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“Questo ticchettio non la vuole smettere...” pensò il reporter mentre tentava di trovare l'uscita da quel luogo prigioniero delle tenebre.

Erano i topi che rosicchiavano qualcosa? Le pareti scricchiolanti? No. L'uomo sapeva benissimo di cosa si trattava, in quel posto non era solo, anche se... non aveva visto nessuno.

Esatto, più di due ore passate in quell'edificio a perlustrare tutte le stanze con la sua torcia e non aveva visto l'ombra di nessuno, tuttavia l'ammontare di sangue, cibo ammuffito sparso ovunque e la puzza nauseabonda di altri liquidi organici rendevano chiara la presenza di qualcuno lì dentro.

Anche i rumori sinistri lo confermavano, soprattutto quel ticchettio che presto si trasformò in un rumore graffiante.

“Sei videocamere, solo sei videocamere sono tutto ciò che mi serve per stanarlo.” aveva pensato l'uomo tra sé e sé.

Tutto questo, almeno, era ciò che si aspettava all'inizio, ma le cose erano decisamente cambiate una volta che entrò lì dentro.

Il suo compito era quello di recuperare sei videocamere nell'edificio, in questo modo se qualcuno viveva davvero lì dentro allora era sicuramente rimasto intrappolato nelle immagini. Ma l'uomo non era uno stupido: che senso avrebbe avuto recuperare le sei videocamere in presenza stessa del soggetto che esse dovevano riprendere? Voglio dire, quel pazzo sarebbe potuto saltare fuori da un momento all'altro e perforargli il collo da parte a parte senza la minima esitazione, distruggendo le videocamere subito dopo. 

Ma non era più lui a volerle recuperare, e per lui intendo il nostro intrepido protagonista, era proprio il pazzo che voleva che lo facesse.

Il ticchettio significava che il reporter si stava allontanando troppo dal punto in cui il killer voleva che recuperasse una delle videocamere, i graffi invece indicavano che si stava avvicinando ad una di esse.

Un gioco malato che l'uomo è riuscito da solo a comprendere nel momento in cui il picchiettio è cessato e, una fredda lama ha fatto presto strada nel polpaccio della sua gamba.

Non l'aveva nemmeno sentito arrivare, né l'aveva visto fuggire dopo l'aggressione, non c'era nulla che poteva fare per anticiparlo, perché nel buio lui non ci aveva vissuto come aveva fatto il pazzo osservatore lì insieme a lui. Lui era le tenebre stesse, un fantasma composto da ombre forgiato da fuoco e malizia: un killer fantasma.

Dunque il suo obbiettivo non era più quello di trovare l'uscita, ma fare ciò che il killer voleva e sperare che esso non lo uccidesse subito dopo aver completato il suo compito.

“Tic, Tic, TIC.”

“Dannazione, ero sicuro che di qui mi sarei avvicinato al prossimo punto...”

Il tempo stringeva, l'uomo non sapeva ancora quanto tempo il killer gli avrebbe concesso, ma il buio non gli permetteva di muoversi come voleva e il ticchettio stava nuovamente aumentando di frequenza.

Lanciò un poderoso urlo che riecheggiò per tutte le stanze.

Era stato colpito nuovamente, ma questa volta non da una lama: il folle lo aveva calciato con forza nel polpaccio che gli aveva perforato poco prima, facendo sgorgare ancora più sangue dalla ferita che, presto, ricoprì totalmente l'amatoriale bendaggio che l'uomo aveva improvvisato.

Se voleva uscire vivo da lì doveva fare completamente affidamento su tutti i suoi sensi, la torcia non bastava più per salvargli la vita e, dopotutto, non sarebbe durata ancora per tanto.

L'uomo si alzò a fatica ma si rimise in piedi, aveva tratto vantaggio da ciò che era successo. L'urlo che aveva lanciato fu così intenso da echeggiare per più di qualche secondo e, grazie a quegli echi, riuscì ad identificare un corridoio che non aveva ancora affrontato prima.

Il ticchettio non tardò a ricominciare, egli tentò di coordinare il rumore dei suoi passi a quelli del fastidioso ticchettio per assicurarsi che esso non aumentasse di frequenza... cosa che riprese di nuovo a fare.

La paura lo stava attanagliando di nuovo, si fermò di colpo preparandosi per la sua prossima punizione.

La frequenza del picchiettio però non cessò, finché l'uomo sarebbe rimasto fermo il killer non lo avrebbe attaccato, perciò fece alcuni passi indietro.

Fu in quel momento che la vittima capì che il killer era padrone del gioco, era il suo gioco, poteva fare ciò che voleva. Il ticchettio continuò ad una velocità frenetica anche mentre l'uomo tentava di tornare indietro, così quest'ultimo capì di trovarsi di fronte ad un bivio, anche se non poteva assolutamente vedere le strade da prendere.

Non poteva tornare indietro, poteva solo proseguire in una delle due strade e sperare di prendere quella giusta.

“Destra.” disse l'uomo sussurrando.

“Sbagliato.” rispose la voce dietro di lui.




Questa volta fu il turno della sua spalla e, questa volta, la ferita fu più profonda. 

“La mia solita fortuna...” disse accasciandosi al suolo, ridacchiando e pensando che la sua fine era ormai vicina.



“Perché stai facendo tutto questo, Jeffrey...” pensò infine.









Il giorno prima, ore 16:00



“Dunque, hai finito di installare i tuoi giocattolini?” chiese il direttore del giornale con tono seccato.

“Non mi vuole proprio perdonare per averle chiesto di portarmi fin qui eh.” rispose il reporter.

“Ascoltami bene, l'ho fatto perché le dovevo un favore, ma non l'ho assolutamente fatto per permetterle di ridicolizzare il mio giornale con la caccia ai fantasmi.” continuò il direttore mentre faceva salire a bordo l'altro uomo e azionava la macchina.

“Non possono essere solamente delle voci, lo sa anche lei che molti dei nomi di quella lista riportavano come coordinate luoghi abbandonati come questi.” si difese l'uomo.

Il direttore fece un respiro profondo per calmarsi “Mi ascolti, posso capire come si è potuto sentire quando ha saputo che il suo nome e cognome erano in quella lista e che le coordinate di essi conducevano proprio dentro quel luogo, ma rifletta solo un secondo: potrebbe trattarsi di qualcun altro con il suo stesso nome e cognome oppure quel bastardo di un assassino ha semplicemente mentito alla polizia.” spiegò poi mentre si dirigeva in città verso la sede del suo giornale.

“Non è possibile, è l'unico nome della lista il cui corpo non è stato ritrovato e l'unico nome che non risulta tra le persone disperse negli archivi della polizia.” controbatté l'uomo.

“E lei pensa che il killer, nel bel mezzo di quell'assalto alla prigione di due anni fa, abbia pianificato di ucciderla in quell'edificio?” chiese il direttore.

“Non lo so, come potrei fare a saperlo... io so solo che lì c'era il mio nome... inoltre sono solo delle voci ciò che è successo in quel luogo, nessuno ha mai confermato ciò che è veramente successo lì dentro.” rispose il reporter preoccupato.

“Insomma, che ha trovato dentro quel mattatoio per tutto il tempo in cui è rimasto al suo interno?” chiese il direttore tentando di non lasciare l'altro uomo ai suoi pensieri.

“Ho installato sei videocamere in punti specifici, domani tornerò a prenderle per controllare che non abbiano registrato qualcosa di importante. Ho avuto un'ansia addosso per tutto il tempo.” rispose l'uomo.

“Che intendi dire?” chiese il direttore.

“Non so... per un attimo credo di aver visto la sagoma di qualcuno che mi osservava, ho avvertito dei graffi e dei passi e penso di aver sentito pure delle urla in lontananza, non posso dire concretamente che lì dentro ci fosse qualcun altro oltre a me ma sono certo di non essere stato solo... per un attimo penso che qualcuno mi abbia inseguito e così ho iniziato a correre verso l'uscita.” raccontò il reporter.

“Comunque sia, quel mostro è morto in quella prigione, sempre che ci sia stato veramente.” cambiò discorso il direttore.

“Ma signore, quel nastro che siamo riusciti ad ottenere e tutte le recenti vittime...” 

“Basta così,” lo interruppe il capo “e poi lo sa bene che ad uccidere quelle guardie è stato quel detective impazzito.” proseguì poi.

“Intende quell'uomo che ha quasi ammazzato la sua famiglia?” chiese il reporter.

“Sì, sono sicuro che è stato quel poliziotto a commettere il presunto massacro in quella prigione, in quanto alle recenti vittime è soltanto qualcuno che vuole emulare quei due folli.” concluse il reporter.

“Quindi lei pensa davvero che Jeff the Killer sia morto. In quanto a quel detective, si sa qualcosa su che fine abbia fatto?” chiese infine l'uomo.



Il direttore parcheggiò la macchina, spense il motore e tolse le chiavi, si voltò verso l'uomo, lo fissò negli occhi e pronunciò le seguenti parole:



“Sei veramente sicuro di volerlo sapere?” 







Presente



“Tic, tic, TIC.”

“Avanti alzati, ne mancano solo tre, vuoi davvero mollare ora razza di idiota?!” si disse il reporter.

“Tic, tic, tic, tictic, tictictic.”

Improvvisamente il ticchettio da sottile e squillante si trasformò in pestoni pesanti, con frequenze sempre più veloci. Era un suono nuovo per l'uomo e non poteva significare nulla di buono, era infatti un countdown della morte.

“Tap, tap, tap.”

Se il reporter non si fosse sbrigato ad alzarsi avrebbe presto fatto una brutta fine.

“Non ho scelta...” disse l'uomo mettendosi in bocca un pezzo di camicia strappata.

Si alzò più velocemente che poté, ciò provocò una notevole pressione sanguigna che fece schizzare più rapidamente fuori il sangue dalla spalla.

Ma quel momento di puro dolore gli consentì almeno di far cessare quel rumore sordo, facendo ripartire il solito ticchettio.

Si bendò anche la spalla meglio che poté, ma di questo passo sarebbe morto lentamente dissanguato: doveva sbrigarsi a trovare la quarta videocamera e a visionare il suo contenuto.

Prese la strada a sinistra, quella che avrebbe dovuto prendere fin dal principio.

Il ticchettio cessò.

L'uomo deglutì rumorosamente.

“Grat, grat.”

Il reporter poté finalmente tirare un sospiro di sollievo nel scoprire che il rumore non era cessato per un prossimo attacco del killer, ma perché era finalmente vicino alla videocamera.

“Grat, grat, grat.”

