. Spesse volte, però, il cugino Stephen veniva a fare visita alla piccola famiglia. A Lilibeth non era molto simpatico lo “zietto”. Stephen adorava farsi chiamare così da lei, che anzi provava nei suoi confronti una forte invidia. Suo padre lo idolatrava, ma lei non riusciva a nascondere un certo allarmante disagio che l’uomo le incuteva. Anche il giorno del suo compleanno, la bambina si aspettava l’inevitabile visita dello zio.

“Buon compleanno, bellissima Lilibeth!” disse Stephen entrando nella cameretta di sua nipote senza bussare, quel pomeriggio.

“Grazie z-zietto…” rispose la bambina, alzandosi dalla sedia della scrivania: stava per iniziare a fare i compiti “Papà non è con te?”

“Sta parcheggiando la macchina in garage, tra poco salirà a casa” Stephen aveva le mani dietro la schiena, la luce che aveva nei suoi occhi non piaceva affatto a Lilibeth.

“Non ho potuto resistere, sono dovuto venire subito in camera tua. Da te. Per darti il mio regalo, ovviamente!” Così dicendo, lo zio estrasse da dietro la schiena un dono dalla forma strana, impacchettato alla bell’e meglio con una carta da regalo color pastello. La bambina squadrò il regalo dello zio, si avvicinò e lo prese tra le mani.

“Non fanno più giocattoli come questi, mia cara!” disse soddisfatto Stephen, mentre la nipote scartava con cura il regalo “L’ho trovato ad una bancarella dell’antiquariato, certo, ma è praticamente nuovo!”

Scatola-0

Lilibeth tolse l’ultimo pezzetto di carta dal regalo. Rigirò tra le mani, con gli occhi pieni di curiosità, la scatola nera dai bordi di metallo argentati. Sul lato aveva una leva in metallo che, girandola, avrebbe fatto innescare il suo meccanismo.

“Oh… Ho capito cos’è!” volse la testa in direzione dell’uomo “Un giocattolo molto bello, zio, grazie mille!” La bambina tornò verso la scrivania per posare la scatola.

“Finalmente posso vedere” sibilò a denti stretti il clown rinchiuso nella scatola. Fece un passo e poggiò le sue grandi mani nere artigliate sulla parete della sua prigione. Vide una stanza da bambina ben ordinata, illuminata dal sole del pomeriggio, Lilibeth che gli dava le spalle parlava con un uomo grande e robusto, che si passava il pollice e l’indice sui baffi. Vide l’espressione compiaciuta del tipo, e i suoi occhi dalla strana luce. Lo ascoltò invitare la nipote a provare il suo nuovo giocattolo. La bambina si girò verso di lui.

“Avanti mocciosetta” gli occhi di Laughing Jack guardavano sadicamente gli occhi di Lilibeth, la quale non poteva minimamente sapere che lui le stesse parlando “Ti farò morire dal ridere…”

D’un tratto il clown strabuzzò gli occhi, incredulo a quello che stava guardando. Notò che la bambina aveva totalmente cambiato espressione, la vide sollevarsi da terra e fissò le grandi mani che le cingevano i fianchi e la parte inferiore della sua pancia. L’uomo cominciò a strusciarsi viscidamente dietro di lei e con voce roca sentì sussurrare “Lo zietto ama molto la sua… Lilibeth.”

Jack sentiva un misto di disgusto e curiosità crescere dentro di sé. La bambina, pietrificata, aprì la bocca per dire qualcosa, ma lo zio gliela tappò prontamente con la sua mano “Non chiamare paparino o rovinerai tu… OUCH!” Lilibeth aveva affondato i suoi denti nella carne della mano e lo morsicò con tutte le sue forze. Riuscì a dimenarsi dalla stretta e tirò un grosso schiaffo alla sua faccia, graffiandolo a sangue. A Jack scappò un ghigno.

“VATTENE VIA!” strillò Lilibeth rossa in volto. L’uomo fissò incredulo la sua mano sanguinante, poi la nipote. I suoi occhi mutarono in un’espressione aggressiva. Si sentì una porta chiudersi al piano di sotto. Stephen ringhiò: “Adesso la pagherai, stronzetta!” Dopo uno sguardo arcigno alla bambina si girò ed uscì dalla stanza, sbattendo la porta dietro di sé. Lilibeth si passò la manica della sua maglia blu sulla sua bocca sporca di sangue e di vergogna. Cominciò a tremare. Poteva sentire benissimo il rumore di un’accesa discussione e, infine, la porta d’ingresso che veniva sbattuta con violenza. 

Jack si sedette comodamente a gambe incrociate, attento a non farsi scappare nulla di quanto sarebbe successo di lì a poco. Non stava più nella pelle.

Il signor Harris spalancò di colpo la porta della stanza e fulminò Lilibeth con lo sguardo: “TU. DISGRAZIATA!”

2

“Zio Stephen… Oddio, papà” la bambina sollevò le braccia con voce tremante, cercando di calmare suo padre, che si stava avvicinando minacciosamente “Non ho fatto nulla… Ha-ha cominciato a toccarmi… Quel maiale…” Non riuscì a terminare la frase perché uno schiaffo fortissimo la colpì in pieno volto. Lilibeth per l’impatto perse l’equilibrio e cadde in ginocchio per terra. Sotto shock, stava avvicinando la sua mano alla guancia quando si sentì strattonare per la collottola della maglia dal padre. L’uomo si sedette sul letto, buttò sua figlia sulle sue ginocchia, scostò la piccola gonna nervosamente e cominciò a sculacciarla violentemente.

“Ma in questa casa non c’è bisogno di me!” esclamò Jack balzando in piedi, divertito da quella scena: “Però… Forse…” Il clown avvicinò il suo lungo dito al mento, socchiuse gli occhi e mentre guardava la bambina singhiozzare, che implorava il padre di smetterla e che si copriva la testa con le braccia, un sorriso diabolico si dischiuse sul suo volto, mostrando i suoi denti aguzzi: “Sì… Perché no?!” E attaccò a ridere di gusto. Una risata isterica e angosciante che non prometteva nulla di buono.

Lilibeth era distesa sul suo letto, con il volto affondato nel cuscino. Piangeva e singhiozzava disperatamente. Non riusciva a credere a quanto le era successo. 

Dopo aver punito così severamente la figlia, il signor Harris era andato via di casa per calmare i nervi. La bambina sollevò la testa dal cuscino completamente bagnato dalle sue lacrime, solo dopo una buona oretta. Nella testa, rimbombavano ancora le parole terribili di suo padre, che la sgridava dopo ogni colpo inferto: “NON T’AZZARDARE MAI PIÙ A DIRE CERTE COSE DI TUO ZIO, PICCOLA STUPIDA VIZIATA” e “TI FACCIO PASSARE LA VOGLIA DI RACCONTARE BALLE, MALEDETTA”. Cercò di mettersi seduta sulle ginocchia, ma il dolore era ancora molto forte. Affondò le dita nel cuscino, se lo portò alla faccia rigata dalle lacrime. Lo premette contro le labbra e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo. Come ha potuto suo padre farle questo? Lilibeth scagliò il cuscino contro il pavimento e ansimando guardò la scatola nera sulla scrivania. Dolorante, scese dal suo letto e andò verso il suo armadio per aprirlo. Rovistò all’interno del mobile e, con un martello in mano e lo sguardo carico di odio, si diresse verso la sua scrivania, intenzionata a fare a pezzi il regalo dello zio. La bambina posò il martello sulla sedia e prese tra le mani la scatola. Le diede un’occhiataccia mentre afferrava la leva di metallo e lentamente, la girò. Dal gioco partì una musica per bambini, “Pop goes the weasel”, ma Lilibeth la ricordava come una canzoncina allegra e rassicurante, mentre quella versione che stava ascoltando era sinistra e agghiacciante. La scatola continuò a suonare e, terminata la musica, il coperchio si aprì di scatto. La cosa strana è che non fuoriuscì alcun giocattolo a molla sghignazzante. Perplessa, la bambina guardò l’interno della scatola: completamente vuota.

“Figurarsi” borbottò Lilibeth lasciando cadere la scatola sul pavimento. Si girò per prendere il martello che aveva posato quando, ad un tratto, sentì uno scoppio dietro le sue spalle. Con un grido di sorpresa la bambina si voltò velocemente  in direzione del rumore. Ciò che vide, la lasciò senza parole. Una grande nuvola di fumo nero si sprigionò dalla scatola e un enorme clown grottesco in bianco e nero apparì all’improvviso, con le lunghe braccia alzate, le maniche a strisce, che esclamò trionfante: “SIGNORE E SIGNORI! ECCO A VOI IL PIÙ BRAVO, GRANDE E SPETTACOLARE CLOWN MAI ESISTITO SULLA FACCIA DELLA TERRA! UN BELL’APPLAUSO AL SOLO ED UNICO LAUGHING JACK!!!” il clown attaccò a ridere e dal nulla una pioggia di coriandoli e stelle filanti cadde per tutta la stanza. Jack rimase per un po’ immobile in quella sua trionfale postura. Girò la testa verso una Lilibeth sbigottita. Abbassò un sopracciglio e bisbigliò: “Nemmeno un applauso? Mi va bene anche uno piccolo piccolo…”

La bambina si scosse e cominciò a battere le mani, confusa. A quel punto il clown sorrise e si sprofondò in numerosi e ampi inchini. Non può essere reale. Forse mi sono addormentata mentre piangevo... pensò Lilibeth smettendo di battere le mani. Rifletté poi sul fatto che non era proprio possibile, dal momento che sentiva ancora dolore al fondoschiena.

