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Questa storia è stata ritrovata dalla polizia sul PC di un ragazzo l’anno 2012 in seguito alla sua prematura scomparsa. Per rispetto e giustizia nei suoi confronti rendiamo pubblico questo file affinché le false voci si zittiscano e la vera storia venga alla luce.

Jeff Vs Jane.jpg


Detto ciò… Buona lettura.









Scrivo queste righe affinché tutti sappiano quello che è realmente successo quella notte.

Mi hanno assegnato il titolo di Eroe per essere scampato all'epilogo dell’eterna battaglia tra i due più noti assassini del Web.

Io, però, mi reputo tutt'altro che un “eroe”, poiché io quella maledetta sera non feci nulla d’eroico.

Per motivi personali preferisco non usare i nomi originali delle persone coinvolte in questa storia, tanto meno il mio; per questo per voi il mio nome sarà “Fake”.



Era una gelida serata autunnale quando io e la mia sorellina – che chiamerò “Sarah” – ci ritrovammo bendati e legati in un luogo freddo e umido. 

Per colpa delle bende sui miei occhi non riuscivo a capire né dove, né con chi fossimo precisamente. L’ultimo ricordo inciso nella mia mente era quello della passeggiata serale al parco con Sarah e la nostra cagnolina. Mi resi conto di essere ancora con mia sorella dato il fatto che riuscii a riconoscere i suoi gemiti di terrore fra quelli di altre persone che non riuscivo a distinguere.

Volevo chiamare il suo nome ma mi accorsi che qualcosa mi impediva di parlare, come della stoffa e in quel momento realizzai che non stava succedendo nulla di buono. 

In più, oltre ai lamenti di quelli che sembravano essere nella mia stessa situazione, si sentiva un costante rumore, come quello di un oggetto metallico, affilato che veniva ripetutamente conficcato su di un piano.

Era dunque chiaro che vi era un’altra persona che in silenzio ci fissava. Ne fui certo – lo percepivo sulla pelle.

Restammo legati in quel modo per quella che sembrava essere un eternità, quando il boato di una porta che si aprì invase la stanza, facendo balzare tutti noi.

Pensai subito che chiunque fosse entrato era lì per farci del male, per questo motivo mi accostai alla spalla di Sarah, quasi a volerla proteggere, ma  quello che venne a seguire bastò a ghiacciare il sangue nelle mie vene.

Una conversazione macabra e distorta. Un conversazione che sembrava appena uscita da un film horror e ne ricordo vividamente ogni singola parola…

La prima a parlare fu una voce femminile ed affaticata; chiamò un nome con tono di sorpresa. Sobbalzai appena udendolo. Quel nome… quel nome non mi era nuovo.

Colui che doveva chiamarsi così rispose alla ragazza con tono soffocato:  "Bentornata, cara."

"Come hai fatto a trovarmi, bastardo?" Si udì il suono di una lama sguainarsi.

Un risata agghiacciante trapanò le mie orecchie. "Non è poi così difficile trovarti, visto che mi stai sempre alle costole. Che spreco… rintanata in questa catapecchia."

Sentii il pavimento sotto il mio sedere vibrare; uno dei due si era messo a correre e si sentì l’incrociarsi di due lame.

La voce maschile, poi, riprese a parlare. "Buona, Jane. Non essere sempre così focosa quando mi vedi. Sono qui per proporti un giochino... "

"Non dire stronzate! Non voglio ascoltarti!"

"No, no, no! Ascoltami, invece! Ti sto offrendo una chance per liberarti una volta e per sempre di me!" Inseguito a questa frase sghignazzante cadde un breve e tetro silenzio, poi nuovamente quella risata. "Oh, pare che io abbia la tua attenzione ora."

"Parla… prima che cambi idea e ti ammazzi all'istante e spiegami subito cosa ci fanno queste persone qui!"

