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Capitolo 1: Ghost DestinyModifica


“Mi dispiace averla trascinata di nuovo in questa storia.” disse il direttore del carcere.

“Sarei comunque venuto qui domani per il suo trasferimento.” rispose l'altro uomo.

“Già... l'esecuzione, sa, ci abbiamo provato in tutti i modi a convincerli ad annullarla, ma non c'è stato niente da fare, purtroppo ha commesso omicidi anche laddove è in vigore la pena di morte e, siamo costretti a consegnarlo a chi di dovere.” spiegò il direttore.

“Sembra quasi che lei sia dispiaciuto di questo.” rispose sorpreso l'altro uomo.

“Lo sono, ma per un motivo. Per lo stesso motivo per cui l'ho fatta venire fin qui.” si preparò a raccontare il direttore.

I due uomini erano seduti al di là della stanza per le interrogazioni, dalla parte opposta dello specchio a due vie. Il secondo uomo fissava la stanza attraverso il falso specchio, era completamente bianca con solo un tavolo e due sedie, priva di qualcuno al suo interno, ma sapeva che ben presto avrebbe dovuto sedersi su una di quelle sedie.

“È qui da due settimane, pensavamo addirittura che non mangiasse nulla, nessuno l'ha mai visto farlo, ma i piatti li ritrovavamo vuoti e il cibo al loro interno non era più in alcun modo nella sua cella. Non ha mai dormito, nemmeno per un secondo, non ha causato problemi a nessuno e non ha mai tentato in nessun modo di fuggire. Non parla e non risponde, se non fosse per il suo aspetto che non passa di certo inosservato, potremmo dire che è un completo fantasma qui dentro.” raccontò il direttore.

“Quindi non ha mai detto una parola? Non sapete ancora come ha architettato quella messinscena in quel cimitero?” chiese l'altro uomo.

“Sì e no. Non abbiamo scoperto nulla. Ma qualcosa alla fine l'ha detta, solo poche e semplici parole.” gli rispose il direttore.

“E cos'ha detto?” chiese l'uomo.

“Il suo nome, detective. Lui vuole parlare solo con lei.” rivelò infine.


Il detective si ricordò di quella notte, ricordò il crepitio della bara che scricchiolava e il volto di Jeff che si illuminava sotto quei fulmini minacciosi. Lui era lì che lo fissava, mentre gli puntava contro la sua pistola. Provò a spingere il grilletto ma il fango era penetrato fino in fondo alla canna, non ci fu alcun sparo. Jeff non rimase lì a fissarlo a lungo, e ben presto si lanciò contro l'agente armato di un pezzo di legno appuntito. Il dolore fu atroce, quel legno malridotto che gli penetrava la spalla fu peggio di una lama arrugginita, le numerose schegge di quel “paletto” penetravano nella sua carne mentre erano accompagnate dalle agghiaccianti risate del suo avversario che si stava godendo ogni singolo momento.

Nonostante tutto, sentiva ancora la pioggia cadere pesante su di lui, mentre il killer fantasma si parava sopra di lui immobilizzando l'agente con il suo sguardo demoniaco. Ancora una volta il detective fissò quel viso che lo tormentava da dieci anni, quegli occhi bruciati e quel sorriso inciso gli avevano rovinato la vita. Gli occhi di Jeff sembrarono uscire dalle sue orbite mentre le sue pupille si rimpicciolivano, in un impeto selvaggio di pura crudeltà, Jeff afferrò il collo dell'agente per permettergli meglio di fissare il suo viso, prese con furia il pezzo di legno staccandolo di colpo dalla spalla dell'agente, e con un'ulteriore forza innaturale, conficcò di netto il paletto nella guancia sana del malcapitato.

Gli completò il sorriso.

“Oh capisco, quindi ora lei sorride al mio viso... finalmente.” quelle fredde parole pronunciate dal killer rimasero incise nella mente del detective come se fossero state marchiate a fuoco nel suo cervello.

Si trattò di fortuna quando la pistola non sparò? Si trattò di fortuna anche quando la lanterna che sembrava ormai morta, si riaccese in quel preciso momento distraendo il killer? E si trattò sempre di fortuna che quella debole luce illuminò la pala che aveva usato il detective per disseppellire quel mostro? Non fortuna, ma destino. Nessuno di loro due era destinato a morire quella notte.

La pala dimenticata da quel becchino fu l'oggetto del destino che permise all'agente di avere la meglio sul killer, bastò un colpo per scrollarsi di dosso il pallido avversario, un altro per frantumargli le dita e fargli perdere la presa dal pezzo di legno e solo un altro colpo per farlo cadere a terra. Successivamente fu il turno del detective di pararsi sopra di lui, portando il manico della pala sul suo collo.

Voleva strangolarlo.

Strinse con tutta la sua forza mentre fissava ancora una volta quegli occhi privi di umanità...

“I killer sono solo demoni di cui non devo aver pietà?” chiese il detective a Jeff.