“Ti ringrazio per aver aperto la mia scatola, Lilibeth!” le disse Jack cominciando a stiracchiarsi. Senza staccarle mai gli occhi di dosso, si allungò all’indietro e poggiò le mani a terra, così da formare un arco con la schiena, le vertebre scricchiolarono lievemente con quel movimento fluido. Poi sollevò le gambe e fece una verticale con un equilibrio perfetto “Anche se, a dire la verità, mi hai fatto sudare freddo quando ti ho visto avvicinarti con il martello in mano” così dicendo, il clown indicò con il dito la sedia dietro la bambina, rimanendo con una sola mano appoggiata a terra.

“Tu… Conosci il mio nome?” mormorò la bambina meravigliata “Ma come fai a sapere del martello? Non potevi vedermi, eri chiuso nella scatola…”

“Oh, piccolina” Jack piegò il braccio di scatto e con una capriola si rimise in piedi “Dalla mia scatola posso vedere il mondo esterno e ciò che succede intorno” appoggiò le mani sulle sue ginocchia, si piegò verso di lei, per guardarla dritta negli occhi e sussurrò: “Ho visto anche quello che è successo, prima”. Lilibeth indietreggiò imbarazzata, con il viso in fiamme per la vergogna “Hai… Hai visto tutto?” Lui annuì, gli occhi argentati rammaricati. La bambina volse lo sguardo a terra, mordendosi il labbro inferiore. Due grossi lacrimoni caddero. 

“Te le ha date belle forti, il paparino…” Jack allungò la mano verso la sua testa, accarezzandole delicatamente e dolcemente i lunghi capelli rossi “Ma quello che non riesco a capire è questo: non hai fatto la bambina cattiva, per meritare una punizione così severa, anzi. Perché papà non ha invece picchiato lo zietto e non ha creduto e protetto la sua bambina?” 

Lilibeth scosse la testa e tirò su col naso. Perché non l’ha fatto? 

“Dai, ragazzina” il clown si accovacciò davanti a lei e fece per prenderla in braccio, ma non appena la toccò all’altezza del sedere, la bambina piagnucolò: “Mi fai male, attento!”

Jack la lasciò andare immediatamente, sospirando infilò una mano nella manica a righe della sua maglia ed estrasse un lecca lecca verde. Lo porse a Lilibeth dicendole: “Tieni. Assaggialo! Vedrai che ti sentirai subito meglio…” Lei si asciugò gli occhi, titubante guardò il dolcetto. Dopo un attimo di esitazione lo prese dalla sua mano. Lo assaggiò: menta piperita, il suo gusto preferito. Con gli occhi e con un gesto del capo ringraziò Jack, continuando a succhiare la caramella. Di colpo la bambina sgranò gli occhi, incredula: “Signor clown! Non mi fa più male nulla! Ma com’è possibile?”

“Signor clown?” Jack la guardò divertito “Mi sembra di essermi presentato, prima. Comunque, di cosa ti stupisci? Il tuo amico Laughing Jack renderà bello il giorno del tuo compleanno e si occuperà di te per i giorni a venire.” Ipocritamente fece un occhiolino a Lilibeth, che aveva ricominciato a sorridere. Timidamente, lei allungò la mano verso il volto di Jack e con le dita gli accarezzò il naso a righe a forma di cono. Il clown fece appello a tutta la sua volontà per non staccare quelle piccole dita con un morso. Si limitò a mostrare la faccia più buffa che sapesse fare, suscitando le risatine dolci della bambina.

“Allora, Lilibeth! Dato che ora ti senti meglio, ti va di giocare a mosca cieca?” Jack, rialzandosi, le aveva preso la mano.

“Certo Jack! Ma come facciamo se siamo solo in due a giocare?”

“Aaah, di questo non ti devi proprio preoccupare” il clown si guardò intorno con fare misterioso, poi batté le mani con decisione per tre volte: “Forza ragazzi, basta dormire e divertiamoci!” Con grande sorpresa di Lilibeth, i pochi peluches e giocattoli presenti nella sua cameretta cominciarono a muoversi e a sgranchirsi, come se si fossero appena svegliati da un sonno durato anni.

“Oh, Jack!” La bambina lo abbracciò eccitata.

Ill 3

“È solo per la durata del gioco, piccolina. Poi ritorneranno tutti a dormire” Jack si sfilò un largo fazzoletto dalla tasca dei suoi pantaloni e iniziò a bendare Lilibeth “Poi dobbiamo rimettere tutto in ordine prima del ritorno di paparino: non credo proprio che tu voglia farlo di nuovo arrabbiare” si assicurò che lei non vedesse nulla, poi con un orrendo e spaventoso sorriso le sussurrò “Ma non preoccuparti: nei prossimi giorni ci divertiremo da morire.” E iniziarono a giocare.  

La bambina trascorse alcune ore in allegria e spensieratezza grazie al suo nuovo amico. Insieme fecero diversi giochi, aiutati dai balocchi portati magicamente in vita. Terminato il divertimento, la cameretta fu riordinata e tutto tornò alla normalità. Verso l’ora di cena, la porta dell’ingresso si aprì e il signor Harris entrò in casa. 

Sentendo la porta dell’ingresso che si chiudeva al piano di sotto, Jack e Lilibeth si scambiarono un’occhiata. Lei fece un debole sorriso, il clown rimase in ascolto, seduto sul letto. Dopo cinque minuti, uditi dei passi che salivano su per le scale, Jack si alzò e guardando la bambina si avvicinò un dito sulle labbra chiuse. Quindi si inginocchiò e si infilò sotto il letto, coprendosi con un lembo della coperta del materasso. 

“Lilibeth” il padre bussò alla porta della stanza chiusa ed entrò. La bambina, seduta sul letto lo fissava stringendo a sé il cuscino. Notò lo sguardo torvo del papà e un vassoio con un piatto di sandwich e un bicchiere di latte.

“Cenerai in camera tua, stasera. Non voglio vederti per il resto della serata in giro per casa” il signor Harris attraversò la stanza e posò il vassoio sulla scrivania. Fece per andarsene, ma poi si fermò. Guardò dall’alto in basso la figlia e le sibilò: “Domani sarò tutto il giorno con lo zio Stephen per aiutarlo con il lavoro. Da solo, al momento, non può farlo per i sette punti che il dottore ha dovuto mettere alla mano che tu, cretina, hai morsicato. Vedi di fare i compiti del fine settimana domani, perché domenica non voglio avere altri pensieri per colpa tua”.

Il signor Harris lasciò la camera chiudendo la porta. Jack fece capolino da sotto il letto, stando sdraiato di schiena a terra e incrociò gli occhi tristi di Lilibeth, che si era sporta da sopra nello stesso momento.

“Sette punti alla mano!” bisbigliò colpito, con gli occhi argentati eccitati “Però! Dì la verità: hai una tagliola in bocca…”

“Sei tu quello che ha i denti aguzzi come uno squalo” ribatté piano la bambina, trattenendo a stento un sorrisetto.

“Sta scherzando, spero!” le sussurrò il clown con la faccia atterrita “Tutti i compiti… entro domani?”

“Purtroppo papà non scherza mai, Jack. Stai tranquillo, la maestra mi ha assegnato pochi compiti: li farò tutti domani mattina, così dopo potremo giocare serenamente” la bambina sospirò sconsolata.

“I compiti sono noiosi” sbuffò lui strisciando silenziosamente fuori dal suo nascondiglio, di schiena “Vorrà dire che aspetterò pazientemente che tu li finisca. È sicuro che sono pochi?”

“Sì, sì. Hai fatto bene a nasconderti: se papà ti avesse visto, ti avrebbe cacciato via di casa a pugni”.

Jack si alzò lentamente, guardando Lilibeth inespressivo e disse: “Avrai modo di conoscermi bene, piccolina” andò a prendere il vassoio dalla scrivania “Cosa abbiamo qui? Sandwich con prosciutto e formaggio…” 

“Li mangi insieme a me, Jack?”

“Con piacere…” il clown ne prese uno e porse il resto alla bambina. Mangiarono insieme seduti sul letto quei sandwich dal gusto passabile. Finito di cenare, Jack cacciò fuori dalla tasca dei pantaloni un sacchetto dal colore violaceo e lo mise sul grembo di Lilibeth, che lo aprì incuriosita.

“Sono tutte per te” le disse “Ma attenta a non mangiarne troppe”.

Lei infilò la mano nel sacchetto e cacciò fuori una manciata di caramelle coloratissime, belle a vedersi.

“Grazie Jack…” la bambina lo guardò con affetto “Sei molto buono”.

Nonostante Lilibeth avesse trascorso una bellissima serata con Jack che le raccontava favole su favole della buonanotte, cambiando la voce dei personaggi che interpretava e mimando le loro gesta, quella notte fu abbastanza disturbante.