“Eccola...” si disse sollevato alla vista dell'aggeggio piazzato da lui stesso, sarebbe stato più facile se il killer l'avesse lasciata dove l'aveva collocata il reporter nel giorno precedente, ma ovviamente in questo modo sarebbe stato fin troppo facile.

Prese in mano la videocamera e se la portò vicino al volto, anche questa aveva poca batteria, giusto il tempo per visionare il video un paio di volte e non permettergli di utilizzarla come fonte di luce.

Il video partì, era il solito cimitero mostrato anche nei video precedenti, questa volta la tomba era di Randy, ai piedi della lapide c'era una fotografia che raffigurava il corpo completamente carbonizzato di quest'ultimo, o almeno questa era la cosa più plausibile essendo il cadavere completamente irriconoscibile. Il video poi tagliò sul nero e comparve la scritta “VENDETTA”.

La presenza che fino a quel momento aveva perseguitato l'uomo sembrava essere completamente svanita, nessun ticchettio si poté più udire, ciò poteva forse significare che le videocamere in quella zona fossero finite.

Dunque non rimaneva che procedere verso la parte più interna del mattatoio, dove il reporter sperava di trovare le ultime due videocamere, oltre che l'uscita da quell'inferno.

L'aria si fece molto più pesante in quel punto, d'altronde si trovava in un ammazzatoio abbandonato, le pareti di quel luogo avevano ancora memoria delle urla degli animali che venivano lì uccisi per essere poi venduti come carne, ma non erano solo le urla del bestiame ad essere penetrate in quelle pareti.

Quando il reporter calpestò un cadavere mezzo decomposto di una donna, capì che quel posto, abbandonato o non, era ancora un mattatoio: il mattatoio del killer.

“Tic, tic, tic”

“Ci siamo, si ricomincia.” disse il reporter prendendo un bel respiro.

Questa volta se non altro si trovava in una vasta area, non c'erano stanze o stanzette da controllare, ma solo una gigantesca stanza piena di cadaveri.

“Grat, grat.”

“Non posso crederci!” pensò entusiasta l'uomo.

Entusiasta finché non udì un gorgoglio provenire di fronte a sé.

Solo l'odore fece vomitare il reporter all'istante, era la cosa più nauseante a cui avesse mai assistito.

Si trovò dinanzi ad un'enorme vasca dalla forma circolare, con un grande cilindro di legno posto al centro di essa, in cui era stata riposta la quinta videocamera.

L'intera vasca era ricoperta di sangue, pezzi di animali e persone galleggianti, doveva trattarsi sicuramente del posto in cui scolavano il sangue degli animali dati al macello. Come se non bastasse a mollo ci erano finite anche le vittime del killer.

L'uomo esitò e si girò lentamente per scappare, ma il ticchettio gli ricordò presto che era meglio se non lo facesse.

Non c'era scelta, se voleva avere le risposte avrebbe dovuto attraversare quel putridume di cadaveri e sangue putrefatto.

L'uomo si immerse nel liquido cremisi: un intenso bruciore assalì subito il malcapitato.

Le ferite aperte dell'uomo non reagirono bene al contatto col sangue marcescente, ebbe pure la sensazione che in quella poltiglia il sangue non fosse l'unico elemento.

“Non cedere ora, hai affrontato di peggio, non dimenticarti di questo... ma chi voglio prendere in giro... sto per morire, è questo il mio destino? Diventare l'ennesimo contenitore di sangue che aumenterà la capacità di questa vasca? No, ho bisogno di quella videocamera, ho bisogno della risposta.” pensò l'uomo per non sentire l'intenso bruciore che lo stava lentamente portando allo svenimento.

Il sangue gli arrivava fino al mento, riusciva solo a tenere fuori le braccia per usare la torcia e tenere la ferita sulla spalla il meno possibile a contatto con la poltiglia.

Qualcosa lo fece sobbalzare, una testa mezza immersa nel sangue sembrava fissarlo, poté scrutare per qualche secondo quegli occhi indemoniati privi di vita.

Uno spostamento del liquido gli fece perdere il controllo dei nervi e lo fece girare di scatto per vedere cosa fosse.

Non c'era niente, indi per cui tornò a guardare la mezza testa familiare di poco fa, che non si trovava più al suo posto.

Non dovette spostarsi di molto per ritrovarsi quello sguardo a due centimetri dalla faccia, quegli occhi enormi bianchi e contornati di ustioni, se ne stavano lì completamente sbarrati perché impossibilitati a chiudersi, occhi senza vita che ne avevano tolta altrettanta a innumerevoli persone. Il sangue scivolava come nulla fosse da quei due enormi bulbi oculari, che non sembravano subire alcun fastidio da esso. Poi, si immerse.

Il reporter rimase pietrificato dalla paura per qualche secondo, non era pronto a tutto ciò, stava sperimentando sulla sua pelle il terrore più assoluto.

Ben presto non ebbe più tempo per pensare: il killer afferrò entrambe le sue gambe facendo pressione sul polpaccio ferito dell'uomo, per trascinarlo poi insieme a lui sotto quella poltiglia putrefatta.

Il sangue era arrivato alla gola, ma nonostante questo le sue urla si udirono anche al di fuori della vasca di sangue.







Il giorno prima, ore 19:00



“Quindi è questo il posto in cui è stato per tutto questo tempo.” disse il giornalista.

“Già, dopo il suo arresto è scomparso per qualche tempo, poi una mia fonte ha confermato la sua identità all'interno di questo ospedale psichiatrico.” confermò il direttore.

“Un manicomio?! Ma non erano stati aboliti? E poi a me dà l'aria di essere un normale ospedale.” chiese preoccupato il reporter.

“Sembra che qui vengano curati i criminali alla vecchia maniera, se capisci cosa intendo, abbiamo scritto un articolo tempo fa sulla presunta esistenza di questo manicomio ma la cosa venne insabbiata e fatta passare per una bufala, ora le voci sono tutto ciò che è rimasto.” raccontò il direttore del giornale.

I due uomini si divisero, il direttore come gli aveva promesso l'aveva portato nel luogo in cui si trovava ora l'uomo conosciuto, in passato, come il detective Jeffrey, l'unico che avrebbe potuto sapere cosa realmente era successo a Jeff the Killer, sempre se era ancora in grado di parlare.

Il reporter chiese alla reception se potesse incontrare il suddetto ex detective, l'infermiera fu sorpresa nell'udire il nome di quel paziente, nessuno era mai venuto a trovarlo durante la sua intera permanenza in quel luogo.

Così gli fu acconsentito di incontrarlo: aveva a disposizione solo venti minuti per interrogarlo. Fu portato all'interno della stanza di Jeffrey, che sedeva nel suo letto con la testa rivolta verso la finestra dando le spalle all'uomo che si accomodò nella stanza.

“Lei è l'agente Jeffrey, giusto?” chiese il reporter.

“Ex agente, e non mi chiami con quel nome” rispose scontroso l'uomo.

“Come devo chiamarla quindi?”

“Non lo so, non sono più nulla ormai.” rispose l'uomo con tono triste.

“Mi ascolti... sono qui per chiederle un'intervista, è disposto a farla o c'è un motivo per cui non accetterebbe?” chiese il giornalista.

“Spero tu mi stia prendendo in giro, non ti hanno parlato di me? Non sai cosa ho fatto? Non hai paura a restare in questa stanza da solo con me?” chiese sorpreso l'ex detective.

Il giornalista gli raccontò tutto ciò che era successo quello stesso giorno, gli spiegò del suo nome presente nella lista che lui stesso aveva recuperato e del perché decise di incontrarlo.

“Quindi alla fine anche quella lista, l'unica cosa buona estrapolata da tutto ciò, si è rivelata un altro oggetto portatore di morte.” pensò a voce alta il paziente, seccato da tutto ciò.

“Tuttavia, non vedo perché dovresti preoccuparti tanto di questa cosa, lo sanno tutti che Jeff the Killer è morto e non è mai stato in quella prigione, non hai visto la sua tomba, ragazzo?” continuò l'ex detective.

“Quindi mi sta confermando che è stato proprio lei a compiere quell'assalto nella prigione? Lei, insieme all'agente Billy?” chiese il reporter.

“Per quale motivo non dovrebbe essere la verità?” chiese Jeffrey.

“Perché sono sicuro che Jeff the Killer sia ancora vivo, e che lei sia stato usato come capro espiatorio per ciò che è realmente successo lì dentro.” disse il reporter convinto della sua affermazione.

“Jeff è morto, io l'ho ucciso, ho bruciato il suo corpo all'interno della R-4.” disse Jeffrey con tono assente.

“Mi ascolti bene, ciò che sto per farle ascoltare è segretissimo, nessun altro deve sapere dell'esistenza di questo nastro.” disse il reporter tirando fuori dalla tasca un piccolo registratore e premendo play una volta finita la frase.


1° voce: “Amico, quella cella è un vero macello, dubito potranno riutilizzarla di nuovo.”

2° voce: “Già, senza contare che quella cella era stata costruita in maniera tale da sembrare la camera di quel ragazzo, tutti i soldi per realizzarla sono stati buttati al vento.”

1° voce: “Perché dobbiamo esaminare questa roba? Che cosa sperano di ottenere dall'esame del corpo abbrustolito di quel ragazzo?”

2° voce: “Non lo chiedere a me, poi lo sai come funziona questa roba, è semplicemente la prassi.”

1° voce: “Ehy ma stai registrando?!”

2° voce: “Certo, lo sai che questo aggeggio fa spesso brutti scherzi e c'è bisogno di iniziare la registrazione un po' prima, inoltre non ti preoccupare, cancellerò la parte iniziale.”

1° voce: “Ok ma assicurati che non si senta che mi sono lamentato del mio lavoro.”

2° voce: “Non ti preoccupare, piuttosto, pensi anche tu che siano stati quel detective e quell'agente morto a causare questo casino?”

1° voce: “Non ne ho proprio idea amico, ma l'hai visto anche tu com'era ridotto quel detective, quel suo sguardo affossato e quel suo fottuto sorriso inquietante mi hanno fatto gelare il sangue.”

2° voce: “Già, me ne sono accorto anch'io, non penso che gli eroi possano avere il volto di un demone.”

1° voce: “Inoltre il corpo di quel suo killer non era presente nella cella, quel bastardo deve aver semplicemente dato fuoco a quel povero ragazzo smemorato.”

2° voce: “Come se non bastasse è stato trovato un proiettile nel suo cadavere, e pare proprio essere stato sparato dalla pistola di quel detective.”