“Ti dimostrerò il contrario.” continuò l'uomo, togliendo il manico dal suo collo per poi colpire violentemente il suo volto ancora una volta.

Jeff esplose in una risata disumana, consapevole della sconfitta ma lieto di averla subita, anche quando sentì le fredde manette che gli stringevano i polsi non smise di ridere.

La polizia non tardò ad arrivare per portare via il semivivo individuo, già marcato come deceduto ma ancora nel mondo di chi non dorme, il detective non voleva commettere di nuovo lo stesso errore, non avrebbe potuto ucciderlo di nuovo, c'era ancora molto che voleva sapere di lui, prima della fine.


“Lei è sicuro di riuscire a farcela, potrà fare questo per noi?” chiese il direttore.

“Non si preoccupi signore, avrei voluto parlare un'ultima volta con lui in ogni caso.”

“Si ricordi, cerchi di scoprire tutto il possibile su di lui, vogliamo capire perché ha fatto ciò che ha fatto e soprattutto... scopra dove ha nascosto i cadaveri delle vittime disperse.” gli raccomandò il direttore.

“Sarà la mia priorità, quelle famiglie hanno il diritto di dare una degna sepoltura ai loro cari.” affermò l'agente.

Si udì un rumore metallico di manette provenire dal corridoio fuori quella stanza, stavano finalmente portando il detenuto.
Il detective uscì dalla stanza, era ansioso ma allo stesso tempo era preparato a tutto ciò, avrebbe finalmente avuto la possibilità di comprendere l'uomo che l'aveva ossessionato tanto.

Dal corridoio fece finalmente capolino, accompagnato da altri due agenti, uno molto giovane e l'altro molto vistoso, era praticamente un armadio vivente.

Jeff fissò il detective non appena solcò la soglia, per un istante tutto sembrò fermarsi, entrambi non udirono più nulla, tra i due ci fu solo un'intensa e lunga occhiata... contatto visivo che venne interrotto solo dall'orrenda bocca di Jeff che si spalancò e formò presto un enorme e sinistro sorriso.


“Signore, è un piacere rivederla!” disse il giovane agente.

“Come? Ci conosciamo?” chiese il detective.

“Ma come, non mi riconosce? Siamo nello stesso distretto, sono stato mandato qui insieme a lei!” disse con entusiasmo, quasi ignorando chi aveva a fianco a lui.

“Oh, sei il novellino, l'agente Graham, giusto?” chiese il detective, scosso dal brusco intervento dell'agente in un momento di pura tensione.

“Esatto, spero di poterle essere d'aiuto in qualche modo.” disse il giovane.

“Continua a fare ciò che ti è stato detto agente, e assicurati che le manette siano ben strette.” gli rispose il detective.

Jeff, il giovane e la guardia carceraria entrarono nella stanza bianca, dovevano preparare il detenuto per l'interrogatorio.


“Cosa hanno detto i medici al riguardo?” chiese il detective.

“I medici? Nessuno ha avuto il coraggio di avvicinarsi a lui, il massimo che hanno fatto è stata una diagnosi a distanza. Possono dire con certezza che nessuno dei tre proiettili ha colpito punti vitali, ma sono sicuri, secondo i precedenti reperti medici, che il suo cuore non batteva il giorno che ha preceduto la sepoltura.” rispose il direttore.

“Come ha fatto a tenere il suo cuore fermo per tutto quel tempo?”

“Non ne abbiamo assolutamente idea. Tuttavia ci sono casi in tutto il mondo di persone che riescono a fermare il proprio cuore con la sola forza di volontà, nulla di verificato ma è una possibilità.”

“Ormai sono abituato al paranormale quando si tratta di Jeffrey. Ma piuttosto, cosa hanno detto del suo... volto?”

"Siamo riusciti ad ottenere i riassunti delle operazioni che il suo corpo ha dovuto subire in quell'ospedale dieci anni fa. L'incendio aveva scatenato delle ustioni di terzo grado sia sul viso che su tutto il corpo, i suoi nervi e gran parte della sua carne erano stati bruciati via. Subito dopo ha ricevuto degli innesti di pelle bianca, per coprire le ustioni e proteggere così quelle profonde ferite da fonti di luce e calore. Quel sorriso inciso... se lo è fatto da solo... a causa dei nervi bruciati non ha eccessivamente accusato il dolore, ma è un miracolo che quegli squarci non si siano infettati durante la cicatrizzazione, in quel processo deve aver sofferto veramente molto. E riguardo ai suoi occhi... la cosa è inclassificabile.”

“Inclassificabile?”

“Inclassificabile, inspiegabile. È impensabile che abbia avuto un sangue freddo tale da riuscire a bruciarsi le palpebre senza compromettere gli occhi, inoltre quelle parti del viso erano ancora sensibili al dolore... ma la cosa inspiegabile è che, semplicemente, non dovrebbe più essere capace di vedere da molto tempo, oltre al fatto che è impossibile che non ceda al sonno. Quegli occhi non hanno nulla di umano.”