Mentre passeggiava per un sentiero pianeggiante baciato dal sole, Lilibeth si imbatté in Laughing Jack, che le sorrideva raggiante e con dolcezza. La bambina stentò a riconoscerlo: il suo amico era vestito con un abito che aveva gli stessi colori dell’arcobaleno, così come il naso a cono. Le piume sulle spalle erano smeraldine e, con stupore di Lilibeth, i capelli del clown, invece di essere neri, erano di un rosso fuoco, gli occhi azzurri come un cielo soleggiato.

Jack si chinò verso la bambina, mostrandole il palmo e il dorso delle mani. Senza mai smettere di guardarla con gentilezza, chiuse la mano sinistra in un pugno e con la destra picchiettò con il dito due volte il dorso e le dita chiuse. Ruotando la mano chiusa, la aprì, e dal palmo sbocciò un piccolo giglio bianco, su cui era posata una splendida farfalla dalle ali blu zaffiro con i bordi neri ed oro. Davanti a quella magia, Lilibeth rimase incantata. La farfalla mosse lentamente le ali, spiccò il volo e andò a posarsi sul suo piccolo petto, per poi volare via subito dopo. Il clown si rizzò e porse il fiore alla bambina, che lo prese, annusando il suo profumo. Lei fece per prendergli la mano, ma notò qualcosa di strano: Jack aveva smesso di sorridere e battendo ripetutamente le palpebre si era portato una mano alla testa. Barcollò visibilmente, si prese la testa tra le mani con uno sguardo dolorante e cadde in ginocchio, rannicchiandosi, contorcendosi e cominciando ad ansimare e a gemere. Turbata Lilibeth si inginocchiò subito accanto a lui. Si accorse che i colori dei vestiti e dei capelli stavano velocemente sciogliendosi, formando pozzanghere colorate al suolo. I colori stavano lasciando il corpo del clown, per fare posto al nero e al bianco.

“L-Lilibeth… Scappa…” farfugliò Jack digrignando i denti per il dolore.

“No… No NO!” La bambina allungò le mani verso di lui per aiutarlo. Jack alzò di scatto la testa verso di lei, poggiandosi con le mani a terra. Il suo volto a chiazze rosa e bianche era contorto dal dolore, a fatica teneva gli occhi quasi ingrigiti aperti e le urlò disperatamente: “CORRI DANNAZIONE!!! NON RIUSCIRÒ A TRATTENERLO PER MOLTO! SCAPPA E NON TI VOLTARE!”

Lilibeth guardò oltre il suo amico e si accorse che non erano da soli: poco distante c’era un ragazzo coperto con un mantello e un cappuccio calato sul capo. Ciò che la spaventò era la maschera che indossava: completamente bianca, con la fronte pronunciata e un naso orrendamente allungato. Il ragazzo estrasse un lungo coltellaccio da sotto il mantello e cominciò a correre verso di lei.

10 LOW

La bambina si alzò di scatto terrorizzata, guardò con le lacrime agli occhi Jack in quelle condizioni pietose, si voltò e fuggì il più velocemente possibile. Lasciò il sentiero per addentrarsi in una fitta foresta, correndo a perdifiato pregando dentro di sé di riuscire a seminare quell’individuo. Lilibeth sfrecciò tra gli alberi senza mai voltarsi indietro, cercando un posto dove nascondersi, magari una grotta o un albero cavo. Qualcosa alla sua destra catturò la sua attenzione: un’enorme scatola nera dai bordi di metallo argentati rovesciata al suolo. Senza esitazione, si rifugiò al suo interno e si rannicchiò in un angolo. Forse era salva. Cercò di riprendere fiato rimanendo all’erta. Sentì un rumore provenire dall’interno della scatola e girandosi in quella direzione, vide con sgomento lo zio Stephen sbucare dall’ombra. La bambina cercò di rialzarsi in fretta ma lui la bloccò senza dire una parola. La afferrò per un braccio e la strinse a sé, in una morsa soffocante. D’un tratto la scatola vibrò e a Lilibeth sembrò che si sollevasse. Lo zio tenendo sempre avvinghiato a sé la nipote, scivolò lungo la parete, la scatola si girò ed entrambi caddero a terra. La bambina non riusciva a respirare per via di quella stretta mortale e guardò in alto. Vide suo padre, gigantesco, che stava guardando indifferente il contenuto della scatola. Lilibeth cercò di gridare il suo nome, supplicando di aiutarla, ma la voce non usciva dalla sua bocca. Provò e riprovò nuovamente ma non riusciva a emettere suono. Allora inspirò a fondo e con tutta la forza che aveva, gridò di nuovo: dalla sua bocca fuoriuscirono grovigli di filo spinato, che schizzavano in ogni direzione puntando verso l’alto. Con grande orrore, vide suo padre guardarla con disprezzo mentre richiudeva il coperchio della scatola. Si ritrovò nell’oscurità più totale.

Lilibeth si svegliò di soprassalto da quell’incubo atroce il mattino dopo. Si mise a sedere sul letto, guardandosi intorno davvero agitata: era nella sua stanza illuminata dalla luce del mattino. Si infilò le dita in bocca e constatando che fosse tutto a posto, tirò un sospiro di sollievo. Quando si fu totalmente calmata, scese dal suo letto, infilò le pantofole e uscì dalla sua cameretta. Facendo molto piano, attraversò il corridoio per raggiungere la stanza di suo padre. La porta era chiusa, segno questo che il papà non era in casa. In fondo lo sapeva benissimo: lui doveva aiutare il povero zietto ferito per colpa sua, stando fuori una giornata intera. Per un po’ fissò mogia la porta chiusa, poi un profumino invitante e delicato le fece perdere il filo dei suoi pensieri. Scese le scale, intrigata da quel buon odore e con un certo languorino. Passato il salotto, entrò in cucina. Vide Jack che le voltava le spalle, intento sui fornelli, con i lunghi capelli neri raccolti in una retina.

“Ben svegliata, piccolina! Siamo mattiniere, oggi: mancano solo cinque minuti alle otto…” la salutò senza girarsi.

“Buongiorno Jack.” rispose la bambina sedendosi a tavola “Ho avuto un brutto sogno…”

“Oh. Me lo vuoi raccontare?”

“Ehm… Sinceramente già non me lo ricordo più” mentì Lilibeth. Non voleva turbarlo: dopo quell’incubo era contenta di vedere che il suo amico stava bene “Ma perché hai una retina in testa?”

“Questa dici?” lui se la indicò con il dito artigliato, girandosi di profilo per guardare un attimo Lilibeth “Beh, tutti i grandi chef indossano le retine per non far cadere i capelli sul cibo. Lo sanno tutti!”

“Ma gli chef indossano i cappelli da cuoco!” gli fece notare lei ridacchiando “Quelli bianchi a forma di nuvola!”

“GNIGNIGNIGNIGNI” le fece il verso Jack agitando la testa, facendola ridere più forte. Con un movimento deciso del polso alzò di scatto la padella che stava usando e l’ultima fetta di pancake volò, centrando una piccola pila già presente nel piatto, che la bambina non aveva notato. Accanto c’era un altro piatto con una pila più alta. Il clown si avvicinò alle stoviglie dopo aver spento il fornello e ci versò su con una piccola brocca dello sciroppo blu-violetto con piccole bacche. Poi prese un piattino più piccolo con della frutta già tagliata e se lo pose sulla cima della testa, in equilibrio, per poter prendere gli altri piatti con le mani libere. Con una piroetta, si girò per avvicinarsi al tavolo. Notò che Lilibeth aveva già posizionato le posate, due bicchieri e un cartone di succo di frutta all’arancia rossa.

“Voilà! Pancake ai frutti di bosco…” presentò Jack servendo i piatti, poi prese quello piccolo dalla testa lanciando un’occhiata soddisfatta alla bambina stupita “… e palme hawaiane alla frutta!”

Il piattino presentava una simpatica decorazione a base di frutta: il clown aveva utilizzato dei piccoli spicchi di mandarino per disegnare il terreno, una banana tagliata a metà e ritagliata a mezze rondelle per fare due tronchi e dei kiwi fatti a pezzetti per le foglie.

“Oh mamma che bello!” gli occhi della bambina luminosi “È quasi un peccato doverle mangiare!”

Jack sghignazzò mettendosi a sedere davanti al suo piatto con più pancake. Si tolse la retina per mettersela in tasca, facendo ricadere i capelli sulle spalle, e le chiese: “A proposito. La tua mamma?”

Per un attimo Lilibeth lo fissò, poi balzò giù dalla sedia dicendo: “Aspetta, torno subito!” e trottorellò fuori dalla cucina. Jack la guardò allontanarsi con uno sguardo di felice perfidia dipinto sul volto, che cambiò prontamente in uno sguardo incuriosito appena la bambina ritornò: infatti, stringeva al petto qualcosa.

“Ecco, Jack: questa qui è la mia mamma! Si chiama Lauren” la bambina mostrò la fotografia incorniciata al clown, tenendola con entrambe le mani.

“Mmm!” fece lui prendendole la cornice e fissando la bella donna bruna attentamente “Le somigli molto, Lilibeth: hai i suoi occhi. Dov’è in questo momento?”

“È morta.” La bambina fece un piccolo sospiro triste. Jack la guardò aggrottando le sopracciglia “Non l’ho mai conosciuta. Papà mi ha solo detto che, dopo che sono nata, è morta perché era molto triste. Non so per che cosa, questo non me l’ha saputo dire”.