"Hai mai giocato “al gatto e al topo”? Ebbene, loro sono i nostri cinque topolini... "

Un nuovo silenzio dove risuonavano il forte ticchettio dei nostri denti. Ci stavamo fottendo dalla paura. Nonostante i due non avessero finito di parlare, erano chiare le intenzioni…

"Che significa? In cosa vuoi coinvolgermi ancora?"

Dei passi. "E’ un semplice passatempo, mi stavo annoiando... Se non ci hai mai giocato lascia che ti spieghi le semplici regole: Chi mangia più topolini, vince."

"E quand'è che potrò ammazzarti?"

"Quando vincerai. Colui che perderà si lascerà uccidere dall'altro. Divertente, no?"

Era palese, innanzi a noi vi erano due pazzi. Loro erano i gatti e noi i topi, ci avrebbero massacrati per gioco.

La ragazza -Jane- in un primo momento non rispose, pareva riflettere sulla proposta, quando poi finalmente parlò: "Accetto… accetto così finalmente potrò bagnare la lama del mio coltello col sangue di Jeff the killer!" A concludere il dialogo fu una squagliata risata di lui.



Eravamo nella stessa stanza di Jeff e Jane the Killer ed eravamo le loro vittime predestinate. 



Ci strattonarono dal suolo con le corde che ci immobilizzavano le mani. Sembrava che quella corda ci legasse l’uno all'altro. 

Ci costrinsero a camminare nella cecità più assoluta.

Non sapevamo dove ci stessero conducendo. L’unica cosa percettibile era il suono  delle foglie sotto le nostre scarpe e quello delle loro macabre voci, specialmente quella felice di Jeff. Felice come quella di un bambino che - spensierato – cercava di conversare con frasi come:



"I tuoi capelli stanno crescendo. Stai diventando bella come voglio io."



"Sono felice che tu abbia accettato, possiamo finalmente passare del tempo assieme."



"Ho sentito quello che hai fatto in giro … sono quasi commosso. Sembra tanto un regalo per me. Non è che ti sei presa una bella cotta, eh?"



Fra una risata ed un'altra e freddi silenzi di lei, quelle frasi apparivano come avance di un qualsiasi ragazzo, fino a quando non pronunciò quelle parole…



"Ci divertiremo, vedrai."



Sembrai ritornare al presente udendola. Volevo afferrare il braccio di mia sorella e scappare via, ma la fune me lo impediva. Arrivammo così a quella che doveva essere la nostra destinazione.

Prima di liberarci, Jeff ci diede come delle istruzioni: 



"Tra poco vi separeremo e chiuderemo in celle, ma ora pretendo che mi ascoltiate attentamente: ormai spero che abbiate capito il vostro ruolo in questo giochino. Voglio che scappiate il più veloce possibile affinché noi non possiamo raggiungervi. Voglio che ci facciate divertire, per questo vi avviso che è del tutto inutile cercare di uscire da qui, tutti gli ingressi sono bloccati, perdereste solo tempo, in più siamo al sesto piano… afferratemi al volo ."Esclamò sadicamente. "Disperatevi pure quanto volete, ma non domandatevi “perché proprio io?”. Non vi è un perché, oggi è solo la vostra giornata sfortunata. Una volta isolati vi libereremo dopo una manciata di minuti e vi concediamo altri quindici minuti per fuggire o nascondervi, dopodiché il gioco avrà inizio." 

In seguito udii un lamento quasi disperato e del ferro sbattere violentemente. A quanto pare il primo di noi era stato rinchiuso e ancor prima che riuscissi a comprendere cosa stesse dicendo una volta liberato dalle bende, fui trascinato via.

Mi tremavano le gambe quando compresi che il prossimo ad essere rinchiuso fossi io. 