Il detective conosceva già la risposta, ma sperava con tutto sé stesso che ci fosse una spiegazione logica dietro a quel misterioso sguardo maledetto, Jeff quindi non era più umano? Giunti a questo punto, cosa era Jeff in realtà?

“Sembra che sia tutto pronto per l'interrogatorio, se la sente di farlo subito o preferisce aspettare ancora un po'?” chiese il direttore.

Il detective non gli rispose, aprì la porta della stanza bianca e ci entrò senza indugio, mentre i due agenti di scorta si allontanavano in direzione del corridoio da cui erano venuti.

Lui stava lì a fissarlo, seduto nel lato opposto. Il detective si assicurò di chiudere la porta dietro di sé, tentò di prendere un lungo respiro senza farsi notare, si voltò e si sedette nella sedia libera cercando di evitare quello sguardo.

I due si fissarono, e il detective armato di tutto il suo coraggio, iniziò.


Capitolo 2: Ghost DreamsModifica


“Proviamo a cominciare dal principio, Jeff, ti va?” chiese l'uomo con il distintivo.

L'uomo però, non ricevette nessuna risposta, solo una fredda e cupa occhiata che non traspariva alcuna emozione.

“Nuova casa, nuovo quartiere, nuova vita. Questo è ciò che ti sei ritrovato davanti una volta giunto lì, fu anche il giorno precedente al nostro primo incontro, te lo ricordi Jeff? Ricordi chi eri un tempo?” disse l'uomo tentando nuovamente di far parlare il detenuto.

Ma ancora, nessuna risposta.

“Vediamo... l'accaduto è rimasto proprio come nel primo rapporto, anche dopo la testimonianza di Keith, questa parte della storia non è cambiata: un polso spezzato, un enorme livido sullo stomaco e un braccio pugnalato. Sappiamo che hai agito contro i bulli per difesa, ma è stato quello il momento in cui è successo, vero Jeffrey? È stato in quel momento che hai sentito qualcosa di... diverso?” continuò a raccontare l'uomo.

“O è successo per la prima volta durante la festa? Cos'è stato a spingerti a reagire? Gli insulti nei tuoi riguardi o... forse Randy e gli altri ti stavano sbeffeggiando per ciò che era successo a Liu?” chiese l'agente, liberandosi di un enorme peso.

La testa del prigioniero si mosse lentamente verso il detective, spostandosi inquietantemente di lato, in maniera tale da fissare negli occhi l'uomo di fronte a lui.

Era finalmente riuscito ad attirare la sua attenzione, essere riuscito a smuoverlo di quel poco per l'agente fu un gran traguardo.

“È per questo che mi odi, Jeff? È perché fui io a portare Liu lontano da te? E ad aver così causato quella discussione con i bulli? Non conterà più nulla dopo tutto questo tempo, non voglio giustificare quello che ho fatto, non dirò cose come “stavo solo facendo il mio lavoro” sapevo che Liu era innocente e ho preferito comunque procedere con l'arresto, se solo avessi saputo che ciò avrebbe causato tutto questo... beh mi sembra irrilevante dire che non lo rifarei.” molte volte si era immaginato di confessare il suo errore, e mai come ora l'agente si sentiva così libero.

Le pupille di Jeff si rimpicciolirono per qualche secondo, in quel momento i suoi occhi sembravano essere completamente bianchi.

“Odio...? Non credo di conoscere più il significato di questa parola.” rispose finalmente il killer.

“Non è per odio che hai ucciso Keith e tentato di uccidere me?” chiese l'uomo in divisa.

Il prigioniero tornò nuovamente al silenzio, limitandosi come al solito, a fissare.

“E poi venne quella notte, hai ucciso i tuoi genitori a sangue freddo, anche loro non li hai uccisi per odio?”

Nessuna risposta.

“E infine, hai ucciso anche tuo fratello, Liu.” concluse l'agente.


“Liu...” disse il prigioniero, con un tono di voce pensieroso.


“Ti ricordi di Liu? Ricordi tuo fratello?”

Il volto sfigurato di Jeff si fece improvvisamente molto più serio.

“Liu non sta più soffrendo ora... lui dorme.”

“Soffrendo? Non mi risulta che Liu avesse qualche tipo di malattia o soffrisse di depressione...”

“Vivere è una malattia.” rispose prontamente Jeff quasi interrompendo l'agente.

“È così che la pensi Jeff? Pensi che vivere sia una malattia? È per questo che uccidi?”


“Non so cosa voglia dire uccidere, io mando semplicemente a dormire chi è troppo puro per vivere in questo mondo.”


Il detective si ritrovò senza parole, nulla poteva prepararlo ad una risposta del genere.

“È solo nel sonno che siamo liberi dal male che ci circonda, in quello stato catatonico nulla può farci del male e possiamo rifugiarci nei sogni per stare al sicuro.” continuò a spiegare l'assassino.

“Anche i sogni non sono tutti rose e fiori, esistono gli incubi che possono farci del male mentre dormiamo.” tentò di spiegare l'agente, improvvisandosi psicologo.