1° voce: “Spero che i veri detective si sbrighino presto ad inchiodare quel mostro, ho perso molti amici a causa sua.”

2° voce: “Ok, direi che possiamo iniziare ad esaminare questa roba, dunque c'era solo una benda e quest'uniforme bruciata dentro la cella?”

1° voce: “No, pare ci fosse anche quel borsone laggiù, la copertura era ignifuga ed è resistita all'incendio.”

2° voce: “Diamine l'avevo scordato, secondo quel detective questo era il borsone in cui il killer aveva nascosto la tanica di benzina e altra attrezzatura, come se non bastasse era ancora pesantissimo, mi chiedo cos'altro possa esserci ancora al suo interno.”

1° voce: “Non lo so ma sbrighiamoci ad esaminare quella roba, ho bisogno di un bel bagno caldo dopo tutta questa storia, stai attento che la cerniera è danneggiata, dovrai tagliare la copertura per aprirlo.”

Si sentono dei passi muoversi verso un'altra direzione, probabilmente la seconda voce si diresse verso il borsone appena accennato.

2° voce: “Ehy, ma è già stato tagliato, mi prendi per il culo amico?”

2° voce: “Amico...?”

3° voce: “Shhhh... torna a dormire.”


Registrazione interrotta.




“...” Jeffrey rimase senza parole.

“Io non credo sia stato tu, quella frase...” 

“Lo so che è ancora vivo.” disse l'ex detective interrompendo l'uomo.

“Allora perché...”

“Io ho perso tutto, la mia vita, la mia famiglia... Dio... stavo per ucciderla con le mie stesse mani, stavo diventando lo stesso mostro che era lui... stavo spezzando i legami della mia umanità mentre il collo di mia moglie era fra le mie mani.” iniziò a raccontare Jeffrey.

“Come è potuta succedere una cosa simile?” chiese il reporter.

“Ascoltami, quella che ti sto per raccontare è la sola verità assoluta, anche se hai detto di fidarti di me non credo tu possa credere a tutto ciò che ti sto per dire.” preannunciò l'ex detective.

Jeffrey gli raccontò tutto quanto, dal primo incontro con Jeff quando aveva solo tredici anni a ciò che è accaduto all'interno della R-4.

“Ci costrinse a spararci per verificare chi tra noi due fosse il più puro, chi tra le vittime del suo cerchio era divorata dai suoi demoni e non meritava quella che lui chiamava liberazione.” disse Jeffrey concludendo la prima parte del suo racconto.

“Quindi gli hai sparato semplicemente perché stava per farlo lui, in parole povere l'impuro era lui, no?”

“Ma alla fine fui sempre io a sparare per primo, nessuno sa se lui avrebbe premuto veramente il grilletto. Sta di fatto che, non vado fiero di ciò che ho fatto poi, ho sparato, pugnalato e bruciato il corpo di quel pazzo assassino, ho macchiato la mia anima con l'odio e nonostante tutto non è servito a niente. Lo so che lui è ancora vivo, ormai io e lui siamo legati fintanto che il cerchio rimarrà aperto, non so come spiegarlo, semplicemente sento ancora la sua presenza in questo mondo.” si sfogò Jeffrey.

“Pensi davvero che l'eccessiva privazione del sonno possa portare le persone a diventare come lui?” chiese il reporter.

“No, a quanto pare c'è dell'altro, qualcosa che non ha voluto dirmi, qualcosa che doveva accadere prima della privazione del sonno.” disse convinto l'ex agente.

“Perché pensi questo?” chiese l'altro uomo.

“C'è una cosa che non ti ho ancora raccontato, e c'entra con la mia sparizione in questi ultimi due anni. Sono stato tenuto prigioniero, usato come cavia da dei pazzi che volevano scoprire cosa è successo a Jeff e perché è divenuto ciò che è.”


“Ho raccontato la mia storia alla persona sbagliata che faceva parte di questa organizzazione intenta a raccogliere, contenere e all'estremo distruggere qualsiasi persona, oggetto, cosa o animale che abbia un qualsiasi aspetto sovrannaturale, o che comunque è fuori dall'ordinario.” iniziò a raccontare l'ex detective.

“E cosa volevano fare con te?” chiese il reporter.

“Hanno fatto dei test su di me, hanno continuato a tenermi sveglio, mi hanno tolto anche quelle poche ore di sonno che riuscivo ad avere, volevano che diventassi come lui per poter esaminare il fenomeno e curarlo per fare in modo che una cosa del genere non avvenisse in altre persone. Io ero solo un'istanza dell'elemento a cui mi hanno appioppato, l'elemento vero e proprio è quella che loro hanno definito come malattia, ma che Jeff ha definito demone. Per loro questo è un fattore impossibile da contenere, essendo un elemento che può manifestarsi su tutti gli esseri umani.
Ma io non ero ciò che loro si aspettavano, non ho potuto e saputo dargli i risultati che loro volevano. Sono stato la loro cavia per un intero anno, ogni tanto inviavano dentro la mia cella di contenimento dei detenuti o dei rinnegati che loro usano per testare i loro elementi, alcuni di questi avevano paura solamente ad avvicinarsi a me, lì dentro devono aver visto delle mostruosità peggiori. Questo è durato finché uno di loro mi riconobbe: era un delinquente che arrestai io stesso e che ero convinto fosse stato ammazzato sulla sedia elettrica, quel tizio mi ha pestato a sangue e ci mancò poco che non mi uccidesse, una delle guardie entrò nella cella e lo ammazzò senza alcuna esitazione.” finì di raccontare Jeffrey.

“E poi cosa accadde, perché non ti trovi più in quel posto?” chiese il giornalista.

“Quando si resero conto che non potevo dargli ciò che volevano non sapevano più cosa farsene di me, non potevano continuare a contenere una persona che ormai dava segni di normalità, ma non potevano nemmeno terminarmi, ero l'unica cosa in loro possesso collegata a quell'elemento. Quindi decisero di rinchiudermi qui, in questo ospedale, in questa area camuffata dell'ospedale che non è altro che un manicomio creato e controllato da loro. Non credo nemmeno più che si ricordino di me... mi hanno tolto quel poco di vita che Jeff non era riuscito a togliermi...”

“Ascoltami, tu devi uscire di qui, dobbiamo portare una prova che Jeff è ancora vivo e scagionarti!” lo intimò il reporter.

“No, non posso. Io non sono più quello che ero prima, sono diventato un mostro, ho quasi ammazzato la mia famiglia in preda ad un raptus di follia... stavo per diventare ciò a cui ho sempre dato la caccia.” 

“Io non vedo alcun mostro, guardati ora, non sei più malato.” disse il reporter.

“Come fai a dirlo, sono rimasto di spalle per tutto il tempo...” chiese Jeffrey.

“Il riflesso di quella finestra non mente, tu sei quello di un tempo, PUOI ancora essere quello di un tempo.” insistette il giornalista.

“Anche se fosse così, se io uscissi non farei che riaprire il cerchio, sono l'unico ancora vivo nella sua lista di sangue, senza contare che ovunque io sia andato, qualsiasi cosa io abbia fatto non è mai servita a fermarlo, è sempre stato un passo avanti a me, mi ha sempre usato per arrivare dove voleva arrivare. Io non posso più affrontarlo, non posso più... vederlo...” cominciò a dire Jeffrey in preda al panico.

“Ora girati e ascoltami bene: tu sei un simbolo in questa vicenda.”

Jeffrey si girò e guardò l'uomo negli occhi “Un simbolo...” disse in un sospiro.

“Anche se la tua storia non è stata un granché tu hai comunque avuto la forza di restare a galla, molte persone si sono fidate di te, molte persone ti adorano e, anche se ci sono state molte persone migliori di te, tu sei comunque stato il punto di riferimento per molti. Anche se la tua vita è stata rovinata da delle persone e anche se altre di loro ti hanno gettato fango addosso ritenendoti un danno, tu sei comunque stato un simbolo in questo trascorso. La gente pensando a quella vicenda si ricorda di te... e non solo per qualcosa di brutto. Ora esci da questa cella buia e aiutami ad aiutarti.” disse l'uomo protraendo la mano verso Jeffrey per stringergli la sua.



“Non lasciarti schiacciare. La salvezza è dentro di te. Lo è sempre stata. E sempre lo sarà.”







Presente


C'erano solo pochi decimetri a separarlo dalla superficie, tuttavia era invisibile ai suoi occhi che non potevano penetrare il denso liquido cremisi che, oltre a non lasciar filtrare nemmeno l'oscurità, non gli permetteva nemmeno di mantenere gli occhi aperti per via dell'intenso bruciore.

Ciò che poteva vedere era solo l'intenso colore rosso, “e pensare che era pure il mio colore preferito.” pensò mentre non poteva far altro che dimenarsi nella speranza di liberarsi dalla presa di quello squalo.

Il killer sembrò odiare quel suo polpaccio così tanto che addirittura affondò i suoi denti sempre nella stessa ferita della sua vittima: voleva menomarlo ancora e ancora per assicurarsi che il suo percorso fosse stato il più sofferente possibile.

Il fiato iniziò a mancare, quattro videocamere su sei, sarebbe stato un buon primo risultato se i crediti a sua disposizione non fossero stati solamente uno.

Poi finalmente il killer lasciò la presa, finirla così presto non l'avrebbe soddisfatto abbastanza. La morte per annegamento in una poltiglia putrefatta per quanto orribile sarebbe stata non era ciò che la sua vittima meritava.

Il reporter riuscì a tornare a galla, si lasciò andare in un lungo e rumoroso respiro mentre, in preda al panico, tentava di raggiungere la struttura cilindrica e ad arrampicarcisi su.

Rimase disteso sopra lo stretto cilindro stringendo forte con la mano la videocamera appena recuperata, avviò il video rimanendo a pancia in su e tenendo la videocamera sopra di lui: doveva sbrigarsi a visionare il video prima che le sue mani bagnate di sangue danneggiassero l'apparecchio.

Il cimitero. Questa volta la tomba era forse quella più legata in assoluto alla persona di Jeff, infatti apparteneva a Liu, il fratello, ciò comunque non gli impedì di posizionare ai piedi della tomba l'ennesima foto che raffigurava la morte del soggetto: il corpo impresso su quella foto era completamente ricoperto di tagli e affondi, l'intero letto del ragazzo era stato inzuppato del suo sangue, non si poteva scorgere una sola sfumatura che non fosse colorata di rosso. Il video tagliò sul nero e apparve la scritta “INNOCENZA”.