Mi slegarono la corda attorno i polsi e con un forte spintone mi atterrarono. La prima cosa che feci toccando il suolo fu rimuovere la stoffa che mi impediva di vedere e parlare. Una volta libero mi voltai urlando il nome di mia sorella, sperando di vederla, ma ciò che vidi fu solo un enorme porta arrugginita.

Corsi verso di essa disperato. Avevo bisogno di sapere che Sarah stesse bene, ma una volta raggiunto il finestrino sbarrato non vidi il suo dolce volto, ma piuttosto la raccapricciante immagine che mi ha segnato la mia vita: Un volto così pallido da sembrare bianco, tumefatto da due enormi tagli sulle guance e due occhi assassini dritti su di me. In passato vidi molte sue immagini, ma nessuna di quelle rendevano veramente giustizia all'orrore che era. Quasi le corde vocali mi si impietrirono nel vedere la sua figura coprire quella agitata e minuta della mia sorellina. Mi sussurrò di fare silenzio e poi la portò via da me con una ragazza dai corti capelli neri spettinati e una bianca maschera che doveva essere Jane, assieme ad un’altra donna e un ragazzino poco più piccolo di me, entrambi bendati e legati.

Non riesco a descrivere l’impotenza che provai negli istanti in cui cercavo di sfondare la porta o di trovare un passaggio per uscire e raggiungere Sarah.

Provai di tutto, persino di staccare un delle gambe del malandato e sporco letto, unico immobile presente nella mia cella, da poter usare in seguito come arma.

Arrivato quasi alla resa, un suono assordante mi fece balzare; la massiccia porta si aprì come stabilito dal Killer. Rapido mi affacciai all'uscio e notai che tutte le porte, anche quelle vuote, si erano spalancate.

Era giunto il momento di andarla a cercare, così corsi via dalla piccola stanza, sperando che quei pochi minuti concessi bastassero a trovarla… ma non fu così.

Nei corridoi risuonò l’eco di quella voce quasi demonica che urlò "il tempo è scaduto. È ora di andare a dormire."

Quella frase… speravo così tanto di non sentirla.

Era buio pesto, faceva tanto freddo e non sapevo dove stessi andando. Il luogo era immenso e ogni stanza era uguale all'altra – era come cercare un ago in un pagliaio in più c’erano Loro.

L’orologio che portavo al polso segnava mezzanotte passata, ovvero, erano passati quaranta minuti all'inizio della faida e si erano già uditi numerosi rumori di passi veloci, voci confuse e simili…

Avevo sul serio paura che da un momento all'altro uno dei due potesse sbucare da dietro una porta e assalirmi “segnando un punto”, come in un videogame, così tanto che la vista cominciò ad annebbiarsi e la testa a girare.

Il colpo di grazia potrei dire che fu quell'interminabile urlo di dolore. Era così incredibilmente vicino che quasi credetti  di avere alle mie spalle un assassinio perfetto.

Senza voltarmi e senza pensare che qualcuno potesse aver perso realmente la vita, accelerai il passo. La voce era quella di un uomo e per quanto non fosse giusto pensarlo, sospirai sollevato sapendo che non fosse stata Sarah la prima vittima di Jeff e Jane…

Da quell'istante di apparente sollievo passarono altri venti minuti e sembrava quasi che le lancette si muovessero a passo di lumaca. 

Inoltrandomi ancor di più fra gli immensi corridoi speculari, riuscii a percepire dei lievi ticchettii e man mano sembravano avvicinarsi. Erano suoni di passi lenti, come su dei tacchi…

Compresi che nei paraggi c’era Jane armata e pronta ad uccidere e dovevo fuggire di lì. Feci inversione e mi abbandonai ad una folle corsa; dovevo nascondermi o almeno scappare via di lì.

Corsi per quasi tre, quattro minuti quando un po’ per fatica, un po’ per paura il fiato cominciò a mancarmi.

Decisi di rifugiarmi e riprendere fiato nella cella che mi sembrò più distante dal pericolo.