“Gli incubi nascono a causa delle paure e delle preoccupazioni che viviamo mentre siamo svegli, se esistesse solo il sonno, non avremmo incubi.”

“Ma una persona per entrare nel sonno ha bisogno di essere viva.” controbatté l'agente.

“Non può dirlo con certezza, agente. Chi le dice che le persone non ancora nate, non vivano già in quel mondo di pace che noi raggiungiamo solo dormendo?”

“Questa è follia... pensi che togliere la vita alle persone serva a riportarle per sempre in quel mondo? Come puoi avere la certezza che dopo la morte non ci sia qualcosa di peggiore di questo?”

“È questa la visione che ho avuto quando sono morto. Nulla può essere peggiore di questo mondo, lei che è del mestiere, avrà visto di cosa è capace l'umanità mentre è sveglia.”

“Le cose peggiori che ho visto, sono quelle che hai fatto tu, Jeffrey.”

Il prigioniero non sembrava ferito in alcun modo dalle parole del detective.

“È probabile, ma sono sicuro che ha visto altre cose oltre a ciò che ho fatto io.”

“Dove vuoi arrivare con questo? Il fatto che altre persone hanno fatto ciò che hai fatto tu, non rende meno peggiori le tue azioni.”

“Io sono il risultato di tutto il male che cammina accanto a noi ogni giorno.”

“Come puoi dire quest-”

“GUARDI LA MIA FACCIA”

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Jeff si alzò improvvisamente dalla sedia, protraendo il volto e le mani ammanettate verso il poliziotto.

“Io sono un demone, la mia umanità è stata bruciata viva da quel male.”


Il detective fece un cenno agli agenti nell'altra stanza di non intervenire.

Jeff tornò a sedersi scoppiando in una fragorosa risata.

“Pensi che sia un gioco? Domani salirai sulla sedia elettrica e sarai arrostito insieme alla tua follia.” disse il detective, nervoso a causa del finto attacco di Jeff.

Jeff smise di ridere e tornò in silenzio.

“Torniamo ai documenti, ciò che hai detto si ricollega a questo in particolare: l'omicidio di Keith, o, come lo chiamano in molti, “l'omicidio fantasma”."

Un omicidio perfetto, nonostante gli allarmi e le precauzioni non c'è stato nessun segnale che potesse indicare la tua presenza all'interno di quella casa.

Secondo la scientifica i genitori di Keith sono stati uccisi mentre ancora dormivano, una cosa insolita da parte tua, se non fosse stato per il soggetto ucciso non avremmo mai potuto capire che si trattasse di uno dei tuoi omicidi. Non hai risparmiato nemmeno il cane.”

“Non potevo rischiare che nulla interrompesse il mio faccia a faccia con Keith, è stata una notte speciale.”

“Quindi avevo ragione io, è per vendetta che hai deciso di ucciderlo, tu provavi ancora odio nei suoi confronti, per te è lui il male che ha bruciato la tua umanità.”

“Sta sbagliando tutto quanto, agente.” lo corresse Jeff.

“E allora perché scomodarsi così tanto per preparargli questa notte speciale?”

“Keith era l'artefice, colui che ha creato questo demone che sono oggi, ha ricevuto la ricompensa che meritava, tornando a dormire. Lui era puro, mi sono assicurato che vedesse il male che lo circondava, mostrandogli la sua famiglia morta e il mio volto. In questo modo prima di morire avrebbe potuto comprendere che io sono la cura di questo male.”

“Non riesco ancora a comprendere bene che considerazione hai di te stesso, sei consapevole di far parte di questo male di cui tanto parli, ma allo stesso tempo pensi di essere la cura di esso. Cosa pensi di essere tu?”

“Io sono un salvatore.”

Il detective cominciò ad aver di nuovo paura della persona che aveva davanti, in tanti anni aveva cercato di comprendere le motivazioni dietro a ciò che Jeff faceva, ma mai e poi mai si sarebbe aspettato di scoprire questo. Capì che quello che aveva davanti non era nient'altro che un pazzo, un pazzo non consapevole di esserlo o che addirittura negava l'esistenza stessa della pazzia.

“E in base a quali criteri decidi se una persona è “pura” o non lo è?”

“Uno come me, guardandomi, non vedrebbe nulla di sbagliato. Questo volto... può essere apprezzato solo da coloro che hanno il male come loro parte integrante.”

Il detective capì, che secondo Jeff solo le persone folli e malate avrebbero potuto apprezzare la sua faccia, una persona portata a far del male.

“E ti basta la loro reazione per capire se lo sono oppure no?”

“Certo che no. Lei per esempio, provava timore per questa mia faccia, ma nel suo passato ci sono tracce di impurità. Ha arrestato un ragazzo mentre era consapevole della sua innocenza, e se non sbaglio, non ha esitato per un attimo a spararmi quella notte sul tetto di quell'edificio. E in quel momento, non ha avuto alcun timore di questo volto.”