Il clown tornò a osservare morbosamente la foto e commentò: “Peccato. Si è persa un sacco di belle cose: tra queste, quella di vederti crescere per diventare la bella fanciulla che sei ora.” Le riconsegnò la cornice, dandole un tenero e delicato pizzico sulla guancia. Lilibeth, a quel complimento arrossì leggermente.

“Che aspettiamo? Abbuffiamoci prima che si freddi tutto!” disse Jack sfregando coltello e forchetta rumorosamente.

Ill 2

Prima di cominciare a mangiare, la bambina sistemò la foto della mamma accanto a sé, dove c’era una sedia vuota.

Terminata l’ottima colazione e messo in ordine in cucina, Laughing Jack e Lilibeth salirono le scale per andare al piano di sopra. La bambina si lavò e si vestì, dopo di che prese i suoi libri e i suoi quaderni, per mettersi a fare i compiti nella sua stanza. Jack si accoccolò sul letto con un libro illustrato e passò il tempo a sfogliarne distrattamente le pagine. Tutto procedeva bene, Lilibeth si stava affezionando a lui e questa era una gran cosa per il sadico clown. La mattina trascorse tranquillamente: talvolta Jack alzava lo sguardo dal libro per spiare Lilibeth che studiava alla scrivania e la guardava come un predatore feroce in agguato. Verso mezzogiorno e mezzo, la bambina fece cadere la penna sul libro aperto e con uno sbuffo soddisfatto annunciò la fine del suo studio.

“Sai a che pensavo?” le disse il clown chiudendo di colpo il libro e balzando giù dal letto “Dato che vicino casa tua c’è un parco, potremmo organizzare un bel picnic: sarebbe un vero peccato pranzare dentro casa con una bella giornata come questa!”

“Non lo so, Jack… Non sono mai uscita da sola quando papà non era a casa.” Lilibeth si girò verso di lui, ma non riuscì a nascondergli con lo sguardo la sua grandissima voglia di accettare la sua proposta: in vita sua, non aveva mai avuto l’occasione di fare un picnic all’aria aperta.

“E che problema c’è? Ci sono io con te e il parco dista pochissimo da casa: ti assicuro che torneremo presto e paparino non lo verrà mai a sapere… Ti preeeeeeeego!” Jack si portò le grandi mani giunte sotto il mento e batté le palpebre più volte con sguardo supplichevole.

“Va bene!” rise la bambina “A patto però che prima mi aiuti a fare i panini e a costruire questo!” si alzò dalla sedia e si diresse accanto all’armadio. Prese una confezione poggiata accanto al mobile e gliela mostrò: era un kit per costruire un aquilone, uno dei regali dei suoi compagni di classe per la sua festa.

Il clown si avvicinò con la mano tesa verso di lei, che gliela strinse. Con quel gesto solenne, disse: “Affare fatto!”

Sembrava che nel parco fossero loro due soli, il che era strano dal momento che era una splendida giornata di sabato. A Lilibeth non dispiacque l’idea di avere il suo amico tutto per sé: se ci fossero state altre persone e bambini, probabilmente si sarebbero avvicinati a Jack incuriositi dal suo aspetto e loro due non avrebbero potuto giocare con la giusta tranquillità.

Sistemarono insieme il loro piccolo spazio da picnic all’ombra di una grande quercia poco distante dall’area giochi e cominciarono a mangiare di gusto i loro panini imbottiti di pomodoro fresco e tonno. Finito di mangiare, alla bambina venne in mente un’idea. Si alzò ed andò a raccogliere dei fiori di campo poco lontano, li intrecciò per farne una graziosa collana colorata. Tutto questo accadde sotto lo sguardo vigile di Jack, che era rimasto pigramente seduto all’ombra del grande albero. Quando la vide ritornare da lui contenta e con la collana di fiori in mano, dentro di sé pregò sconsolatamente che Lilibeth non l’avesse fatta perché poi la dovesse indossare lui. Tentativo del tutto inutile. Con enorme sacrificio, il clown si fece mettere la collana di fiori dalla bambina, che gli disse rivolgendogli un sorriso dolcissimo: “Ti dona un po’ di colore!” 

Ill 6

Lui frenò la dannata voglia di stritolarle le mani tra le sue. Con un respiro calmo, si passò le dita tra i capelli con un gesto vanesio del capo, mostrando a Lilibeth il suo sguardo più irresistibile e un sorriso a denti stretti, commentando: “Un fiore tra i fiori, proprio!”

Insieme, fecero volare in cielo l’aquilone. All’inizio fu Jack a tenere il manico, finché l’aquilone non volasse stabile in cielo affrontando bene le correnti d’aria. La fantasia disegnata sulla sua tela era di una grande aquila con le ali spiegate, aveva anche una lunga coda decorata con piccoli triangoli colorati di plastica. Con lo sguardo attento verso l’alto, il clown passò il manico a Lilibeth. L’aquilone volteggiava con disinvoltura sopra le loro teste: avevano fatto un bel lavoro nel costruirlo. Passarono un bel po’ di tempo ad osservarlo mentre chiacchieravano, scherzavano e commentavano i suoi voli acrobatici. Un colpo di vento troppo forte, però, spezzò il lungo filo facendo volare via l’aquilone, suscitando esclamazioni di disappunto e protesta da parte di Jack e della bambina.

Il clown si portò una mano alla fronte per poter vedere meglio e mormorò: “Riesco a vedere dov’è caduto. Vado a prenderlo io: tu aspettami qui e non ti allontanare”. Si incamminò a passo svelto nella direzione dove aveva visto cadere l’aquilone. Lilibeth rimase a custodia del manico, a guardare il suo amico finché non sparì dalla vista, per via delle siepi e degli alberi. Si girò e andò verso l’area giochi ad aspettarlo. Saltò sul sedile di un’altalena e cominciando a dondolare piano, estrasse il sacchetto violaceo pieno di caramelle dalla tasca dei suoi jeans. Scelse di assaggiare una caramella rossa a pois: sorprendentemente buona! Rispetto alle caramelle che era solito regalarle suo padre, quelle di Jack erano di ottima qualità e il gusto zuccherino non se ne andava via subito, ma continuava perfetto e intatto per tutta la durata della masticatura.

“Ma che belle caramelle!” commentò una voce alle spalle di Lilibeth, che si voltò. Le si era avvicinata una ragazzina più grande e alta di lei, con i capelli biondi e il naso all’insù. Stringeva al guinzaglio un chihuahua che saltellava eccitato. Annuendo, la bambina prese una caramella arancione con dei brillantini verdi sopra e gliela offrì: “Ne vuoi una?” 

La ragazzina lasciò andare il guinzaglio e prese la caramella. Il cagnolino sparì in una corsa frenetica verso i cespugli. Masticò di gusto, gli occhi meravigliati: “Ma è buonissima! Troppo buone per una sfigata come te.” Con un movimento brusco strappò dalle mani di Lilibeth il sacchetto violaceo. Arrabbiata, la bambina scese dal sedile per affrontare la bulletta, ma fu buttata a terra con un violento spintone. La ragazzina le fu addosso e le diede un forte pizzico al braccio, facendole molto male. “Non provarci con me!” disse la bulletta con tono minaccioso “Queste sono le mie caramelle, adesso.” Alzandosi dalla bambina, se ne andò via facendo rimbalzare il sacchetto nella sua mano in segno di vittoria.

“Ti devono cascare tutti i denti!” le gridò dietro Lilibeth, massaggiandosi il braccio.

La ragazzina proseguì per un po’ la sua passeggiata nel parco, guardando con bramosia il contenuto del sacchetto. Si fermò quando si sentì un “PST!” da dietro un ampio cespuglio. Vide un grosso clown in bianco e nero che le sorrideva con gli occhi sgranati, coperto per metà dalle foglie.

“E tu che diavolo vuoi?” disse la bulletta “Io odio i clown.”

“Quel sacchetto non è tuo.” si sentì rispondere “Ma sui clown hai proprio ragione! Sappiamo come essere orribili.”

La ragazzina deglutì, sentendosi a disagio.

“Molla il sacchetto.” Sussurrò con tono sinistro Jack, avanzando di un passo e uscendo parzialmente dal cespuglio.

“Fottiti! Non mi fai paura. Chi cazzo ti credi di essere?”

Il clown alzò di scatto le braccia: in una mano stringeva un guinzaglio con appeso il chihuahua sventrato. Aveva i bulbi oculari che pendevano dalle cavità orbitali vuote,  tutte le viscere tirate fuori. Nell’altra mano il collare del cane.

“Uno che sa dove abiti!” le rispose. Gli occhi di Jack scintillanti.

La ragazzina lasciò cadere il sacchetto a terra per lo shock. Sentì i suoi pantaloni bagnarsi. Scappò via urlando seguita dalle risate malsane del clown.

Jack uscì dal cespuglio asciugandosi le lacrime agli occhi per le risate. Lanciò dietro di sé la carcassa con il collare, si chinò per raccogliere il sacchetto e si strappò via la collana di fiori. Andò a recuperare l’aquilone e si incamminò per tornare da Lilibeth.