Quanto avrei desiderato che tutto quello fosse solo uno stupido incubo causato dal caffè che ero solito prendere prima di dormire, come un idiota.

Stavo per chiudermi la porta alle spalle e riacquistare un briciolo di sanità mentale quando il mio piede urtò contro qualcosa.

Di scatto girai il capo col cuore in gola; al suolo c’era un corpo senza testa, in una pozza di sangue. Una scena che non potrò mai scordare… specialmente per quegli occhi bianchi che brillavano dal fondo buio della stanza. 

"Oh? State venendo tutti tra le mie braccia, sono per caso il vostro preferito?" Jeff era lì. Nella mia stessa cella, che giocherellava con la testa appena decapitata della bionda donna che poche ore prima era viva e con me. Nel momento in cui rilasciai un urlo, l’assassino, brandendo il suo coltello bagnato di sangue, mi si precipitò contro urlando. "Mi state rendendo le cose fin troppo facili!" Credetti che ormai fosse giunta la mia ora, ma il mio istinto mi salvò dalla morte certa. Con un gesto involontario colpii il viso ruvido e screpolato del mio aggressore, facendolo finire spalle al muro. Approfittai dell’occasione per fuggire ancora, chiudendo la porta alle mie spalle per guadagnare tempo, ma avevo letto molto sul suo conto. Sapevo che lui non era come Jane. Sapevo di cosa era capace ed era più che ovvio che mi avrebbe inseguito fino alla morte come un vero predatore.

Infatti bastarono pochi secondi per udire la sua pazza risata in fondo al corridoio. 



Mi stava seguendo!



Avevo le lacrime agli occhi… Forse non avrei mai più rivisto né mia sorella, né i miei genitori, né chiunque altro a me caro, perché stavo per morire.

Non so dove trovai la forza e il coraggio di voltare il capo - fui capace di vedere attraverso l’oscurità la sua felpa bianca lontana da me e le gambe si fecero pesanti, ma la sorte volle che io non fossi l’unico a scappare; mi scontrai violentemente contro un ragazzo, che da ora chiamerò “Mike” per rispetto, finendo così entrambi al suolo.

Egli aveva la fronte sudata e gli occhi rossi per le lacrime, quasi quanto me. Ci scambiammo un rapido sguardo e velocemente mi alzai. Gli ordinai di fare lo stesso, era chiaro anche lui era inseguito e non vi era tempo da perdere con due killer alle calcagna, ma qualcosa andò storto …

Mike non riuscì ad alzarsi – cercai di sollevarlo per il braccio, anzi, per un attimo ci riuscii ma fu nuovamente scaraventato al suolo di faccia da Jeff con un grande balzo, finendogli sulla schiena.

L’urto mi fece balzare via e traballante mi aggrappai al muro per assistere allo spettacolo del vero Jeff the Killer in azione …

Mi sentii vomitare nel vedere il sangue di Mike che mi chiedeva aiuto, schizzare sulle bianche mattonelle.

Cercai di reprimere quel desiderio di dare di stomaco e nel momento in cui lo feci, la mano di Jeff -  che impugnava il grande coltello – si fermò sfilando lentamente la lama dalla schiena di quel cadavere …

Mi rivolse un nuovo e truce sguardo compiaciuto. ‘Che cattivo che sei … l’hai lasciato morire.’ Soddisfatto si issò dalla schiena martoriata di Mike e continuò: ‘Scappa, topolino. Conoscendo Jane tu sei l’ultimo rimasto.’ Quella frase pronunciata con simile cattiveria bastò ad annientarmi.

Se io ero l’ultimo rimasto significava che anche Sarah...?

Non riuscii quasi a crederci! Doveva essere sicuramente uno scherzo di pessimo gusto. 

La mia sorellina non poteva essere morta così… Mi sentii in dovere di cercarla, nonostante qualcosa dentro me era consapevole del fatto che la mia piccola Sarah non c’era più.