“Dunque? Non sono idoneo al tuo folle mondo dei sogni?”

“Non lo so. Vede agente, se lei ancora non sta dormendo, è perché io ancora non so se lei meriti di chiudere gli occhi... o di rimanere sveglio. Pensavo che lei fosse impuro, ma la scorsa notte, in quel cimitero, non mi aspettavo il suo arrivo... ma lo desideravo.”

“Quindi è per questo che hai infine tentato di uccidermi.”

“Ha trascorso buona parte della sua vita a cercare di uccidermi, trascurando la sua famiglia e facendosi divorare da quello che lei chiama “odio”. Eppure lei oggi è qui davanti a me, ha tentato di scusarsi mostrandosi pentito per i suoi peccati, e sta nuovamente mostrando timore per la mia bellissima faccia. Lei agente, è uno dei pochi di cui non so proprio cosa fare.”

“Ce ne sono stati altri, dunque.”

Jeff non rispose.

“Mandy è stata una di questi?”

“Sì... in lei c'era bontà, ma non provava alcun timore per me.”

“Perché hai infine deciso di ucciderla? Secondo il rapporto, sei andato da lei più giorni.”

“Le ho spiegato ciò che facevo, e alla fine la paura l'ha avvolta, rivelando la sua purezza.”

“È forse quello che stai facendo ora con me?” chiese l'agente.

“No, non so ancora come giudicarla, ma sento che lei ora deve rimanere sveglio. Lei deve vedere.”

Il detective ripensò alle notti insonni che aveva passato in quei giorni, come se gli fosse stato impedito di dormire per volere di Jeff.

“Tornando a ciò che hai detto prima, cosa ti dà un ulteriore convinzione che “mandare a dormire” le persone sia un gesto di salvezza che tu dai a loro?” chiese ancora perplesso l'agente per la risposta data in precedenza da Jeff.

“Esistono casi di persone che dopo aver subito torture, intese come sia fisiche che psicologiche, e aver sofferto a causa di questo male, si ritirino dentro un mondo fantastico da cui non vogliono svegliarsi.”

Il detective aspirò l'aria pronto a dare la sua risposta.

“Appunto, non vogliono. Nessuno di noi dovrebbe mai svegliarsi. Lì si sentono al sicuro come è giusto che deve essere.” lo precedette Jeff.

“Come un sistema di difesa?” chiese il detective.

“Esattamente, noi siamo propensi a fuggire da questo mondo, solo che non vogliamo accettarlo e proviamo ad andare avanti per poi renderci conto che soffriamo ancora.” disse Jeff.

“E questa teoria ti dà la convinzione che ciò che fai è giusto?”

“Lei mi ha chiesto uno dei motivi agente, le ho già detto prima perché penso questo, io l'ho visto.”

Calò il silenzio tra i due, il detective si ritrovò senza domande, cominciò a crearsi ansia in lui, era ancora scosso dal precedente finto attacco di Jeff e pensava che se non avesse continuato a farlo parlare avrebbe rifatto qualcosa di simile.

“La vuole sentire una storiella, agente?” disse Jeff rompendo il silenzio.

“Che tipo di storiella?” chiese interessato il detective.

“Ha mai sentito parlare di un certo esperimento condotto da scienziati russi poco dopo la fine della seconda guerra mondiale?” chiese Jeff.

“Affatto.” Rispose l'altro uomo.

“Questi scienziati chiusero cinque prigionieri di guerra in una stanza e la riempirono con un gas stimolante per impedire a loro di dormire.” cominciò Jeff.

“Perché avrebbero dovuto fare questo?”

“Non è rilevante. Sa cosa accadde a quelle cavie in seguito?”

“Ti ho già detto che non lo so.”

“Si automutilarono.”

“Cosa...”

“Dopo quattordici giorni passati a rimanere sempre svegli, cominciarono a strappare la loro carne e a far uscire i loro organi, uno di loro urlò fino a squarciarsi le corde vocali.”

“Poi cosa accadde...?”

“Il più fisicamente sano tra loro, che parlò per tutti, disse che non volevano più dormire.” affermò Jeff.

Il detective rimase senza parole.

“Lei capisce cosa è successo a loro, vero? Rimanendo svegli così a lungo è fuoriuscito il male che avevano dentro, aveva preso il controllo su di loro. Hanno tentato di rimanere loro stessi autoinfliggendosi quelle ferite, hanno tentato di soffocare il loro demone usando il dolore. Ma alla fine, il loro demone ha vinto.”

“Mi stai dicendo che...”

“Io ho visto ciò che hanno visto loro, ci sono individui che sono malvagi per natura e non sanno di esserlo, io sono come loro e non ce ne dovranno essere altri. Se queste persone rimanessero sveglie diventerebbero come loro... come me.”

Il racconto di Jeff non convinse appieno il detective, ciò che aveva raccontato era malato e innaturale, eppure, qualcosa nelle parole di Jeff lo avevano turbato nel profondo.