La trovò seduta all’altalena dell’area giochi, con il viso imbronciato che guardava l’erba. Lei non si accorse che stesse arrivando, presa com’era dai suoi pensieri. Il clown posò a terra l’aquilone, si avvicinò e scosse il sacchetto violaceo sulla testa della bambina. Lei alzò il capo sorpresa e fece per prenderlo, ma Jack serrò la mano di scatto, facendo sparire il sacchetto dalla sua vista. Guardò Lilibeth mettendosi a braccia conserte, scuro in volto le disse con tono offeso: “Così non va affatto bene, signorina. Per niente.” Chinandosi lentamente verso di lei scandì a denti stretti: “Non ti regalo le mie preziose caramelle perché poi te le faccia rubare dal primo bullo in circolazione.”

La bambina incassò la testa nelle spalle e con gli occhi lucidi guardò a terra. Il clown stese il braccio verso di lei e con un dito le sollevò il mento, così da costringerla a guardarlo negli occhi e continuò: “Come sei stata brava a difenderti da tuo zio ieri, dovresti essere in grado di difenderti sempre da chiunque, no? Cos’è cambiato oggi?”

Con un sospiro, Lilibeth scosse la testa. Non sapeva come rispondergli.

“Ragazzina, io ho un bel po’ di esperienza sulle spalle e ti dico solo questo: ad essere troppo buoni, ad aspettarsi dagli altri di essere trattati come trattiamo loro è sbagliato. Gli altri non aspettano altro di poterti sfruttare a loro beneficio e, una volta ottenuto, ti gettano via dimenticandosi di te. In poche parole: se sei troppo buona e quindi debole, Lilibeth, diventi cibo per cani.” Jack fece un movimento con la testa, per indicare casa sua, alzando di scatto le sopracciglia: “O cibo per i porci, se preferisci.”

La bambina annuì lentamente: il suo amico voleva metterla in guardia.

Il clown si inginocchiò improvvisamente accanto a lei, serio in volto, ed estrasse dalla fodera attaccata alla sua cintura un coltellaccio. Lilibeth sobbalzò alla vista dell’arma: era lo stesso coltello che aveva visto nel suo incubo. “Avanti, prendilo.” Le ordinò Jack in tono autoritario. Lei ubbidì, afferrando con entrambe le mani il manico.

“Dunque” cominciò il clown con tono paziente, guardandola fisso “dovesse capitare qualche altro brutto episodio, devi tenere bene in mente una cosa: niente esitazioni. Se qualcuno vuole farti del male, tu non devi dargli il tempo di permetterlo.” Lanciò un’occhiata al pugnale: “Con questo, stai certa che non puoi sbagliare. Piccolo consiglio: un buon affondo è quello che viene dato dal basso verso l’alto. Magari tenendo la parte della lama verso di te, così.” Jack le prese le mani, ruotò il coltello e lentamente imitò il movimento dell’affondo verso se stesso.

La bambina rabbrividì quando il suo amico le lasciò le mani e con un filo di voce gli chiese: “Jack, chi ti ha dato questo coltello?”

Il clown la fissò, poi girò la testa fissando il vuoto: “L’ho preso dall’unico amico che ho avuto.”

7

Lilibeth, fissando l’arma tra le sue mani, mormorò: “Grazie”. Notando che il clown aveva assunto una strana espressione mentre era perso nei suoi ricordi, gli disse dispiaciuta: “Ti chiedo scusa, Laughing Jack. Dal più profondo del cuore.” Jack la guardò con la coda dell’occhio. Sospirando, alzò gli occhi al cielo e si diede un colpetto sul viso con la mano. Prontamente, la bambina si sporse dal sedile dell’altalena e gli diede un bacio sulla guancia. Lui si alzò, arruffandole i capelli. Si portò di fianco a lei, di fronte all’altra altalena e vi salì balzandoci in piedi. Afferrò una delle catene con una mano, mentre l’altra la tese a Lilibeth: “Dammi il coltello: te lo restituisco quando torniamo a casa”.

“Ritorniamo di già?” Chiese la bambina passandogli l’arma.

Mentre si infilava il coltello alla cintura, Jack disse con un ghigno di sfida: “Non prima di una bella gara!” prese le catene con entrambe le mani, cominciò a muoversi, facendo dondolare velocemente il sedile “Ti sfido, piccolina: una corsa nello spazio, giro intorno alla luna e poi di nuovo qui! Chi perde, prepara la cena!”

“Ehi, aspettami!” protestò Lilibeth, iniziando a dondolare anche lei.

Quella sera, dal momento che aveva perso la gara, toccò alla bambina occuparsi della cena. Decise che avrebbe preparato una minestra: era brava nel cucinarla da sola. Lilibeth si posizionò ai fornelli, mentre il clown si accomodò a tavola dopo averla apparecchiata. Mentre era intenta a cucinare, lei lanciava a volte un’occhiata dietro di sé per vedere che faceva Jack: ogni volta che la bambina si voltava verso di lui, il clown prendeva il cucchiaio e picchiettava con il manico la superfice del tavolo in segno di impazienza, ma con un sorrisetto soddisfatto e tronfio. Finito di cucinare, Lilibeth versò la minestra nei piatti e la portò a tavola. Jack contemplò per un po’ il suo piatto: dall’odore sembrava buono. Comunque, si tappò il naso a cono con le dita mentre si avvicinò la prima cucchiaiata alle labbra, beccandosi un verso di disapprovazione da parte della bambina. La minestra era abbastanza buona. Cenarono serenamente, chiacchierando. Qualche volta e sempre di proposito, il clown sorseggiava rumorosamente dal cucchiaio e, guardandosi intorno con circospezione, avvicinava a sé il piatto per non farselo rubare. Lilibeth rideva tutte le volte.

Dopo cena e lavati i piatti, Jack e Lilibeth salirono al piano di sopra per andare in cameretta. La bambina si domandava del perché ancora suo padre non fosse rincasato, ma il clown le fece notare che, essendo sabato sera, probabilmente sarebbe ritornato più tardi: “Sarà andato a divertirsi un po’ in giro, non preoccuparti. Strano però che non ti abbia chiamato per avvisarti… O per sapere come stavi.”

Lilibeth si lasciò cadere sul letto con il viso pensieroso, dicendo: “Magari domani papà sarà di buon umore…”

“Dal momento che è sabato sera per tutti, perché non divertirci anche noi?” le domandò Jack sorridendo e cominciando a girare lentamente su se stesso. Continuò: “In occasioni come queste, si va a cantare nei locali, si balla insieme… SI SUONA UNA BELLA CANZONE!” il clown si girò con un salto verso la bambina, con una bella fisarmonica tra le mani. 

Jack intonò con lo strumento la canzone di un valzer francese, muovendo con maestria le dita sui tasti. Per lo stupore, Lilibeth si era portata le mani al volto, dicendo: “Ma… Ma sei bravissimo! Quante canzoni conosci?”

“Tutte quelle che il mondo ha da offrire…” rispose lui modesto, senza smettere di suonare. Non la prese in giro: nell’ora che seguì, il clown si esibì senza stancarsi mai in numerose canzoni di generi diversi, suonando pezzi di jazz, basi per ballare il tango, alcune canzoni popolari e famose. Contenta per quello spettacolo, la bambina accompagnava battendo a ritmo le mani le performance del suo amico. Jack aveva appena cominciato a suonare una tarantella con la fisarmonica, quando Lilibeth, dopo aver rimuginato un po’, gli chiese: “Jack… Posso farti una domanda personale?”

“Spara” preso dal ritmo, il clown attaccò qualche piccolo passo di danza.

“Come mai non sei colorato? Tutti i clown lo sono, ma tu no…”

Jack, spiazzato da quella domanda, stonò orribilmente la canzone smettendo di colpo di suonare. Rimase in silenzio, poi, guardandosi, avvicinò una mano ad una delle sue bretelle e se la pizzicò, tirandola.

“Lilibeth… Ma io…” mormorò con lo sguardo perso nel vuoto “Io ero colorato. Io ero un’esplosione di colori…!” il clown si girò nella sua direzione e si andò a sedere sul letto, accanto a lei. Sistemò la fisarmonica a terra.

“Che fine hanno fatto i tuoi colori, Jack?” chiese innocentemente la bambina.

Lui ignorò quella domanda. “Adesso che mi ci fai pensare…” disse lui assente, voltando la testa verso di lei lentamente. Lilibeth capì che qualcosa non andava: il suo amico la stava guardando negli occhi, ma era come se non fosse lì con lei. Sembrava che Jack fosse in trance.

8

“Tu hai i capelli rossi come li avevo io…” il clown avvicinò la sua mano verso la bambina e cominciò ad accarezzarle piano i lunghi capelli “e gli occhi… Sì. I miei occhi erano azzurri come i tuoi”. Con quell’inquietante espressione assente, Jack allungò l’altra mano e la posò sulla spalla della bambina. La mano con cui stava accarezzando i suoi capelli, si spostò sul suo piccolo collo. Sussurrò: “Dove sono andati i miei colori…? Che fine hanno fatto… Isaac…?” il clown pronunciò quel nome con un ringhio gutturale.

“J-Jack…?” disse Lilibeth allarmata. Stava cominciando ad avere paura. La porta dell’ingresso al piano di sotto si aprì per poi chiudersi un momento dopo. A quel rumore, il clown riprese coscienza battendo le palpebre. Si accorse che la bambina lo stava fissando impallidita. Le rivolse un sorriso disturbante e le canticchiò a voce bassa: “Paparino è tornato a casa, Lilibeth: non sei contenta?”