Corsi fino a raggiungere quella che sembrava una sala monitor. La ricordo bene, ricordo tutti quei innumerevoli televisori spenti che non davano segni di vita.

Volevo morire pensando che uno di quelli poteva essere collegato ad una telecamera proiettata sull'immagine del corpo senza vita di Sarah.

Restai a schiacciare pulsanti a caso nella speranza che almeno uno di quegli schermi si accendesse ma fu solo una perdita di tempo. Oltre la porta si sentivano i passi accompagnati dalla risata di Jeff, come se lui voleva che io sapessi dove lui fosse in quel momento, quasi per avvantaggiarmi e rendere il suo gioco più malato.

Mi precipitai sotto una vecchia scrivania in legno, pregando affinché non mi vedesse. Restai lì sotto con le mani sul viso per soffocare anche il suono dei miei respiri, fino a quando i suoi passi svanirono lontani per la struttura.

Tentai di ristabilire il mio battito cardiaco prima di uscire allo scoperto, ma nel momento il cui tolsi le mani dal volto mi ritrovai faccia a faccia col mostro dal diabolico sorriso.

Scherzosamente mi rivolse la punta del coltello, esclamando un “Cù-cù” ma in tutta risposta, istintivamente mi protessi ancora. 

Gli mollai un calcio dritto in faccia e la cosa non sembrò garbargli. Barcollò di qualche passo, fissandomi col volto insanguinato. "Era da quella festa che nessuno mi colpiva…" bisbigliò divertito. "Per questo trapassarti il cuore sarà più spassoso!" Con foga mi afferrò per la gola con le sue mani sudice e insanguinate, sangue che riuscivo quasi a sentire caldo sulla pelle, mi scaraventò sulla piccola cattedra sotto la quale mi ero nascosto.

Dopo ore in quell'inferno, non avevo più forze in corpo per difendermi e fui così sopraffatto.

Il terrore che provai quando alzò la lama sul mio petto fu indescrivibile. 



"Ora però… Vai a dormire!" 



Chiusi gli occhi. Non mi andava di vedere come quell'essere mi pugnalasse… ma quell'attimo non arrivò mai. Sentii un forte trambusto - riaprii gli occhi e vidi Jane che con il suo esile corpo tratteneva la sua nemesi contro un muro. 

Ella mi aveva dunque salvato, pensai e quasi ne fui sollevato, ma Jeff non sembrò voler cedere così facilmente la sua preda a qualcun altro.

Spinse via la ragazza facendole cadere la maschera e scoprendo il suo viso carbonizzato, correndo verso di me pronto ad assaporare la mia morte, ma neppure la killer era disposta a cedere e così, ancora una volta, lo afferrò per l’avambraccio, scaraventandolo nuovamente contro il muro.

I due si fissarono intensamente, sembrava che a momenti scoppiasse uno scontro fra titani. "Se credi che io mi lasci scappare l’occasione d’oro per farti fuori ti sbagli di grosso, Jeff!" Quella breve e rabbiosa frase basto a farmi capire che Jane non era affatto lì per prendere le mie parti, anzi…

Se sarei restato lì un secondo in più credo sul serio che quella scrivania fosse diventato il mio letto di morte.

Prima che io riuscissi a scappare, Jane, cercò di fermarmi lanciandomi contro la sua arma affilata che ferì la spalla. Mi allontanai da loro, afferrando l’arma, strusciando sulle pareti, tossendo e barcollando, ero al limite e ad inseguirmi erano due assassini famosi per il loro essere spietati.

Riuscii ad arrivare in un enorme sala con altrettanto enormi vetri scuri; sembrava una di quelle stanze della polizia per gli interrogatori che sono solite nei film.

Nonostante la ferita alla spalla non fosse così profonda, perdere sangue in una situazione del genere non era indubbiamente il massimo e non so neppure perché mi portai dietro quel coltellaccio da cucina.