Jeff fissò un determinato punto del falso specchio, come se stesse fissando negli occhi uno di coloro che si nascondeva lì dietro, spostava le pupille di rado, come se l'uomo lì dietro si spostasse apposta per evitare il suo sguardo.

“La sente, agente? La sente la paura di chi ci sta fissando aldilà di quel vetro? Rendono il tutto così... divertente.” disse Jeff con voce sadica.

“Jeff, tu sai quello che loro vogliono, vero?” chiese il detective al detenuto.

“So solo cosa voglio io, e cosa vuole lei.” rispose Jeff.

“Vogliono sapere dove sono i dispersi, Jeff. Vogliono sapere la posizione di coloro che sono stati uccisi da te ma i cui corpi non sono mai stati trovati.” disse l'agente.

“Messi a dormire, agente, non uccisi.” lo corresse Jeff mantenendo la voce sadica di poco prima.

“Puoi dircelo?” chiese il detective.

“Sì, solo perché è lei a chiedermelo, e perché è venuto fino a qui come volevo, come volevamo.”

Jeff cominciò a parlare mentre il detective appuntava in un blocchetto che era stato lasciato lì apposta, ciò che Jeff disse era spaventoso. La lista delle persone che uscì dalla sua bocca superava la cinquantina, ricordava a memoria ogni singolo luogo in cui si trovavano i cadaveri, addirittura per alcune conosceva a memoria le coordinate. Era come se Jeff ricordasse il nome e il volto di ogni singola persona che aveva ucciso.

“Scommetto che stanno gioendo aldilà di quel vetro.” disse Jeff sarcasticamente.


“Jeffrey, perché non hai mai detto tutto questo a qualcun altro? Intendo il motivo per cui uccidi e tutto il resto.” domandò perplesso il detective.

“Oh, ma l'ho fatto.” disse Jeff con tono serio.

“E a chi l'hai detto?”

Jeff ridacchiò, il suo volto assunse un'aria di sfida e malizia.

“Se lei l'avesse già capito, probabilmente avrebbe già dato l'allarme.”

“Co- cosa?!”

“La risposta è nei suoi documenti, agente.”

“Di che cosa stai parlando?!”

Jeff indicò con un dito l'ultimo documento che il detective non aveva ancora preso in considerazione.

Il detective prese in mano il foglio indicato da Jeff, era un articolo di giornale, molto vecchio, molto nostalgico ma molto famoso.

“MINACCIOSO ASSASSINO SCONOSCIUTO È ANCORA A PIEDE LIBERO” lesse il detective ad alta voce.

“Ricorda di cosa parla quell'articolo?” chiese Jeff.

“Me lo ricordo come se fosse ieri, accadde tre anni dopo il massacro della tua famiglia. Questa fu l'unica vittima a sopravvivere tra tutti i tuoi omicidi, era un ragazzo di dodici anni, che raccontò al mondo il suo scontro con te.” spiegò il detective.

“Esatto, ma la cosa non finì lì.” lo corresse Jeff.

“Che intendi dire?”

“Non fu il mio unico incontro con quel ragazzo. Andai a fargli visita di nuovo, un anno dopo.” disse Jeff.

“E perché? Perché tutto questo?” chiese perplesso il poliziotto.

Si udì un botto provenire dai microfoni situati aldilà del vetro, poi dei violenti scontri e dei colpi di pistola.

“Sembra che il nostro tempo sia finito.” disse Jeff.

“Cosa diavolo sta succedendo lì dentro?!” urlò il detective sperando in una risposta.

Dal microfono non si udì più alcun suono.


Il detective si alzò in piedi pronto per andare a controllare.

“Si fermi, agente. È della sua incolumità di cui ora deve preoccuparsi.” disse Jeff alzandosi in piedi.

Un rumore metallico provenire dai piedi di Jeff fece sobbalzare il detective.

Le manette erano cadute.

Il detective puntò la pistola verso il detenuto.

“Non ti muovere! Cosa diavolo hai architettato questa volta?!” disse urlando.

“Presto, lo capirà. Presto lo vedrà.” rispose Jeff rimanendo nell'assoluta calma.

“Chi cazzo c'è in quella stanza?!” disse il detective ormai nel panico.

“Sa dirmi che ora è, agente?” chiese Jeff ignorando le imprecazioni dell'uomo che lo minacciava.

“Cosa c'entra adesso?” chiese l'agente, tentando di prevedere ciò che Jeff voleva fare.

“Suvvia, me lo dica e basta, il tempo mica le appartiene.” continuò Jeff.

“Sono le 3:20, e allora?” gli rispose infine controllando il suo orologio.

“È ancora presto.” concluse Jeff.

Le luci si spensero.


Il buio pesto della stanza intaccò la psiche del detective come una sanguisuga fa con la sua vittima.
Solo buio, oscurità e nient'altro. No. C'era anche qualcos'altro, qualcosa di familiare, qualcosa che il detective sapeva che era presente in quella stanza insieme a lui.
Il perenne respiro affannoso di Jeff non permetteva il silenzio, l'uomo voleva solo urlare e sparare per tutta la stanza sperando di colpire l'assassino, ma sapeva che un colpo a vuoto avrebbe rivelato la sua posizione e avrebbe dato il via libera all'assalto del killer.