Solo un'altra e sarebbe stato tutto finito, ma l'uomo era ormai all'estremo delle forze. Se veramente voleva trovare l'ultima videocamera allora doveva sbrigarsi a riattraversare la vasca, col rischio che il killer lo attaccasse di nuovo.

“Tic, Tic, Tic.”

Quel suono era appena diventato il più terrificante al mondo, ma d'altronde se il rumore era ricominciato il killer non poteva ancora essere a mollo nella poltiglia, no?

Per sua fortuna andò proprio così, riattraversò la vasca più veloce che poté stringendo i denti per non urlare a causa delle ferite che bruciavano terribilmente.

E ora? In quale altro posto poteva trovarsi l'ultima videocamera? Perfino il ticchettio era cessato e non stava più guidando l'uomo tra le tenebre, dove doveva dirigersi arrivato a questo punto? 

“Grat, grat” il rumore era vicino.

L'uomo non fece in tempo a gioire a causa della lama che gli tagliò superficialmente la schiena.

“Tic... tic...”

Se il suono era debole significava che...

“Grat, grat”

Un altro taglio improvviso, questa volta sul fianco.

“Che cosa diavolo significa?!” urlò con tutta la sua forza l'uomo mentre veniva lentamente martoriato dal fantasma.

“Tic... tic...”

“Aiuto...”

“Grat...”





“Sembrava voler solo mandare le sue vittime a dormire.” dicevano i media dopo aver intervistato i sopravvissuti, “lui voleva solo salvarci.” recitavano alcune delle lettere di suicidio di quest'ultimi. Si definiva un salvatore, uccideva i buoni per mandarli in un mondo migliore, un mondo che lui aveva visto con i suoi occhi. Questo era il credo di Jeff the Killer: i cattivi dovevano restare in vita e i buoni dovevano raggiungere il mondo dei sogni.

Allora perché? Perché il killer continuava a tormentare in questo modo l'uomo che avrebbe dovuto salvare quel giorno? Perché costringerlo a giocare al suo gioco malato per poi interromperlo così, senza motivo, torturandolo a morte? Perché i killer sono demoni, demoni che camminano sulla terra. I demoni non sono eroi, lui gode a fare quello che fa, anche se pensa che quello che fa sia giusto lui non perde l'occasione di inebriarsi del piacevole suono della carne che si lacera al passaggio del suo coltello arrugginito, del suono del sangue che dal suo coltello gocciola sul pavimento. 

“Quanto sangue schizzerà fuori questa volta se metterò più pressione sull'estremità del manico...?” probabilmente fu quello che pensava l'assassino in quel momento, mentre grattava la sua lama contro il muro per segnalare all'uomo che era vicino all'ultima videocamera, per poi attaccarlo nuovamente senza alcuna pietà, “Quanti litri di sangue può perdere una persona prima di morire dissanguata?” sicuramente ne era già a conoscenza, chissà con quante altre persone si era posto quella domanda e aveva già trovato risposta. Mentiva a se stesso pensando di non saperlo, oppure semplicemente questa volta la risposta sperava fosse diversa, dopotutto dovrebbe variare da persona a persona, no?

Non cercare mai di capire cosa passa per la testa di un killer che ha perso la sua umanità, non lo troveresti affascinante. A meno che tu non sia come lui. 

“Tap, tap, tap.”

Il countdown della morte ripartì appena il killer vide che l'uomo era ormai al limite. Purtroppo quest'ultimo aveva capito troppo tardi dove fosse l'ultima videocamera: se l'avesse capito entro i primi tre attacchi forse avrebbe potuto meditare una strategia, ma ormai non c'era più niente da fare... se non correre.

Videocamera o no, non sarebbe rimasto lì fermo a morire, poteva ancora sperare di trovare della luce da qualche parte nell'edificio accanto, doveva solo raggiungere il tunnel...




Il giorno prima, ore 21:00


“Vedi, questo è il mattatoio e questo è il tunnel sotterraneo che lo collega all'edificio amministrativo.” disse il reporter illustrando la planimetria all'ex detective Jeffrey.

“...”

“Ho piazzato videocamere qui, qui e qui. Andremo questa notte a verificare se qualcosa è stato lì dentro nelle ultime dieci ore.” continuò il reporter.

“Perché proprio di notte, non possiamo valerci della luce solare?” chiese l'ex agente.

“Il mattatoio ha finestre e porte completamente sbarrate, lì dentro è come se fosse sempre notte. Per quanto riguarda l'edificio, ha ancora delle parti in luce, oggi c'è la luna piena e dovrebbe bastare ad illuminare la maggior parte delle stanze in cui ho piazzato le videocamere. Non ti preoccupare sarà un gioco da ragazzi recuperarle, inoltre le videocamere si trovano solo nell'ufficio amministrativo, non sarei mai entrato in quel mattatoio da brividi.” rispose il giornalista.

“Per quanto tempo potrò stare fuori dall'ospedale? E come sei riuscito a convincerli a farmi uscire? Non so neppure il tuo nome.” chiese titubante Jeffrey, ancora sbalordito nel poter respirare nuovamente aria fresca.

“Mi chiamo Benjamin, il mio capo aveva un amico in quell'ospedale e mi doveva ancora un ultimo favore. Non ti preoccupare, ti riporterò indietro prima che quei pazzi di cui parlavi si accorgano che tu sia uscito da lì.” lo rassicurò Benjamin.


Benjamin e Jeffrey si divisero per prepararsi, si incontrarono tre ore dopo a mezzanotte spaccate davanti all'edificio amministrativo dell'ammazzatoio, entrambi nel tempo passato si erano procurati l'attrezzatura per la perlustrazione dell'edificio.



Quello stesso giorno, ore 0:00



“La prima videocamera dovrebbe essere subito qui all'ingresso, l'ho nascosta per bene nella receptionis-” disse Benjamin aprendo la porta d'ingresso, la videocamera gli arrivò dritta in faccia, era appesa con un cavo proprio sopra la porta.

“Ma che d-diavolo...” balbettò Benjamin ancora sorpreso per lo spavento.

I due staccarono la videocamera da dove era stata riposta e la esaminarono.

“Qualcuno l'ha spostata. Oltre a me solo tu sapevi della posizione delle videocamere, quindi o sei stato tu o qui è passato qualcun altro.” rifletté il reporter.

“Controlla che non abbia registrato qualcosa, ti sei assicurato che fosse accesa quando l'hai riposta almeno?” chiese Jeffrey.

“Mi credi uno stupido? Io ci lavoro tutti i giorni con questi aggeggi, vedi, basta premere qui e... non c'è batteria.” disse amareggiato l'uomo.

“Sei un'idiota.” disse Jeffrey coprendosi il viso.

“No, aspetta! Vedo qualcosa... chi ha registrato queste immagini...”

Il video mostrava una panoramica del cimitero comunale, per poi soffermarsi su due tombe molto vicine tra loro.

“Margaret e Peter, uniti anche nella morte.” recitò a voce Benjamin, leggendo la scritta presente in entrambe le lapidi.

“Aspetta, c'è dell'altro.” continuò Benjamin.

Benjamin notò una fotografia posta proprio nel mezzo delle due lapidi, la foto raffigurava due sposi distesi sul letto in un bagno di sangue, entrambi i corpi presentavano molte ferite profonde, le loro mani erano unite come se se ne fossero andati insieme.

Il video tagliò sul nero, apparve la scritta “SUPERBIA”.

“Peter e Margaret, non erano forse i genitori di...”

“Di Jeff.” lo interruppe l'ex detective. “Inoltre, questa fotografia la scattai io stesso, fino ad oggi ero convinto fosse rimasta negli archivi della polizia...” continuò l'uomo.

“Che cosa significa tutto ciò? Questa è senza dubbio una delle mie videocamere ma io non ho assolutamente registrato nulla del genere!” dichiarò Benjamin.

“Ti credo, questa è sicuramente opera sua, è una trappola. Probabilmente si aspetta che noi recuperiamo tutte le videocamere per poi attaccarci nel buio.” rispose Jeffrey.

“Hai idea di cosa possa significare quella parola?” chiese il reporter.

“Superbia è una parola che s'addice molto ai genitori di Jeff, trascurarono i loro figli e non presero mai le loro difese quando cominciarono i guai, in quanto adulti si sentirono superiori e dettero per scontato che dei ragazzini come loro stessero mentendo. Inoltre, erano due persone molto snob che si preoccupavano solo di come le altre persone li vedessero, volevano senza dubbio essere la famiglia più amata del quartiere. Hanno commesso i loro errori ma non per questo meritavano di morire, soprattutto non per mano di uno dei loro figli. Chissà cosa hanno pensato... cosa hanno provato mentre Jeff macellava i loro corpi...” racconto Jeffrey.

“Ti senti bene?” chiese Benjamin.

“Sì, non ti preoccupare.”

“Dunque pensi che il messaggio illustri il motivo per cui Jeff li abbia uccisi?” ragionò Benjamin.

“È possibile, Margaret e Peter furono le prime vittime del cerchio di Jeff, la loro superbia probabilmente è una delle cause del sul cambiamento, ma sono sicuro ci sia sotto qualcos'altro...” rifletté Jeffrey. “In ogni caso mi sembra ovvio chi sia stato a fare queste riprese e chi si è assicurato che noi le vedessimo.”

“Ora si trova all'interno dell'edificio quindi...” 

“E noi faremmo meglio ad andarcene.” affermò Jeffrey.

“Perché?” chiese il reporter.

“Te l'ho già detto, lui non deve assolutamente vedermi, non deve assolutamente sapere che sono ancora vivo e in circolazione. Il cerchio deve rimanere chiuso.” rispose Jeffrey.

“Quindi basta così? Ce ne andiamo e basta?”

“Volevi una prova che Jeff è ancora vivo, eccola qui, buona fortuna e tanti saluti.”

“Questa registrazione potrebbe averla fatta chiunque, cosa ne so che non le ha fatte qualcuno che tu hai chiamato, o se non le hai fatte tu stesso prima che noi ci rincontrassimo?!” lo accusò Benjamin.

“Ascoltami bene, non esiste la possibilità che sia stato qualcun altro, non hai idea di cosa avrà in servo per te se ti addentrerai qui dentro!” rispose Jeffrey con rabbia.

“Di cosa hai paura...” 

“Te l'ho già detto... perderò il controllo se lo rivedrò...”

“Va bene, ho capito, allora tu rimani qui, se la situazione si farà troppo pericolosa prometto che tornerò indietro.” disse Benjamin.

“Ti aspetterò qui allora.” concluse Jeffrey.