La lasciò andare, prese la fisarmonica e facendo piano, si alzò per andare verso l’armadio. Lo aprì e ci si infilò dentro, dopo un’occhiata compiaciuta verso di lei, socchiudendo le ante.

La bambina si scosse, scese dal letto ed andò a chiudere immediatamente la porta. Se suo padre si fosse accorto che ancora non era andata a letto, sarebbero stati guai seri. Chiusa la porta, si tuffò nel suo letto, sotto le coperte: non c’era il tempo per infilarsi il pigiama. Si girò, volgendo la schiena verso la porta e chiuse gli occhi per fare finta di dormire. Si era dimenticata di spegnere la luce della lampada della scrivania, ma preferì rimanere a letto. Passarono alcuni minuti, prima che la porta si riaprisse piano.

Lilibeth rimase immobile sotto le coperte. Forse il papà si era affacciato in camera sua per controllare che stesse dormendo. Sentì dei passi silenziosi che si stavano avvicinando al letto. La bambina aprì un occhio: perché papà si era avvicinato? Spalancò gli occhi quando si accorse che delle mani le avevano attaccato del nastro adesivo sulle sue labbra, con forza.

“Adesso tocca allo zietto farti sanguinare, carina!” sussurrò con voce roca Stephen al suo orecchio. Afferrò le coperte con la mano fasciata e le scostò, buttandole sul pavimento. Saltò addosso a Lilibeth, bloccandole i fianchi con le ginocchia, le mani spinsero le sue spalle contro il materasso. Spaventata a morte e con il cuore in gola, la bambina fece scattare le braccia in alto. Le calde lacrime cominciarono a scivolare sulle sue guance non appena lo zio cominciò a leccarle la faccia e a toccarla ovunque. Le prese le braccia e le spinse sopra la testa: cominciò a baciarla nervosamente sul collo e sul petto. Lilibeth riuscì a infilare le sue mani sotto il cuscino. Tenendo con una mano i polsi della nipote fermi, Stephen accarezzò con la mano fasciata e impacciata la sua piccola pancia, fino ad arrivare a tastarla in basso. In quel momento la bambina pensò con tutta se stessa di trovarsi altrove, lontano dalla tragedia che stava per abbattersi su di lei. Dov’era suo padre in quel momento? Perché Jack non andava a salvarla? Riaprì gli occhi: vide suo zio che si stava alzando da lei per mettersi in ginocchio, respirava affannosamente, il volto rosso, gli occhi con le pupille dilatate. Stephen si era messo le mani ai pantaloni e fece per calarseli. Fu in quel momento preciso che Lilibeth reagì: con la forza della disperazione, afferrò il manico del pugnale nascosto sotto il suo cuscino e, fulminea, si alzò a sedere, pugnalando il ventre molle di suo zio. La lama penetrò fin quasi ad arrivare al manico. Stephen, per il colpo, emise un goffo verso sorpreso. Senza esitazioni, la bambina fece forza sul coltello con entrambe le mani, sollevandolo: riuscì a lacerare la pancia di suo zio, facendo salire la lama fino alle costole. Un getto di sangue schizzò sulla sua maglia e sui suoi jeans. Lilibeth estrasse l’arma dal corpo dello zio. Lui si avvicinò le mani sulla ferita con un gemito e si accasciò su un lato, rannicchiandosi e rantolando. Scossa da violenti brividi, la bambina strisciò via e scese dal letto, con il coltello gocciolante ancora tra le mani. Catatonica e con gli occhi sgranati, fissava le lenzuola del letto che si bagnavano di sangue.

Ill 8

“NON. CI. CREDO.” Si sentì pronunciare dall’armadio. Jack balzò fuori dal mobile a braccia aperte: “Davvero ce l’hai fatta, Lilibeth?” Il clown si avvicinò a lei, si chinò e le strappò via dalle labbra il nastro adesivo. Poi guardò l’uomo ferito sul letto che gemeva per il dolore e che si stringeva il ventre.

Commosso, Jack si portò una mano al petto e si rivolse alla bambina con gli occhi argentati lucidi: “Oh, tesoro, hai seguito i miei consigli! Ma come siamo state brave! SONO COSÌ FIERO DI TE!!!” Il clown, contento, l’aveva afferrata da sotto le ascelle e la alzò in alto ridendo, saltando, facendo giravolte e tempestandole le guance di baci eccitati. Lilibeth non reagiva. Non capiva nulla di quanto le stava accadendo intorno. Sentiva le voci intorno a sé come se fossero ovattate. Jack la posò a terra. La bambina sapeva che il suo amico le stava chiedendo qualcosa, ma non riusciva a capire nulla. D’un tratto sentì schioccare più volte le dita accanto all’orecchio e ritornò in sè. “Ragazzina, ti ho chiesto dove sono gli attrezzi da lavoro di papà: non fare l’egoista e fa’ giocare anche me!” le disse il clown con tono seccato.

“S-sono… Sono nel garage…” ansimò Lilibeth, confusa. Jack le diede due colpetti affettuosi con la mano sulla testa ed uscì saltellando allegramente dalla stanza.

La bambina, rimasta sola con lo zio agonizzante al letto, venne travolta da numerosi pensieri. Cosa doveva fare? Chiamare la polizia? I soccorsi? Cosa avrebbe detto, dal momento che era stata lei a ferire a morte l’uomo? Doveva difendersi: non poteva fare altrimenti… Impanicata, pensò all’eventualità di venire addirittura arrestata per quel che aveva fatto. Guardò il coltello insanguinato che aveva tra le mani: il papà come avrebbe reagito? Alzò piano lo sguardo e fissò lo zio. Non sapeva come descrivere la nuova emozione che stava crescendo dentro di lei, nel guardarlo in quello stato. Era come se provasse una sorta di orgoglio per se stessa: la sensazione di chi era riuscito a salvarsi da un grave e crudele pericolo.

Il clown ritornò in camera dopo dieci minuti, mentre scuoteva la testa annunciò: “Lilibeth, paparino russa beato sul divano del salotto. E puzza di alcool da far schifo.”

Posò a terra la grande cassetta degli attrezzi del signor Harris, un grosso carica batterie per automobile con tanto di cavi e appoggiò una lunga e spessa barra di metallo acuminata alla parete. Si sentiva particolarmente creativo, quella sera.

“Uuungh… A-ambulanza…” farfugliò Stephen allungando la mano fasciata sporca di sangue verso Jack “Ti… ti prego. Pietaaàhhh…” 

“Oh zietto, non preoccuparti!” disse il clown guardandolo cordiale “Avrai la stessa pietà che avresti riservato alla marmocchia” si inginocchiò, frugando nella cassetta degli attrezzi e tirò fuori un tubetto di colla a presa rapida. Si avvicinò a Stephen mentre svitava il tappo, quindi si chinò su di lui e gli infilò il tubetto nella bocca, strizzandoci dentro tutta la colla. Dal momento che Stephen emise versi confusi e angosciati, Jack lo rimproverò: “Non si parla con la bocca piena!” Lilibeth fissò la scena inorridita e, mentre il clown massaggiava con le mani artigliate le guance e le labbra dello zio, indietreggiò in direzione della porta. Si girò e corse via. 

“Piccolina! Non rimani a giocare?” la chiamò Jack, voltandosi. Scrollò le spalle, dando una pacca sul volto di Stephen: “Uff… Le donne. Anche se doni loro il mondo, non sarà mai abbastanza” Si inginocchiò di nuovo accanto alla cassetta ed estrasse degli occhialini da saldatore e una fiamma ossidrica portatile. Indossati gli occhialini, si voltò verso Stephen: “Come mi stanno?”

Per tutta risposta, l’uomo si girò di pancia sul letto con un lamento soffocato e si rannicchiò: respirava a fatica. “Oh-oh… Meglio sbrigarsi” Commentò Jack prendendo da terra la fiamma ossidrica ed avvicinandosi alla barra. Mentre arroventava la parte che andava dalla punta alla metà della barra, disse: “A proposito di doni: mi ricordo benissimo quando hai comprato la mia scatola. Sai, potevo vederti da lì dentro… Hai preso la mia scatola tra le mani con non curanza, guardandola con aria di sufficienza. Nemmeno ti sei preoccupato di vedere se funzionava. Questa cosa mi ha molto offeso, zietto…” spense la fiamma ossidrica e la pose a terra: la barra era diventata incandescente per metà, proprio come voleva. Si tolse gli occhialini e sibilò: “In fondo cosa te ne fregava del regalo: quello che volevi era solo poterti strusciare e palpare per bene tua nipote al suo compleanno.” Tenendo la barra con entrambe le mani, il clown si diresse ai piedi del letto, la sollevò all’altezza della sua testa per prendere meglio la mira e con un grande sorriso sadico, esclamò: “È l’ora della puntura, zietto! ADESSO puoi calarti le braghe!!!” Ridendo, Jack impalò senza pietà Stephen: il colpo fu fortissimo e la barra penetrò velocemente da dietro il corpo dell’uomo, finché la punta non fuoriuscì tra il torace e il collo. Dal momento che la bocca era incollata, fiotti di sangue uscirono dalle sue narici e dalla ferita al ventre. Il clown, usando la sua forza bestiale, sollevò l’uomo tenendolo per la base della barra: sembrava che stesse sbandierando un orrendo drappo, dato che Stephen, con gli occhi fuori dalle orbite, agitava convulsamente braccia e gambe. Con violenza, Jack piantò la barra nel pavimento, incastrandola. Poi avvicinò il carica batterie e prese i cavi per le pinze. Le attaccò entrambe alle parti rimaste scoperte della barra, alla base e alla punta, provocando scintille e scoppiettii elettrici. Stephen cominciò a sussultare e ad essere in balia degli spasmi a causa della barra elettrificata: gli ci sarebbe voluto ancora un po’ per morire. Il clown si strofinò le mani, soddisfatto. Andò ad aprire la finestra della camera, visto che il corpo cominciava ad emettere fumo e a emanare cattivo odore di bruciato. Si sedette a terra con le gambe incrociate e contemplò lo spettacolo per un po’, sghignazzando di tanto in tanto.