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“Le piace l'oscurità? Non la trova familiare? Come quel dolce momento che precede il riposo, quando è nella sua stanza da letto e non riesce ad addormentarsi, ha paura in quel momento, paura di ciò che le potrebbe accadere mentre cerca di prendere sonno, come se il mondo di chi non dorme non volesse smetterla di farle del male fino all'ultimo, come se non volesse lasciarla entrare in quel mondo di pace... mi manca sa... poter dormire. Ma io non posso dormire, lei può ancora farlo se è quello che desidera. Me lo dica ora, e le concederò l'accesso a quel mondo di pace. Me lo dica... mi dica che vuole solo... tornare a dormire.” chiese Jeff con assoluta calma, mentre la sua voce rimbombava per tutta la buia stanza, non permettendo al detective di capire la sua precisa posizione.


“Io non voglio morire Jeff, e non intendo essere ucciso per mano tua.” gli rispose l'impaurito uomo.

“Ancora non capisce... ma non si preoccupi, avrà tutto il tempo per scegliere.”

Un rumore di passi si faceva strada verso il rappresentante della legge.

“Non ti avvicinare Jeff, giuro che stavolta sparo.”

“Non può sparare a ciò che non vede.”

“Ma ora io ti vedo.”

Il detective non mentiva, ringraziò con tutto se stesso l'atavica abilità dell'occhio umano di vedere le sagome nel buio una volta abituata la vista ad essa.

La porta alle spalle del detective si aprì, sentì quasi un certo sollievo nell'udire quel suono, sperando che fosse uno degli altri agenti che era venuto a prestargli soccorso.

“Grazie a Dio siete qui, aiut-”

Un forte rumore provocato da un'arma contundente avvolse la buia stanza, qualcuno aveva colpito il detective alle spalle.


La vista si offuscava mentre le luci d'emergenza lentamente si accesero, non poté vedere il suo assalitore, ma vide con chiarezza Jeff avvicinarsi a lui, di nuovo quel volto, orribile anche con la vista appannata.

“Ci pensi di nuovo agente, mi darà la risposta più tardi. Ma per adesso, dorma.”



“Dorma.”



Capitolo 3: Ghost DarknessModifica


Siete mai stati svegli per più di un giorno? Avete idea della stanchezza e la pesantezza che si prova? Immaginate il nostro povero detective, che ha passato ben quattordici giorni a lottare per cercare di dormire ma con scarsi risultati, ora poteva finalmente riposare, poteva finalmente bearsi della pace di cui Jeff gli aveva tanto parlato, ma, non poteva concedersi questo lusso.
Fu un sonno senza incubi, un sonno che non aveva alcuna traccia di malignità, fu come un bagno rigenerante. Era questo ciò che intendeva Jeff, un mondo dove non esiste né male né sofferenza, sarebbe stato al sicuro da esse fintanto che il sonno sarebbe continuato, il detective sapeva che una volta svegliato lo attendeva l'inferno, ma doveva farlo, doveva fermare Jeff... ancora una volta.

Con tutte le sue forze riuscì a svegliarsi, lui voleva rimanere sveglio, era ancora intenzionato a preservare la sua vita e quella degli altri. Attorno a sé vide poco e nulla, la luce d'emergenza era accesa ma era troppo debole, l'oscurità aveva ancora il sopravvento sulla stanza bianca.

La pistola non c'era più, non aveva più motivo di restare lì dentro, decise finalmente di uscire.
Il corridoio gli appariva proprio come la stanza bianca, buio e silenzioso, la corrente principale era stata proprio disattivata, cosa poteva significare? Che tutti i detenuti si erano liberati? Cosa diavolo era successo mentre il detective era svenuto? Decise di perlustrare per prima la stanza aldilà del falso specchio, consapevole di ciò che lo attendeva.

Morte.

C'erano tre uomini lì dentro, il bastardo che aveva stordito il detective li aveva uccisi tutti quanti, solo uno di loro sembrava essere stato armato, tuttavia non c'era alcuna arma da fuoco nelle vicinanze. Anche il corpo del direttore giaceva lì dentro, non lo conosceva molto ma sapeva che era un brav'uomo, avrebbe evitato l'esecuzione di Jeff pur di avere la lista delle persone disperse.

Il detective strinse forte il pezzo di carta contenente la lista delle vittime di Jeff, perlomeno era riuscito a salvarla, era riuscito a trarre qualcosa di buono da quell'interrogatorio... dato che l'impianto di registrazione, situato aldilà della stanza per gli interrogatori era stato distrutto, Jeff si era assicurato che solo il detective sapesse ciò che gli era stato detto, non aveva mai avuto intenzione di divulgare il suo profilo psicologico ad altri, era come se quella conversazione fosse rimasta una cosa privata. L'unica cosa concreta, era proprio quel pezzo di carta.