Presente


“Corri, corri maledetto bastardo, CORRI!” si ripeteva Benjamin nella testa, mentre correva lungo il corridoio sotterraneo.

Il killer era appena dietro di lui, avrebbe potuto raggiungerlo immediatamente se non avesse perso tempo a battere il manico del suo coltello contro la parete a fianco per produrre un “Tap, tap” sempre più pesante e rapido, che alla sua vittima ormai appariva solamente come un tamburo della morte.

Il reporter stava mettendo il suo fisico al massimo della prova: non sentiva più la sua gamba destra ormai, la camicia strappata era stata stretta così tanto da togliere quasi completamente la circolazione alla parte inferiore. Molto probabilmente, il killer, vedendo così poco sangue fuoriuscire da quella ferita aveva aumentato la sua ira, così tanto che la sua mano, ormai, stava per toccare la schiena dell'uomo.

Il tunnel si sviluppava in pendenza, era progettato per arrivare direttamente al piano terra dell'edificio accanto. Non era una salita così tanto faticosa, ma per un uomo fisicamente devastato era come scalare una montagna di 3000 metri.

Ancora mezzo metro di vantaggio e il killer avrebbe potuto tirarlo a sé dalla maglia e sgozzarlo come un maiale, dipingendo i muri di rosso. Aveva così tanta voglia di trapassare l'osso del suo collo con la lama, che ormai aveva perso qualsiasi interesse di giocare con lui.

Eccolo, solo un altro po'. Le fredde dita toccarono il collo dell'inseguito.


Benjamin si tuffò in avanti sfondando le porte che portavano all'edificio amministrativo, rotolò per diversi metri prima di sbattere contro il muro che si trovava al di là dell'ingresso del tunnel schiacciandosi tutte le ferite soffrendo atrocemente, mentre il rumore delle porte che si richiudesero sbattendo dietro di lui accompagnava il tutto.

L'uomo strisciò contro il muro riuscendo a sedersi e tenendo appoggiata la schiena contro esso, poi, ricordandosi di ciò da cui era appena fuggito, osservò le porte chiuse che aveva appena varcato, rimanendo a fissarle e sperando con tutto il cuore che nessuno avrebbe fatto capolino da lì.

Si udì un forte tonfo provenire dall'altra parte. Il battito cardiaco di Benjamin risuonava per tutta la stanza, se non altro, ora si trovava in una stanza discretamente illuminata e, come aveva previsto, la luce lunare stava facendo il suo compito. Mai come allora la luna sembrava essere stata così luminosa.


“Non farlo battere così forte.” disse una voce provenire da dietro ciò che l'uomo reputava come la sua salvezza, “Aumenterà la tua pressione sanguigna e morirai dissanguato troppo presto.” le porte si aprirono.

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Una persona si ergeva tra le due porte, la luna riuscì ad illuminarlo fino alla bocca e Benjamin poté intravedere un orrendo sorriso intagliato, proprio come quello del detective Jeffrey, che si spalancava sempre di più tremando, come in preda a delle convulsioni.

Il giornalista tentò di vederne il volto, ma non ci riusciva, oltretutto temeva di vedere di nuovo quello sguardo freddo, osservato poco prima all'interno della vasca di sangue.

Gli occhi brillavano al di là dell'oscurità, il reporter si sentì ancora peggio a fissarlo, quegli occhi sembravano scrutando la sua anima.

Poi, lanciò contro all'uomo qualcosa. Benjamin chiuse gli occhi e attese che il coltello gettato dal killer lo finisse una volta per tutte.

L'oggetto colpì il piede dell'uomo, quest'ultimo aprì lentamente gli occhi verso quello che credeva essere il pugnale del mostro, ma con sua sorpresa si trattava della sesta ed ultima videocamera.

Il reporter riportò il suo sguardo verso la figura che si nascondeva dietro l'oscurità, ma se ne era già andata richiudendo le porte.

Proprio come aveva sospettato poco prima della sua fuga, l'ultima videocamera era in mano del killer stesso, per questo il rumore graffiante era sempre più forte poco prima che il killer attaccasse: indicava la distanza tra lui e Benjamin.

Titubante Benjamin raccolse la videocamera pronto a visionarne il contenuto:

si trattava per l'ennesima ed ultima volta del cimitero, ma questa volta c'era qualcosa di strano. La lapide indicata era molto diversa dalle altre, era spoglia, con solo data di nascita, morte e un nome, “Jeffrey”, nessun cognome, nessuna fotografia.

Quando il video tagliò come al solito, qualcosa di diverso apparve: la scritta era “VITA” ma lo sfondo in cui era collocata era diverso, come se questa volta fosse stata incisa sul marmo.

“Jeffrey... questa era la sua tomba se non vado errato.” rifletté Benjamin, “ma se non si riferisse a se stesso, ma al detective...? Vita... come dovrebbe essere intesa, realmente o metaforicamente? Che Jeff si sia ucciso per “autosalvarsi”? Oppure si riferisce al fatto che il detective dovrebbe essere già morto? Non capisco...” l'uomo si abbandonò ai suoi pensieri, per un attimo non badò alle numerose ferite che coprivano il suo corpo.

Ad un tratto, le porte del tunnel si riaprirono. Benjamin aveva il cuore in gola.

Dalla soglia fece capolino il detective Jeffrey, con un pugnale insanguinato in mano.

“Quindi sei stato davvero tu per tutto questo tempo...” disse il giornalista.

Jeffrey si avvicinò a passo lento verso l'uomo.

“Avanti, fallo, fai in fretta.” si rassegnò il reporter.




Quello stesso giorno, ore 01:00



“Questa non sembra essersi mossa da qui.” disse Benjamin vedendo che una delle sue videocamere si trovava ancora in uno dei punti da lui stabiliti.

Aveva perso un'intera ora per perlustrare i punti in cui avrebbero dovuto esserci le sue videocamere, e solamente questa si trovava ancora nel punto giusto.

“Come non detto...” esclamò vedendo che anche questa seconda telecamera aveva poca batteria, segno che era stata comunque usata da qualcuno.

Partì il video, il cimitero, la tomba era di Keith. La fotografia era la più disgustosa di tutte, su di lui sembrava esserci stato un particolare accanimento, molto probabilmente non tutti gli organi rimasero all'interno del suo corpo. Il video tagliò sul nero e apparve la scritta “RIMPIANTI”.

“Da ciò che mi ha detto Jeffrey, il ragazzo visse sei anni nel rimpianto per quello che aveva fatto a Jeff, proprio come il detective Jeffrey si pentì per aver sparato a Jeff quella notte sul tetto. Questo cambia tutto, questa volta si tratta di emozioni scaturite solamente dopo la trasformazione di Jeff, dunque ci sbagliavamo. Queste parole non riguardano il motivo per cui Jeff ha ucciso queste persone, c'è davvero dell'altro.” rifletté Benjamin, “Devo tornare da Jeffrey e riferirgli quanto scoperto.” decise poi.


Nel frattempo, Jeffrey si era stancato di aspettare e si addentrò anch'egli nel palazzo, affrontando le sue paure, alla ricerca di Benjamin. 

Il reporter era tornato all'entrata ma non avendo trovato Jeffrey decise di attendere un po', passò così un'altra mezz'ora, infine Benjamin decise di ripartire alla ricerca della terza videocamera: si sarebbe preoccupato dopo di che fine aveva fatto l'ex detective.




Presente, ore 02:20



“Di cosa stai parlando?” chiese l'ex detective mentre stingeva forte il coltello che aveva in mano.

“Hai architettato tutto questo, non è così? Hai scritto il mio nome in quella lista poiché io, un giorno, potessi cercarti e liberarti, non è forse vero?!” rispose Benjamin in un tono di rabbia.

“Che cosa stai dicendo!? Ti ho cercato per tutto il tempo! E poi, come diavolo avrei fatto a sapere il tuo nome!?” ribatté Jeffrey.

“Sono un giornalista, non è così strano che tu conoscessi da prima il mio nome. E poi dimmi, perché tieni un coltello in mano, intriso di sangue per giunta, il mio sangue!” insisté il reporter.

“L'ho trovato pochi secondi fa, era lì conficcato dietro quelle due porte!” si difendé l'uomo.

“Non attacca più Jeffrey, è evidente ormai che ho sbagliato a fidarmi di te.” concluse Benjamin.

Non c'era nulla che Jeffrey potesse dire per scagionarsi, gli sembrava di essere tornato all'interno della R-4, gli sembrava di puntare nuovamente la pistola contro Randy, gli sembrava di pronunciare di nuovo le stesse parole che non raggiunsero il cuore del ragazzo.

Fece, dunque, la cosa che avrebbe dovuto fare quel giorno.

Jeffrey gettò a terra il coltello.

“Se è questo quello a cui credi, allora uccidimi.” disse l'ex detective mettendo le braccia a croce.

Benjamin non ci pensò due volte, si alzò in piedi con le poche forze che gli erano rimaste, prese il coltello e lo puntò alla gola dell'ex poliziotto.

Jeffrey chiuse gli occhi in attesa di ritrovare la pace di cui Jeff gli aveva parlato.

Ma li riaprì, rendendosi conto di quanto stupido fosse ciò a cui aveva appena pensato, stava rinnegando se stesso e ciò a cui aveva sempre creduto per credere, in punto di morte, ad un credo che aveva sempre ritenuto sbagliato.

Fu quando Jeffrey riaprì gli occhi che Benjamin scrutò il suo sguardo: non era lo stesso sguardo che aveva visto nella vasca di sangue. Fino ad ora era stato torturato da qualcuno, non era mai riuscito a vederlo bene, ma per quanto le prove portassero tutte all'uomo che teneva in pugno, ora sentiva per certo che non era lui. Rimise dunque in mano il coltello all'uomo di fronte a lui.

Jeffrey ne rimase sorpreso, impugnò con forza il coltello e... 


lo lanciò via, lontano dai due uomini.

Benjamin si risedette in segno di sollievo.



“Se non sei stato tu, allora dove sei stato per tutto questo tempo? Perché non sei rimasto dove avevi detto?” chiese il reporter.

“Dopo quasi un'ora d'attesa pensavo ti fosse successo qualcosa, quindi sono venuto a cercarti. Ti ho visto entrare all'interno del tunnel che portava al mattatoio, ma non ho fatto in tempo a fermarti.” raccontò Jeffrey.

“Quindi mi hai seguito?”

“Sì, mi sono addentrato nel buio corridoio, poi un rumore mi ha attirato all'interno di una stanza posta a metà del tunnel. Credo che lui fosse al suo interno quando sono entrato, ad un certo punto ho sentito una sensazione molto familiare.” disse Jeffrey.