Il signor Harris si svegliò nel buio del suo salotto. Si puntellò sui gomiti, steso sul morbido divano. La testa gli girava moltissimo: aveva davvero esagerato con il whisky, come mai prima di allora. Del resto, dopo una dura giornata di lavoro e preoccupazioni, si meritava pienamente un po’ di svago, ancora meglio se in compagnia di suo cugino Stephen. Davvero gentile da parte sua offrirgli una bella serata al pub, guidare al posto suo e riaccompagnarlo a casa in spalla, nonostante l’incidente del giorno prima con sua figlia. 

Lilibeth… Forse era meglio andare a controllare se quella piccola delinquente era andata a dormire. Sbuffando, Daniel scese dal divano e, barcollando e andando a tentoni, uscì dal salotto. Fu ai piedi delle scale che si accorse di un tanfo nauseante provenire dal piano di sopra. Allarmato, salì più in fretta che poté le scale, aggrappandosi al corrimano. Giunto al piano, vide la porta di sua figlia aperta e la luce accesa nella stanza. Entrò e lo vide. Travolto dall’orrore cadde in ginocchio e fece per strapparsi i capelli: “STEPHEN?!”

Alla vista del corpo quasi annerito di suo cugino impalato e per l’odore ripugnante che emanava, il signor Harris vomitò sul pavimento. Tremante, rialzò la testa e si accorse prima del carica batterie della sua automobile attaccato alla barra, poi dello squarcio al ventre di Stephen. Si portò le mani davanti agli occhi sbarrati e si chinò di nuovo per vomitare. Scosso e ansimante, riuscì a rialzarsi e ad uscire dalla cameretta. Aveva fatto solo pochi passi, quando si sentì chiamare dal corridoio buio. La voce esitante proveniva dalla parte della sua camera da letto: “Pa-papà?”

Daniel si voltò nella direzione di sua figlia: per il buio non riusciva a vederla bene. “Lilibeth! Stai bene?” riuscì a trovare l’interruttore della luce e l’accese. Guardò incredulo la bambina turbata, con i vestiti sporchi di sangue, armata di un coltellaccio.

“Io… io non volevo…” sussurrò tremante la bambina, cominciando a piangere “Te lo giuro, papà: non volevo. Lui… i-io…” si fermò. Suo padre aveva cambiato espressione e stava avanzando piano verso di lei, con i pugni chiusi. Si poteva leggere nei suoi occhi l’ira che cresceva ad ogni passo. Lui ripeté lentamente: “Io… non… volevo” fu di fronte a lei, la sovrastava con la sua grande ombra.

“DANNATO DEMONIO!” urlò il signor Harris colpendo con un pugno brutale sua figlia. Lilibeth stramazzò a terra, il coltello le cadde di mano. Respirando pesantemente, suo padre si chinò, prese l’arma da terra e continuò a urlare: “COME OSI DIRMI CHE NON VOLEVI, GUARDANDOMI IN FACCIA? PROPRIO TU, SCHIFOSA, CHE HAI DISTRUTTO LA MIA VITA!” La bambina, sofferente, era riuscita a rimettersi in piedi. Le sue gambe traballavano vistosamente: riuscì ad alzarsi appoggiandosi alla porta della camera di suo padre. Lui continuò: “NON TI BASTAVA PORTARE TUA MADRE ALLA DEPRESSIONE, NON TI BASTAVA SPINGERLA AD UCCIDERSI: PER COLPA TUA! LAUREN… DOVEVO INSISTERE DI PIÙ: DOVEVO COSTRINGERTI AD ABORTIRE!”

Accadde tutto in un attimo. Il coltello penetrò il piccolo petto di Lilibeth, ferendola mortalmente. Daniel estrasse violentemente il pugnale. Lilibeth si guardò la ferita, che cominciò subito a sanguinare. Si avvicinò le mani al petto, come un piccolo angelo in adorazione. Alzò il suo sguardo di totale annientamento verso il padre e scivolò di schiena contro la porta, finendo a terra seduta. Il signor Harris alzò di nuovo il coltello, con l’intenzione di colpirla ancora, ma la mano rimase chiusa in un pugno vuoto a metà calata. Si guardò la mano vuota: chi gli aveva preso l’arma? Si girò di scatto, confuso, per ritrovarsi faccia a faccia con un grosso e grottesco clown in bianco e nero.

“Se proprio vuoi ammazzare la tua mocciosetta, non usare il mio coltello. Ne hai tanti in cucina: usa i tuoi!” gli disse Laughing Jack guardandolo con gli occhi spiritati. Alzò il coltello e cominciò a ripulirlo dal sangue passandolo sulla spalla di Daniel. Commentò meditabondo: “Notevole per una bimba così piccola impalare un uomo grande e grosso per poi piantarlo al pavimento della sua stanza… Ma cosa le darai mai da mangiare?”

“E tu… CHI CAZZO SEI, BUFFONE???” gli sbraitò in faccia il signor Harris. Il clown lo fissò un secondo, poi gli infilzò violentemente il coltello alla base del mento: la lama venne spinta dentro, lacerando la lingua, finchè la punta non grattò il palato. Le braccia di Daniel scattarono in alto per il dolore e la sorpresa. La bambina sussultò lamentandosi. Jack torse il polso per incastrare la lama alla mandibola, poi avvicinò la testa di Daniel al suo volto e ringhiò: “Non sopporto le parolacce, BRUTTA MERDA!” Allungò il braccio per afferrare la cassetta degli attrezzi, poi il clown si rivolse a Lilibeth, guardandola gentile: “Piccolina, io e papà andiamo a giocare in cucina: dopo risalgo e ci divertiamo insieme! Resisti un po’, ok?” Jack si girò, raggiunse le scale e cominciò a scenderle, trascinando dietro di sé il signor Harris.

Il clown accese le luci della cucina, posò a terra la cassetta ed estrasse rabbiosamente il coltello dalla mascella di Daniel. Gli diede un violentissimo pugno al volto: l’uomo sputò sangue per il colpo e cadde a terra tramortito. Jack battè le sue braccia sui fianchi, sbuffando scocciato. Afferrò l’uomo, prendendolo per la collottola della camicia e per il bordo dei pantaloni e lo sbattè sul tavolo della cucina. Raggiunse la cassetta degli attrezzi, si inginocchiò e prese due picchetti di metallo, un martello e un taglierino mezzo arrugginito. Posò gli attrezzi su una parte libera del tavolo, poi girò il signor Harris a pancia in su e unì i suoi polsi sulla cima della testa. Daniel riprese conoscenza per via del feroce dolore che sentì ai polsi: alzò lo sguardo e vide che Jack glieli stava trafiggendo con un picchetto al tavolo, con il martello. Gridò e imprecò per il dolore. Il clown fece il giro del tavolo e, incrociate le caviglie dell’uomo, trafisse anche quelle.

“I ome i io, he vuoi fae?” riuscì a dire Daniel, farfugliando inorridito. Jack lo guardò confuso, poggiando il martello sul tavolo: “Dio…? Me lo chiedi in nome suo? Ma se ti ho visto accoltellarlo al piano di sopra! Lui non può salvarti…” infilò una mano artigliata nella manica a strisce ed estrasse una grossa siringa piena di adrenalina.

10-0

Si avvicinò al petto dell’uomo e lo pugnalò con la siringa al cuore, perforandogli lo sterno. Gli iniettò tutta l’adrenalina. Prese il taglierino dal tavolo e, facendo moltissima attenzione, cominciò ad incidere con la punta le palpebre di Daniel. Una volta finito, Jack sollevò con cura le palpebre dai bulbi oculari, le unì e simulò cinguettando il volo di un uccellino, mentre agitava le mani. Le buttò a terra. Guardò a lungo i capelli dell’uomo, glieli afferrò e scuotendo la mano borbottò: “Questo colore… Stasera vi siete messi tutti d’accordo per farmi incazzare…” Lasciò la presa, battendo i pugni sul tavolo, all’altezza della testa di Daniel. Il clown guardò i suoi bulbi oculari, stando sottosopra, e disse deciso: “Adesso giochiamo a indiani e cowboy!” Prese tra le mani il suo coltello e iniziò a tagliare con la punta la fronte del signor Harris, che gridò. Tagliò velocemente il giro della testa, più volte. Dopodiché affondò le dita nei capelli rossi e con un violentissimo strappo, staccò il cuoio capelluto dal cranio. “TI HO PRESO LO SCALPO, VACCARO!” esclamò infervorato il clown scuotendolo e schizzando di sangue il volto dell’uomo. Poi si batté ritmicamente il palmo della mano sulla bocca, intonando l’urlo di vittoria di un indiano. Gettò lo scalpo contro la parete, che fece un rumore simile a quello di un panno bagnato sbattuto e cadde a terra.