Ripresi fiato e cominciai a pensare in modo lucido, finalmente – dovevo trovare un modo per uscire da lì.

Col manico del coltello picchiettai i vari vetri, ma fu inutile solo pensare che anche se quelle vetrate non fossero state blindate sarei potuto sopravvivere ad un salto di sei piani.

Avevo voglia di tirare pugni a quelle “barriere” infrangibili quando qualcuno sembrò forzare la porta ripetutamente fino a sfondarla. 

Jane entrò in stanza  priva di maschera, col suo accollato vestitino nero, dalla quale pendeva una strana ampolla che notai solo ora. "Smettila di fuggire, stupido. Dammi il mio coltello e lasciati uccidere da me e non da quel mostro senza anima!" Cominciò tendendomi la mano. "Se lo farai non vanificherai tutto! Potremo concludere un incubo e io avrò la mia vendetta, perciò…"

"Qualcuno sta parlando di me?!" Jeff fece irruzione in corsa e rapido tappò la bocca di Jane, pugnalandola alla schiena. "Senti la voce da femminuccia con cui ti lamenti per un piccolo foretto nella schiena! Non sei ancora degna di essere nominata la mia rivale, sei troppo debole e io che ci speravo…"

La ragazza si strattonò via e da una tasca della gonnella nera tirò fuori un piccolo pugnale tascabile a molla. Sembrava dolorante, ma non demordeva. "Non mi farò uccidere da te, Jeff! Sarò io a vincere!" Ella urlò scaraventandosi contro il suo aggressore e così, entrambi armati di lame, iniziarono a tramortirsi a vicenda.

La nuova visione di quel sangue che schizzava ovunque era troppo ormai per i miei occhi, per la mia mente, così, mentre i due continuavano la loro battaglia mortale mi puntai il coltello al ventre.

Ero stufo di tutto. Ero stufo di essere il loro pedone. Se proprio sarei dovuto morire avrei preferito farlo non per un loro capriccio, ma per il mio.

Non percepii neppure la lama affondare nella mia carne. Mi ritrovai disteso al suolo in una frazione di secondi.

La mia vista era annebbiata ma riuscii a scorgere le loro figure, i loro sguardi fermi su di me con un velo di sorpresa. Evidentemente non avevano previsto un simile gesto.

Mi si avvicinarono, interrompendo il loro scontro e grazie ciò riuscii a udire le loro voci. Non si erano accorti che ero ancora in vita e non parevano contenti di ciò.

Semi-incosciente cercai di ascoltare la loro ultima conversazione, ma non ne ricordo granché…

Jeff propose di rimandare la sfida, causa pareggio ma Jane non sembrò essere d’accordo, non intendeva assolutamente lasciarsi scappare una simile occasione per annientarlo. Brandì ancora il suo pugnale e ferì Jeff – lo scontro riprese da dove si era fermato.

Per mia fortuna non ho memoria di quelle scene, stavo per morire e poco importava, ma la brutalità con cui il pazzo ragazzino scaraventò Jane contro un vetro e tempestandola di pugni al viso è difficile da scordare, ma ella reagì e con un rapido movimento schivò l’ultimo colpo che andò a segno nel vetro, scheggiandolo. 

Jeff retrasse la mano con un gemito di dolore e rincorse nuovamente Jane, ma ella non fuggì. Immobile aspettò che il killer fosse abbastanza vicino da afferrarlo per la maglia, dopodiché pronunciò rabbiose parole: "Io voglio che l'unica cosa che sia più eterna per TE sia che la tua  follia sia la tua morte!" 

Jeff non aggiunse nulla, se non una delle sue famigerate risate nel vedere la ragazza distruggere con la sola mano, sopra le loro testa, l’ampolla che aveva in vita.

Il liquido giallognolo li cosparsi, finendo anche al suolo a pochi passi da me e capii subito le sue intenzioni vedendola brandire un accendino zip.