“Che tipo di sensazione?”

“Sono sicuro che per un momento, nel buio più completo, lui mi sia passato accanto. Ho sentito solo un leggero spostamento d'aria ma ero sicuro ci fosse qualcosa nell'oscurità. Una sensazione simile l'ho provata una sola volta nella mia vita, quando tentai di riparare il generatore della prigione fantasma.” rispose l'ex detective. “Poco dopo, la porta si è chiusa dietro di me, sono rimasto intrappolato lì dentro fino a poco fa.”

“In che modo sei riuscito a scappare?”

“In nessun modo, la porta si è riaperta da sola, ero convinto fossi stato tu, ma quando ho guardato fuori non c'era nessuno.” rispose Jeffrey.

“Quindi ti ha lasciato uscire solo dopo che ho recuperato l'ultima videocamera...” capì Benjamin.

“Sei riuscito a trovarle tutte?! Ottimo lavoro!” gli disse Jeffrey sorpreso.

“Sì... ma a caro prezzo...” e dopo quella frase, Benjamin raccontò a Jeffrey tutto ciò che gli era successo per il recupero delle ultime tre videocamere, gli raccontò del gioco malato di cui era stato vittima, dell'agonia provata nella vasca ricolma di sangue e dell'inseguimento mortale in seguito alla macellazione che la sua schiena aveva subito.

“Quindi, dopo che abbiamo trovato insieme la prima telecamera, hai trovato la seconda videocamera al secondo piano di questo edificio, la quarta nelle stanze degli operai del mattatoio, la quinta nella vasca di sangue e la sesta era in mano di Jeff stesso. Ma la terza?” chiese Jeffrey facendo il punto della situazione.

“La terza era proprio qui, era appesa come la prima ma davanti all'ingresso del tunnel. Lì accanto potrai notare una piantina dei due edifici, c'è un 3 inciso con una lama su entrambi gli edifici. Da lì ho capito che le ultime tre videocamere erano per forza all'interno del mattatoio, quel posto mi farà venire gli incubi per sempre.” raccontò Benjamin, “La terza tomba era quella di Billy, la foto della sua lapide mostrava un corpo ridotto ad un colabrodo, perfino i suoi connotati erano scomparsi a causa dei tagli e gli affondi nel suo viso. La parola era “PAURA” su sfondo nero.” in seguito Benjamin gli illustrò tutti i restanti video che aveva visionato ad eccezione dell'ultimo, quello che riguardava il nome “Jeffrey”, non voleva preoccupare l'ex agente, dunque mentì dicendo che il video mostrava una tomba vuota e nulla più.

“Ascoltami, non sono stato chiuso dentro quella stanza per caso, lì dentro c'è qualcosa che Jeff voleva che vedessi. Manca ancora un tassello, le videocamere non hanno dato la risposta completa.”

Jeffrey prese in spalla Benjamin e si diressero nuovamente all'interno del tunnel, la stanza che avrebbero dovuto raggiungere era la sala conferenze: era quella in cui Jeffrey era rimasto rinchiuso per tutto quel tempo.

“Come ti senti, pensi di riuscire a farcela?” chiese Jeffrey.

“Non ti preoccupare, questa gamba e questo braccio hanno intenzione di vendicare i loro fratelli.” disse l'uomo, facendo notare che una gamba ed un braccio erano inutilizzabili a causa delle due ferite più profonde.

“... perché hai deciso di nuovo di fidarti di me? Ormai avrai notato da te che la mia sanità mentale ha iniziato ad abbandonarmi.” disse Jeffrey in preda alle sue solite paranoie.

“Ammetto che pensavo realmente fossi tu a massacrarmi, ma dentro di me credo ancora alle parole che ti ho detto in quell'ospedale. Penso davvero che tu sia un simbolo positivo all'interno di questa storia, non meritavi nulla di ciò che ti è accaduto, mi dispiace molto per quello che ti è successo.” spiegò Benjamin.

“Perché ti dispiace?”

“Perché sei un brav'uomo.” rispose rapidamente il reporter.

Jeffrey sapeva che c'era dell'altro, ma per il momento decise di lasciare stare, c'erano cose più importanti da fare prima.



“Siamo arrivati.” annunciò Jeffrey.

“Che cos'è questo tanfo...” chiese Benjamin.

“Ora vedrai...” l'ex detective accese la sua torcia, aveva sicuramente più batteria di quella di Benjamin, puntò il fascio di luce in direzione dei banchi in cui sedevano i gestori del luogo durante le loro riunioni.

“Madre di Dio...” fu tutto ciò che Benjamin riuscì a dire.

I banchi erano stati disposti a cerchio, sopra ad alcuni dei banchi erano incise alcune delle scritte che il giornalista era riuscito a trovare visionando le videocamere. “Superbia, innocenza, paura, rimpianto, vendetta e... nella sesta non c'era scritto nulla. Inoltre i banchi erano sette.”
Seduta sulla sedia di ogni banco c'era la salma di qualcuno, era facile intuire di chi fossero. Solamente i corpi di Margaret, Peter e Liu si erano già scheletriti, gli altri seppur morti da parecchi anni, non si erano ancora decomposti completamente. Jeff aveva riesumato i corpi di tutte le vittime del cerchio.

“Non c'è limite alla sua follia.” affermò Jeffrey.

“Non si può dire che non sia uno che vuole fare le cose in grande stile, ma Gesù santissimo, questo livello di pazzia supera qualsiasi cosa io abbia visto in tutta la mia vita.” replicò Benjamin.

“Hai notato quei due banchi? Uno presenta un corpo ma senza alcun nome o una scritta, mentre nell'altro è seduto un manichino con un cappello da poliziotto in testa e un sorriso inciso nel legno.” fece notare Jeffrey.

Benjamin sapeva chi rappresentava il manichino e pensò che ormai anche l'ex detective ci fosse arrivato, per non affrontare subito l'argomento Benjamin spostò l'attenzione sul sesto banco.

“Un solo corpo eh... di chi pensi appartenga, qualcuno del cerchio che non conosci?” chiese Benjamin.

“Sono rimasto rinchiuso qui per ore, ho avuto tutto il tempo per esaminare il corpo, riflettendo ho pensato che le vittime possibili potessero essere solamente tre.” esplicò Jeffrey.

“Chi?”

“Il primo a cui ho pensato fu Troy, ma il ragazzo era morto prima della trasformazione di Jeff, dunque era un membro del cerchio morto prima che l'idea di esso fosse stata concepita da Jeff. La seconda fu Barbara, la madre di Billy, ma poi mi sono ricordato che non è morta per mano di Jeff, morì a causa di un tumore al cervello, fu l'unica vittima del cerchio a non morire per mano sua. Dunque poteva essere solamente David.” raccontò Jeffrey aggiungendo un tono triste alla rivelazione dell'ultimo nome.

“Chi è David?” chiese di consueto il reporter.

“David era il mio collega, il mio partner. Ho esaminato il corpo e, anche se il suo viso ormai è irriconoscibile, ho trovato il segno di una pugnalata sullo sterno, quella fu la causa della sua morte.” rivelò Jeffrey.
”Penso che Jeff mi abbia rinchiuso qui perché io riuscissi ad identificare il suo corpo, essendo quello più strettamente collegato a me. Lo ha fatto di proposito, vuole distruggere ancora di più la mia psiche...” illustrò Jeffrey mettendosi le mani sopra la testa.

“Non ci pensare! Rimani concentrato, ci siamo vicini, avanti!” lo incoraggiò Benji.

“Tuttavia... non sono riuscito a trovare la parola chiave da abbinare a David, pensavo fosse in una delle videocamere che hai trovato, ma ora non ho proprio idea di come possiamo fare a scoprirla.” affermò l'ex detective.

“Riflettiamo, i video fino ad ora hanno mostrato queste frasi incise su questi banchi neri, in ogni video sono presenti una tomba e una fotografia. Noi sappiamo che questo è David quindi non abbiamo bisogno di vedere la sua lapide, deve essere qualcosa che c'entra con la foto.” rifletté Benjamin. 

“Le foto hanno sempre illustrato questi corpi nel momento in cui erano morti, non hanno mostrato nient'altro.” esplicò Jeffrey.

“Quindi se ci fosse una foto di David, questo lo ritrarrebbe con una ferita sullo sterno, giusto?” chiese il reporter.

“Sì.”

“Non ci capisco niente.” si arrese Benjamin.

“Dov'è finito il tuo entusiasmo?” chiese deluso l'ex poliziotto, “Ricordo David, ricordo quando tentai di soccorrerlo, non mollare gli dissi, non riusciva nemmeno a proferire parola... sputava il sangue che gli era arrivato alla gola per tentare di parlarmi, i suoi occhi si ricoprirono di lacrime perché non riusciva a dire nulla. Morì dissanguato poco dopo...” pensò a voce alta Jeffrey mentre pensava agli ultimi istanti di vita del suo partner.

“Posso capirlo, ancora un po' e farò la sua stessa fine.” borbottò tristemente Benjamin.

“Come hai detto?” chiese Jeffrey, aveva avuto un'illuminazione.

“Che morirò dissanguato se non ci sbrighiamo.” replicò nuovamente Benjamin.

“Credo di aver capito. Girati!” 

“Cosa?!”

“Quante volte hai detto di essere stato inciso sulla schiena?” chiese Jeffrey.

“Una dozzina di volte, ma che c'entra ora?!” chiese confuso Benjamin.

“Non è stata la ferita sullo sterno a causare la morte di David, è stato l'agonizzante dissanguamento. La sesta parola è su di te! Jeff vuole farti condividere lo stesso destino di David!” spiegò Jeffrey mentre sollevava la camicia di Benjamin scoprendo la sua schiena.
Aveva ragione, seppur non perfettamente scritta, gli innumerevoli tagli avevano formato una parola sull'intera schiena di Benjamin, la parola andava da fianco a fianco e rivelava “FIDUCIA”.

“Non me ne ero minimamente reso conto, ha davvero avuto il tempo di farmi una cosa simile, con questa precisione per giunta?!” chiese confuso e spaventato Benjamin.

“Ora dobbiamo solo mettere insieme le parole e capire il significato di tutto quest-”


Un rumore di microfoni risuonò per tutte le stanze del palazzo, interrompendo l'ex agente.


“Che cosa è stato?” chiese Benjamin.



«C'era una volta un uomo dedito alla giustizia.»



“Di chi è questa voce?”

“È Jeff...”