Il clown uscì dalla cucina per andare in salotto. Il signor Harris, annebbiato dal dolore, sentì il rumore di un vetro che si infrangeva e vide Jack tornare tenendo sollevata la foto di Lauren. “La tua pollastrella, giusto?” gli chiese mentre passava i polpastrelli sulla superficie della foto, col fare lascivo. I bulbi oculari di Daniel si iniettarono di sangue, cominciò a schiumare per la rabbia e per gli effetti dell’adrenalina in corpo. “Lauren, dolcezza” sussurrò il clown alla foto con voce calda e suadente “Avanti, non fare la timida! Dì al tuo Laughing Jack: perché ti sei ammazzata?” Con una faccia spaventosa e agitando istericamente la foto, Jack girò la testa di scatto verso Daniel. Disse usando una vocetta irritante ed effemminata: “Oh, Jack! Non riuscivo a sopportare il fatto che ad ingravidarmi fosse stato un PATETICO PERDENTE SENZA PALLE!” Urlando quell’insulto, il clown accartocciò nella sua mano la foto e con un sonoro pugno la ficcò in bocca al signor Harris, fracassandogli i denti. L’uomo gemette per il dolore. Ridendo a squarciagola, Jack balzò sul tavolo e si mise carponi su Daniel. Gli strappò la camicia: i bottoni volarono per la cucina. Afferrò il suo coltellaccio e cominciò a incidere un’enorme ipsilon sul corpo, partendo dalle spalle e finendo verso l’inguine. L’incisione fu molto profonda e venne fatta tra le urla soffocate e straziate dell’uomo. Il clown rimise nella fondina il coltello, affondò le dita nella carne lacerata all’altezza del petto e con un forte strattone, la squarciò scoprendo le costole e le interiora pulsanti di Daniel. Il sangue si riversò sul pavimento. Sembrava un bambino che scartava il suo grosso regalo tanto agognato la mattina di Natale. L’uomo tremò incontrollabilmente per l’atroce supplizio. Jack poggiò le sue mani sporche sulle sue ginocchia, rapito dall’estasi e dai violenti brividi di eccitazione per quello spettacolo palpitante. 

Dopo un lungo sospiro entusiasta, commentò: “Bene bene… Qui abbiamo un accanito fumatore!” Si sporse sul corpo del signor Harris e picchiettò una costola che sovrastava i polmoni anneriti e tremolanti “Brutto idiota! Non lo sai che il fumo uccide?” Il clown diventò serio di colpo, poi con il lungo dito artigliato picchiettò un’altra costola scoperta: sorrise elettrizzato. Balzò giù dal tavolo e, stando di fianco a Daniel, cacciò fuori dalle tasche posteriori dei pantaloni due bacchette di legno per xilofono. Si mise a tamburellare tutte le costole dell’uomo. Sebbene risuonassero tutte nello stesso rumore agghiacciante, Jack ritmò il suono e iniziò a canticchiare con voce infantile: “Brilla brilla una stellina, su nel cielo piccolina. Brilla brilla sopra noi, mi domando di chi sei… Brilla brilla la stellina ORA TU SEI PIÙ VICINA!” gridando l’ultima strofa, sbatté con violenza una delle bacchette di legno sul naso del signor Harris, rompendoglielo. Lanciò per aria le bacchette, mentre si avvicinò alla cassetta degli attrezzi. Prese diversi chiodi e se li infilò in bocca, poi afferrò il martello dal tavolo e se lo infilò alla cintura. Il clown si avvicinò a Daniel e affondò le mani nel suo intestino tenue, tra i lamenti e i gemiti di dolore. Lo sollevò e lo trascinò tutto con sé, dirigendosi verso l’arco della cucina che dava sul salotto. Lì cominciò ad inchiodare le viscere alle pareti, fece due nodi alla base e, dopo, vi poggiò le mani facendo forza, testandola: ammirò soddisfatto la raccapricciante “amaca” che aveva realizzato. Tornando indietro, si fermò al lavello della cucina per accendere il tritarifiuti. Andò dal signor Harris, che ormai era allo stremo, e infilò il braccio nella cassa toracica. L’uomo sussultò agonizzante. Gli strappò brutalmente il cuore ancora pulsante dal corpo e si piazzò ai piedi del tavolo. Simulò delle schivate, passandosi tra le mani il cuore gocciolante e palpitante. Iniziò a fare una cronaca sportiva: “Ad un minuto dalla fine della partita, la squadra svantaggiata deve far fronte agli attacchi dei rivali! Il capitano Laughing Jack schiva abilmente gli avversari e si prepara a lanciare!” Jack fece una giravolta tenendo il cuore con entrambe le mani sulla sua testa e saltò all’indietro “Tira il pallone, centra il canestro regalando due punti alla sua squadra e PORTANDOLA ALLA VITTORIA!” il cuore volò sopra il tavolo e centrò in pieno il tritarifiuti: l’elettrodomestico gorgogliò ed eruttò pezzi di tessuto e sangue ovunque. Il clown batté le mani sulla sua testa e gettò i pugni in aria urlando trionfante. Riprendendo fiato e asciugandosi le mani con un canovaccio, osservò il corpo devastato di Daniel, con un sadico sorriso dipinto sul volto. Poi girò i suoi occhi argentati in direzione del salotto. Quindi, sghignazzando, gettò il panno, lasciò la cucina e scavalcò “l’amaca”: stava andando da Lilibeth.

La bambina, con grande fatica e dolore, era riuscita a percorrere il corridoio, giungendo in cima alle scale. Si accasciò sedendosi a terra, con una spalla poggiata al corrimano. Ascoltò le risate di Jack e le urla straziate del padre provenire dal piano di sotto per tutto il tempo. Spaventata, guardò il clown sbucare dal fondo delle scale. La vide e le rivolse un perfido sorriso mentre saliva lentamente le scale. Si fermò davanti a Lilibeth, la prese da sotto le ascelle e la tenne sospesa davanti a lui: Jack stava riflettendo sul da farsi. Lei cominciò a tremare, portandosi le piccole mani al volto, implorò piangendo: “Anche tu… ti prego… Jack, noooo…!” Lui la guardò per un po’, scosse la testa ed avvicinò la bambina a sé, avvolgendola in un pietoso abbraccio. Le sussurrò piano: “Ssssshhh… Hai ragione, piccola mia: anche se ci mettessi tutto me stesso nel farti del male, sarebbe inutile. In questo tuo padre… Mi ha battuto alla grande.” Si girò stringendo a sé la bambina e cominciò a scendere le scale, asciugandole le lacrime con il pollice. Si avvicinò “all’amaca” di viscere e ci si sedette piano. Poggiò la schiena contro le interiora, sollevò un piede e lo mise all’altra estremità. Con l’altro piede poggiato a terra, cominciò a dondolare dolcemente. Dopo un po’, Lilibeth, con gli occhi socchiusi, allungò la mano tremante e strinse debolmente il bavero del clown, piagnucolando: “Ho… ho tanta paura…” Jack le baciò teneramente la fronte e la rassicurò: “Tra poco non sentirai più niente” Lei, respirando con molta fatica, sussurrò: “Pensi… che riuscirò a vedere la mia mamma, Jack? Vorrei chiederle… scusa…” Lui la guardò sospirando. Mormorò: “Per quel poco che so, Lilibeth, chi si uccide non riesce a raggiungere il Paradiso” A quelle ultime parole, la bambina chinò il capo contro il suo grande petto. Il clown, continuando a cullarsi piano, alzò lo sguardo al soffitto. Stette con lo sguardo perso nel vuoto, finché qualcosa non catturò la sua attenzione: un sottile filo rosso. Lo prese tra le dita e, capendo di cosa si trattasse, rimase esterrefatto. Gli era cresciuto un capello rosso. Lo contemplò per un po’, poi inarcò un sopracciglio, lo rigirò al suo dito artigliato e tirò strappandoselo. Fece cadere il capello a terra: si immerse in una piccola pozza di sangue lì vicino.

Ill 10

Il mattino dopo, i vicini allertarono le autorità lamentandosi di un forte tanfo provenire dall’abitazione del signor Harris. I poliziotti giunsero sul posto e, trovando la porta di casa spalancata, entrarono estraendo le pistole. Trovandosi di fronte ai corpi orrendamente martoriati dei due uomini restarono inorriditi, in preda a forti malori: non avevano mai visto una cosa del genere, nemmeno in un film dell’orrore. Stando alle testimonianze dei vicini, in quella casa abitavano un padre con sua figlia. I poliziotti perlustrarono l’abitazione da cima a fondo: non trovarono tracce dell’aggressore, né della bambina. Non scovarono nemmeno una misteriosa scatola nera con i bordi di metallo argentati. In fin dei conti, cosa ne potevano sapere loro?

FINE...?

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Modifica
note: Modifica
illustrazioni di: Alessia Sagnotti Art Modifica

Ad blocker interference detected!


Wikia is a free-to-use site that makes money from advertising. We have a modified experience for viewers using ad blockers

Wikia is not accessible if you’ve made further modifications. Remove the custom ad blocker rule(s) and the page will load as expected.

Inoltre su FANDOM

Wiki casuale