Voleva compiere la sua vendetta una volta e per sempre.

Improvvisamente i loro corpi iniziarono a brillare. Le fiamme li avvolgevano e nonostante il dolore che doveva provare la ragazza, ella non mollava la presa alla maglia. Anche lui sembrò meno esaltato rispetto a poco prima, ma continuava a sghignazzare.



"Finiamola qui, Jeff the Killer e sprofondiamo assieme all'Inferno!"



Li intravidi cadere entrambi sulle proprie ginocchia, quando Jeff aggiunse con un filo di voce: "Non crederti una vincitrice… non lo sei. Non sei neppure degna di farti chiamare la mia rivale… "Nonostante caddero a terra, Jeff continuò a parlare  "…Però sai? Fra queste fiamme… sei davvero bellissima!" 

Sentii il calore delle fiamme espandersi dai loro corpi, ai mobili, alle pareti, in tutta la camera. Era come stare in un forno e la cosa terrificante e che io ero ancora in vita.

Le vampate raggiunsero anche me, attaccandosi sui vestiti e bruciandomi la pelle. Cos’altro poteva succedermi ormai?

Non riuscii a sopportare il dolore... dolore che quasi come una scarica elettrica mi rese nuovamente e realmente cosciente.

Balzai in piedi, portandomi le braccia alla testa per difendermi. Dovevo cercare una via di uscita ma l’elevatissimo calore mi impediva di aprire gli occhi e respirare.

La porta era troppo distante da me, non sarei sopravvissuto raggiungendola e ricordai così della finestra scheggiata pocanzi alla mia destra. Mi avvicinai ad essa e cominciai a prenderla a spallate disperatamente.

Non m’importava dell’altezza in cui eravamo, non me ne curai, a me bastava fuggire da quelle fiamme.

Un fetore disgustoso cominciò a inondarmi le narici e quasi impazzii sapendo che provenisse dalla mia carne che stava bruciando assieme a quello dei due assassini.

Un ultimo colpo bastò a frantumare il vetro e mi ritrovai così sospeso a mezz’aria.



Mi spiace…

Ma non ricordo altro di quella nottata infernale. 



Il mio primo ricordo al mio risveglio furono le bianche pareti di un ospedale e il viso sfocato di un infermiere che la notizia del mio risveglio ai miei genitori.

Non riuscivo a sentire i suoni attorno a me per qualche minuto e forse avrei preferito rimanere sordo per sempre. Quello che la polizia mi raccontò venendo ad interrogarmi fu atroce.

Mia sorella era morta.

Tante persone erano morte in un incendio al sesto piano del manicomio abbandonato qui a Denbigh e nella stanza che fu l’epicentro della catastrofe, furono ritrovati due corpi bruciati fino all’osso – ovvero gli unici impossibili da riconoscere. La polizia era lì per sapere da me chi fossero e cosa fosse successo poiché mi ero gettato proprio dalla finestra di quella stanza, ma rimasi in silenzio, incapace di rispondere.

I medici pensarono che fossi semplicemente sotto choc.

I miei genitori distrutti per la perdita di Sarah credettero che fu solo una scappatella, un gioco finito male.

La polizia, invece, non mi lasciava stare un attimo.



Ora mi sono trasferito da quella città con i miei genitori che mi accudiscono.

Da quel giorno sono costretto su di una sedia a rotelle e il mio corpo fa ancora tanta fatica a muoversi per colpa delle ustioni. Non mi so spiegare come io sia sopravvissuto all’incendio, al volo di sei piani, ma soprattutto a quegli assassini che ancora oggi mi tormentano in sogno e io non ce la faccio più a vivere così…



Potete credermi o meno, ma questa è la mia vera storia.

La vera fine di Jeff e Jane the Killer e con la loro anche

la mia.


Racconto appartenente a Creepypasta Italia Wiki

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