«L'uomo da bambino fu vittima di un tremendo trauma, suo padre era stato assassinato da un ladro in casa loro.»



“Ma la corrente non era assente?”

“Deve averla appena riattivata.”



«Fu allora che l'uomo decise di diventare un poliziotto.»



A Jeffrey venne un lungo brivido lungo la schiena.

“Merda, non ricordo dove fossero gli altoparlanti!” disse Benjamin.



«Il suo obbiettivo era quello di fermare i killer.»



“Sta parlando di me...” disse Jeffrey in un sussurro.

“Non farti incantare, andiamo a prenderlo!” urlò Benjamin.



«Le sue ambizioni erano alte, la sua bontà d'animo e la sua innocenza erano pure.»



“Un momento... dovrebbe trovarsi nella reception, sbrigati Jeffrey, andiamo!”

Jeffrey andò nel panico, quella voce, quella storia, lo stavano facendo impazzire di nuovo.



«Il poliziotto un giorno perse il suo partner per mano di un killer, in lui nacque il desiderio di vendetta e non riuscì più ad aver fiducia in nessun altro.»



Benjamin scuoté Jeffrey, con quelle ferite non poteva raggiungere Jeff da solo, aveva bisogno del suo aiuto.

“Jeffrey tu non sei come lui, non pensare nemmeno per un istante di esserlo! Ricordati, tu sei un simbolo positivo!” insisté Benjamin.



«La vendetta nascose la paura dell'uomo, che uccise il killer.»



“Nella reception c'era una radio...” disse Jeffrey in preda al panico, “i cittadini sintonizzati in questo momento, stanno ascoltando tutto questo...”



«Il desiderio di vendetta svanì e in seguito arrivarono i rimpianti per averlo fatto.»



Jeffrey prese Benjamin per il collo.

“Jeff... rey...” disse Benjamin mentre veniva strangolato. 



«L'uomo ancor pentito perse la sua ambizione e la superbia in lui sparì del tutto, addirittura da rifiutare una promozione di lavoro.»



“Ti piace il mio viso? Ti piacciono le mie cicatrici?” disse sadicamente Jeffrey.

Benjamin riuscì a calciare lontano Jeffrey con la gamba buona, liberandosi dalla sua presa.



«Ma il killer tornò di nuovo e gli fece riprovare quella sensazione di paura.»



“Non perdere te stesso, non perdere i tuoi princìpi, continua a lottare contro il demone, detective Jeffrey!” urlò Benjamin ansimando.



«In lui vigevano ancora la paura, il rimpianto e l'innocenza.»



“Cosa ne sai tu... cosa ne sai tu di cosa è un demone?!” urlò Jeffrey tirando un pugno verso Benjamin



«Perse tutto quando vide due ragazzi morire per mano del killer che lo tormentava.»



“Non so nulla sui demoni, ma so per certo che tu non sei uno di loro.” affermò Benjamin.



«Tornò la vendetta, ma in cambio perse l'innocenza e non ebbe più paura del killer.»



“Non ascoltarlo, la tua innocenza non è mai svanita! Quel giorno non eri in te!” urlò nuovamente Benjamin ormai all'estremo.



«Non ebbe più rimpianti dopo che uccise per la seconda volta il killer dandogli fuoco.»


Jeffrey continuava a colpirle sul volto il reporter, ma quest'ultimo con un enorme sforzo riuscì ad allontanarlo di nuovo spingendo via l'uomo, con il braccio buono che gli era rimasto.

“Tu hai rimpianto ciò che hai fatto, me l'hai detto ieri stesso!” tentò nuovamente di far rinsavire Jeffrey.



«Con il desiderio di vendetta colmato, tutte le sensazioni erano scomparse.»



La vista di Benjamin si appannò, cadde in ginocchio ormai privo di forze.

“Perché, perché non dovrei semplicemente lasciare che questo faccia parte di me?” chiese Jeffrey rialzandosi.



«Superbia, rimpianto, fiducia, innocenza, vendetta e paura non c'erano più. L'uomo poteva ora essere un demone.»


“Perché tu non sei lui. Lui si sta sbagliando di grosso, tu non hai mai perso i tuoi rimpianti e la tua innocenza, è per questo che, a differenza sua, riesci ancora a conservare la tua sanità mentale!” Benjamin non aveva nemmeno più fiato per parlare.



«Il sonno avrebbe portato via la sua umanità e, la sua vita.»



“Perché pensi che io non sia come lui?” chiese infine Jeffrey.

“Perché ho fiducia in te...” rispose l'uomo ritrovando il fiato grazie alla sua forza di volontà.



Gli altoparlanti cessarono.



“Ho fiducia in te come ne aveva David, come ne aveva il tuo capo, come ne aveva il direttore della prigione e come ne ha tua moglie.” continuò Benjamin.

Jeffrey finalmente si fermò, il giornalista ci stava riuscendo.

“Anche tu ieri ti sei fidato di me, ricordi? «Lascia che ti aiuti ad aiutarti» ti dissi.”

“La salvezza è dentro di me...” iniziò Jeffrey.

“Lo è sempre stata.” continuò Benjamin.

“E sempre lo sarà.” concluse Jeffrey.



“Perdonami...” esclamò Jeffrey.

“Non ti devi preoccupare, avanti amico mio, andiamo a prendere quel bastardo!” disse Benjamin per rincuorare l'ex detective.


“Dunque quelle parole nei video e sulla mia schiena, erano collegate per puro caso a quelle persone. Le parole fin dall'inizio rappresentavano ciò che bisogna perdere per diventare come Jeff.” esplicò Benjamin.

“Non proprio... ogni vittima del cerchio rappresentava una di quelle sensazioni, dubito fosse solo per puro caso. Jeff tentò di privarmi di tutte quelle sensazioni... voleva che diventassi come lui... aveva in servo per me il destino peggiore di tutti dopo che non riuscì ad uccidermi quella notte nel cimitero...” capì Jeffrey.

“Immagino che quei sentimenti e sensazioni sono la cosa che ci rende umani, sono la cosa che insieme al riposo tengono a freno la malattia.” continuò Benjamin.

“Malattia... sei sempre stato uno di loro vero, fai parte anche tu di quei tizi che mi hanno rapito e tenuto prigioniero per tutto questo tempo.” disse Jeffrey.

Benjamin rimase in silenzio.



“Quando l'hai capito?” chiese Benjamin.


“Dopotutto ero un detective, ricordi? Fin da subito mi è sembrato fin troppo strano che qualcuno potesse venire a farmi visita e liberarmi così come se niente fosse... poi quel nastro, il voler assolutamente scoprire se Jeff fosse vivo o meno e ora hai chiamato questa cosa malattia proprio come facevano loro. Ho capito che mi stavi usando per arrivare a lui.” raccontò Jeffrey mentre, insieme, si dirigevano verso la reception.

“È tutto vero, fin dal principio l'organizzazione mi aveva chiesto di liberarti per usarti, ma la realtà è che loro tutti erano convinti che il fatto della prigione fosse veramente stato causato da te. Erano tutti convinti che Jeff fosse morto e che tu fossi impazzito sia allora che una volta che ti avrei liberato.” illustrò Benjamin.

“Non è poi così lontano dalla verità.” affermò Jeffrey.

“Già, mi hai veramente fatto a pezzi lì dentro.” rispose ridendo, “Fa male ridere.” aggiunse poi, “Come hai fatto a fidarti comunque di me dopo aver capito che ti stavo solo usando?” chiese infine.

“Per ciò che hai detto in quell'ospedale, quella frase sul simbolo mi hai aiutato a vedere le cose come le vedevo un tempo e, poco fa, mi hai salvato la vita. Ora grazie a te ho finalmente capito me stesso e ciò che devo fare. Inoltre, avevo capito il vero motivo per cui ti eri dispiaciuto prima, ti sentivi in colpa per ciò che la tua organizzazione mi aveva fatto.” esplicò Jeffrey.

“Penso che il tuo licenziamento come detective sia la cosa più stupida che abbiano potuto fare fino ad oggi.” concluse Benjamin.



I due arrivarono alla reception, Jeff se ne era già andato.



“Bene sembra che siamo giunti al capolinea.” disse Benjamin.

“Che intendi dire?” chiese Jeffrey.

“Io non posso più muovermi, mi dispiace, ma dovrai pensarci tu da qui in poi.” rispose Benjamin estraendo una sigaretta dalla tasca e accendendola col suo accendino.

“Perché non hai usato quella come fonte di luce nel mattatoio?” chiese Jeffrey stranito.

“Perché era l'ultima.” rispose. 

“Ascoltami, tra poco quegli uomini saranno qui, il mio obbiettivo era scoprire cosa causava la trasformazione oltre alla prolungata privazione del sonno, quindi il mio lavoro qui è compiuto.” proseguì poi Benjamin.

“Dunque non siete mai stati intenzionati a catturare Jeff.” capì Jeffrey.

“Ascoltami bene, l'ultimo video raffigurava una tomba spoglia con su scritto “Jeffrey”, c'era solo la data di nascita e morte e nessuna fotografia. La parola era “VITA”, ma non l'ho vista scritta da nessuna parte in questo edificio, scusa se ti ho mentito riguardo la lapide vuota.” spiegò Benjamin.

“Non ti preoccupare, so che l'hai fatto per il mio bene.” gli rispose Jeffrey. “Cosa ne sarà di te ora?” chiese preoccupato.

L'uomo ridacchiò, “Non ne ho assolutamente idea, forse mi uccideranno dopo che gli darò la risposta, per questo mi farò medicare prima di dire ciò che so. Se poi mi terranno in vita, tenterò di riabilitare il tuo nome, sono veramente un reporter dopotutto, anche se sembra essere solo una copertura. Tu pensa a vivere la tua vita e a tornare dalla tua famiglia.” disse Benjamin.

“Ormai avranno voltato pagina, dubito mi stiano ancora aspettando.”

“Ti sbagli. L'organizzazione li ha tenuti d'occhio per tutto questo tempo, pensavano ci sarebbero state delle conseguenze psicologiche dopo la tua aggressione nei loro confronti, ma così non è stato, non hanno mai smesso di pensare a te, amico, tuttavia sarai tu che dovrai farti perdonare da loro.” replicò l'agente sotto copertura.

“Grazie, Benjamin...” disse semplicemente l'ex detective.

“Grazie a te per l'aiuto che ci hai dato.” disse freddamente l'altro uomo, “E grazie per non avermi ucciso.” disse ironicamente, poi.

“Ma non posso andare da loro ora.” continuò Jeffrey.

“Perché?”

“C'è ancora una cosa che devo fare, una persona che devo ancora incontrare.” disse Jeffrey facendogli intendere di chi parlava.

“Quindi sai dov'è diretto ora eh, non dirmelo, vai lì e basta e non ti preoccupare per me.” concluse Benjamin.

“C'è solo un posto in cui potrebbe trovarsi ora.” annunciò Jeffrey, “Buona fortuna, reporter Benjamin.”

“Buona fortuna a te, detective Jeffrey.”

“Non chiamarmi con quel nome, Benji.”

“E come dovrei chiamarti allora?”

“Chiamami... Rey.” rispose l'ex detective.

“Jeff... Rey... capita. Divertente.” replicò Benjamin.



Rey uscì finalmente dall'edificio, facendo un ultimo cenno di saluto al suo nuovo amico, prima di andarsene.




Ore 3:05

Jeff The Killer Theme Song Piano Version Sweet Dre


“Non riesco a togliermi la sensazione che lui mi stia osservando, ho come il presentimento che possa sbucare all'improvviso sulla strada, come un fantasma, un killer fantasma. “


“Dunque il destino mi ha riportato di nuovo qui...” pensò Rey mentre parcheggiava malamente sul ciglio della strada lasciando l'auto con le quattro frecce.

“Ciao pioggia, ti ricordi ancora di me?” disse guardando il cielo.


“Come se non bastasse aveva cominciato a piovere fortissimo, si stava scatenando una vera e propria tempesta."


L'uomo entrò nel cimitero e iniziò a cercare la tomba a cui voleva far visita.

Questa volta non ci mise molto a trovare quella tomba, ricordava benissimo dove fosse, essendo forse la sua.


“La lapide era la più spoglia e mal ridotta che avessi mai visto, solo un nome: "Jeffrey" e le rispettive date di nascita e morte, nessun cognome inciso...“


C'era qualcuno ai piedi della lapide, stava scavando la fossa nonostante fosse consapevole che lì non c'era nessuno da riesumare.

L'uomo gli si avvicinò semplicemente e gli disse:

“Ciao, Jeff.”

La figura smise di fare ciò che stava facendo, lentamente si girò verso l'ex poliziotto.


“Buonasera agente, passato una bella giornata ieri?” 


“Ciao, Jeff.” rispose. “Le piace?” continuò poi indicando la lapide, non più spoglia.

Nel marmo della lapide era stato inciso “VITA”, poco più sotto c'era quella che sembrava essere una dedica.


«Non lasciate che il vostro cuore vi comandi, esso è il vostro peggior nemico. Esso non è nient'altro che una macchina, un pacemaker naturale che vi obbliga a vivere nel peggior posto che esista. Lasciate scorrere il sangue fuori dal vostro corpo, senza benzina la macchina si fermerà e voi sarete liberi.»


“Non giacerò mai in una tomba che riporta scritto un tale abominio.” gli rispose Rey.

Jeff accese una piccola lanterna posta lì vicino. Ora era finalmente in luce.

Il corpo di Jeff era messo ancora peggio di come Rey se lo ricordasse: se ne stava a petto nudo sotto il freddo della tempesta. Il suo corpo era quasi scheletrico, il suo torace riportava cicatrici di numerose pugnalate, sei fori di proiettili si trovavano un po' su tutto il corpo e, a ricoprire il tutto, c'erano ustioni ovunque. Jeff non ne era uscito completamente illeso dalla R-4, ma nonostante il suo corpo si potesse definire clinicamente morto lui era ancora lì, in piedi, a parlare.

“Quindi sapevi che sarei arrivato?” chiese Rey.


“Vede agente, se lei ancora non sta dormendo, è perché io ancora non so se lei meriti di chiudere gli occhi... o di rimanere sveglio. Pensavo che lei fosse impuro, ma la scorsa notte, in quel cimitero, non mi aspettavo il suo arrivo... ma lo desideravo.” 


“Non ero sicuro di chi tra i due mi avrebbe raggiunto, ci avrei scommesso che sarebbe stato lei, ma non avrei mai pensato che l'altro uomo sarebbe sopravvissuto. Lo leggo nei suoi occhi agente, è riuscito a salvare la “vittima” questa volta.” gli rispose Jeff.

“Penso che non sia stato completamente merito mio.” disse Rey.

“Che intende dire, agente?” chiese Jeff.

“Più di una volta mi hai dato possibilità di salvare la vittima o di salvare me stesso, non è mai stata completamente inevitabile la cosa.” disse Rey spiegando le sue deduzioni.

Jeff rimase in silenzio.

“Mi hai sempre dato una certa agevolazione, se tu avessi voluto ogni volta fare quello che volevi non saresti mai stato esposto così tanto. Il tuo corpo non sarebbe ridotto in questo modo.” continuò Rey.

Jeff continuò a fissarlo e basta, quei suoi due occhi volevano creare soggezione all'uomo.

“Non funziona più Jeff, non ho più paura di te, non ne avrò più.” 

“Una volta una bambina, la creatura più pura esistente, disse: il male quando arriva non lo puoi fermare, non arriva per un motivo, ma quando lo fa puoi solamente sperare che esso non colpisca te.” raccontò Jeff.

“Lei è di nuovo puro agente, questa volta vedo che lei è riuscito a trovare il vero se stesso, sarò lieto di ricompensarla. Avanti, si avvicini, così finalmente potrà tornare a dormire.” continuò Jeff.

Rey iniziò a muoversi pian piano verso il killer. A pochi metri da quest'ultimo, egli si fermò.

“Lascia che ti racconti io una storia adesso.” disse Rey.

Jeff rimase sorpreso.

“C'era una volta un ragazzo, questo aveva un fratello che amava più di ogni altra cosa. La superbia dei genitori influirono negativamente sul ragazzo, tanto che lui si promise di non diventare mai come loro. Un giorno lui e suo fratello vennero attaccati da tre bulli, non provava alcuna paura per loro, dentro di lui sentiva solo di dover fare del male a quei tre ragazzi per vendicare ciò che stavano facendo a suo fratello. Nel farlo provò un piacere immenso, scoprì che far del male lo compiaceva, perse la sua innocenza quel giorno e non ebbe mai rimpianti per ciò che aveva fatto.
Quando i tre bulli tentarono di vendicarsi per l'umiliazione subita, nel ragazzo si ruppe qualcosa, uccise uno di loro e ne ridusse in fin di vita due. Il terzo, però, diede fuoco al ragazzo che perse la vita. Quest'ultima era intesa in entrambi i modi: con l'aspetto che avrebbe avuto non avrebbe più potuto riavere la sua vita, inoltre, ciò che tornò dall'ospedale non era più lui. Era morto ma non totalmente.
Il demone al suo interno si era quasi svegliato, il ragazzo si era ormai completamente trasformato in esso, ma per rimanere sveglio il demone fece in modo che non potesse più riaddormentarsi. Si incise un sorriso per convincere se stesso che non doveva mai essere triste e si bruciò le palpebre per non cedere mai più al sonno.
Era rimasta una sola cosa che poteva fermare il demone: la fiducia verso suo fratello. Una volta ucciso quest'ultimo il ragazzo sarebbe diventato totalmente qualcos'altro, e così accadde.” finì di raccontare il detective.


“L'unica mia teoria è che Jeffrey è rimasto intrappolato in quel corpo nel preciso momento in cui le fiamme hanno avvolto il suo corpo, ciò che è uscito da quell'ospedale non era altro che la personificazione del male, un demone. E Liu rappresentava l'unico filo che lo collegava alla sua umanità, un filo che avrebbe dovuto recidere.” 


Jeff rimase in silenzio per tutto il tempo, ascoltando la sua stessa storia.

“Ma il vecchio Jeffrey non se ne è mai veramente andato.” disse poi l'ex detective.


“Mi manca sa... poter dormire. Ma io non posso dormire, lei può ancora farlo se è quello che desidera."


“Dunque rimpiange ancora ciò che mi ha fatto, agente?” chiese Jeff.

“No, non è rimpianto. Semplicemente non avevo ancora capito cosa fare per liberare il mondo da te.” rispose Rey.

Jeff sorrise fieramente, si sentì orgoglioso di ciò che aveva creato.


“Non so cosa voglia dire uccidere, io mando semplicemente a dormire chi è troppo puro per vivere in questo mondo.” 


“Quindi mi ucciderà, di nuovo?” chiese nuovamente.


“Cosa pensi di essere tu?”
“Io sono un salvatore.”


“Questa volta non sarà un omicidio, sarà un salvataggio.” esclamò Rey.


“Uno come me, guardandomi, non vedrebbe nulla di sbagliato. Questo volto... può essere apprezzato solo da coloro che hanno il male come loro parte integrante.” 


“E questa volta ha capito come farlo?” continuò a chiedere Jeff.


“Ho afferrato il braccio di quel maniaco e ho cominciato a stritolarglielo facendogli cadere il coltello, l'ho colpito al petto con tutta la forza che avevo nel braccio... non so spiegarti la sensazione che ho provato, è stato come colpire del cuoio indurito, come colpire un involucro senza nulla al suo interno...”


“Sì, non si tratta di uccidere, si tratta di mettere a dormire. Questa volta metterò a dormire il tuo demone...” rispose schietto Rey.


“...ma la cosa inspiegabile è che, semplicemente, non dovrebbe più essere capace di vedere da molto tempo, oltre al fatto che è impossibile che non ceda al sonno. Quegli occhi non hanno nulla di umano.” 


“...Distruggendo i tuoi occhi.”


I tuoni continuavano ad infrangere i brevi silenzi che c'erano tra i due. Quegli occhi, così famigerati per essere degli sprigionatori di paura, in realtà non erano altro che i cuori del demone, ciò che l'hanno tenuto vivo e sveglio per tutto questo tempo.

“In questo modo il demone dormirà, come inconsciamente tu hai voluto per tutto questo tempo.” concluse Rey.

“Spero tu sappia che non me ne starò qui fermo a lasciartelo fare e non ci saranno agevolazioni questa volta. Uno di noi due dovrà morire, in ogni caso. Con uno di noi due morto, il cerchio sarà veramente chiuso, una volta e per sempre.” disse Jeff smettendo di dare del lei all'uomo di fronte a sé.

Jeff estrasse una benda bruciata dalla tasca dei pantaloni e la usò per nascondere i suoi occhi. Poi, distrusse la lanterna schiacciandola con forza.


Rey guardò il suo braccio, attorno al suo polso.

“Che c'è che non va?” chiese Jeff.



“Penso che... dopotutto... per te le 3:20 sono un'ora perfetta per andare a dormire.”