L'agente riuscì a trovare una torcia, che lo avrebbe almeno aiutato a farsi strada tra l'oscurità dei corridoi della prigione, ora doveva trovare Jeff e scoprire la risposta a molte domande rimaste in sospeso.

Chi era il complice? Perché quella messinscena al cimitero? Dov'era Jeff, era lì per un motivo, oppure aveva pensato solo ad evadere?

Le domande senza risposta rimbombavano come tamburi nella testa del detective, mentre percorreva il buio corridoio passando accanto a decine di porte che portavano a stanze vuote.

C'erano due luoghi sensati in cui sarebbe potuto andare, o perlomeno dove avrebbe potuto trovare qualcuno, sempre se erano ancora rimaste persone in vita.
Il primo luogo erano le prigioni, il secondo la sala del generatore;
Nel primo caso avrebbe potuto assicurarsi che non si fosse scatenata una rivolta, nel secondo avrebbe potuto accertarsi che la corrente fosse realmente completamente fuori uso.

Optò per il secondo luogo, poiché comunicare con l'esterno l'accaduto era la priorità assoluta.


Sinistri rumori di porte che si aprono e si chiudono si udirono mentre il detective si dirigeva alla sala del generatore, erano i sopravvissuti? Erano le guardie oppure era Jeff che voleva attirarlo in una trappola?

Nulla era certo, e non poteva rischiare di farsi sentire, avrebbe dovuto avanzare con la massima cautela se non voleva essere preso alla sprovvista ancora una volta, urlare e chiamare soccorso lo avrebbe messo in pericolo.
Tutto ciò che poteva fare era procedere lungo la scalinata che l'avrebbe portato al piano sotterraneo, tutto ciò che poteva fare era proseguire mentre la puzza di sangue e morte si faceva strada nelle sue narici.

Perché è questo ciò che trovò, corpi mutilati giacevano ai suoi piedi, altri avevano avuto la sua stessa idea e si erano diretti a controllare il generatore. Lui li aveva aspettati, aveva atteso nel buio, tutte quelle brave persone erano morte.

“Brave persone?” pensò tra sé l'agente.

“Perché ho questa certezza che fossero tutte brave persone? Perché i morti che cominciano ad affluire in questa prigione devono essere per forza state delle brave persone? È per ciò che ha detto Jeff? Li ha uccisi perché li ha considerati persone pure? Li ha salvati...? No, non devo crederci, sono i vaneggiamenti di un pazzo, se comincio a credere al suo sistema finirò per diventare come lui.” un conflitto interiore cominciò ad insediarsi nella mente del detective.

Un rumore.

I pensieri del detective furono interrotti da un rumore forte e costante, un rumore molto familiare.
Nel buio cominciò ad emergere il frastuono di un respiro affannoso, che bastò per riempire di terrore il cuore del detective, ricordando la paura che aveva sentito poche ore prima nella stanza bianca avvolta nell'oscurità.

Anche questa volta non era chiaro da quale punto provenisse il rumore, la prigione era stata costruita per essere un luogo chiuso, per cui qualsiasi rumore echeggiava ovunque sulle pareti della struttura.

Si mosse con estrema cautela verso dove il rumore era più forte, cercando di non farsi ingannare dagli echi.
Con sua sorpresa, non c'era nessun assassino psicopatico ad aspettarlo, era uno delle guardie del carcere, accasciato contro la parete mentre lottava contro se stesso per non morire dissanguato.

L'agente riconobbe l'uomo, era la montagna di muscoli che aveva accompagnato Jeff nella stanza per gli interrogatori.

“Chi è stato a farti questo?” chiese l'agente.

“Davvero me lo stai chiedendo?” rispose l'uomo agonizzante.

“C'era qualcuno con lui?”

“Di cosa stai parlando...”

“Qualcuno lo ha aiutato a liberarsi, probabilmente la stessa persona che ha fatto saltare tutto quanto!”

“Quel bastardo...”

“Già... hai una vaga idea di che cosa voglia fare?”

“E io che speravo che queste risposte me le avresti date tu... che cosa cazzo vi siete detti in quella stanza?!” anche in punto di morte quest'uomo dava sfogo a quello che senza dubbio era il suo pessimo carattere.

“Devi restare calmo, rispondi solo alle mie domande o non potrò fare nulla per fermarlo.” disse l'agente con tono preoccupato, era l'unica persona viva che era riuscito a trovare e non voleva rimanere da solo in mezzo a tutto quel casino.

La guardia cominciò a tossire in modo ossessivo, sputando sangue di tanto in tanto, esso era arrivato ai polmoni, non gli rimaneva molto tempo.

“Raccontami cosa è successo.” chiese l'agente.

“Quel coso... quel mostro... ci ha teso un'imboscata non appena siamo scesi qui sotto, è scivolato giù da uno dei condotti di ventilazione e ha cominciato a sgozzare tutto ciò che gli veniva a tiro, il bastardo ha poi usato come scudo il corpo dei primi malcapitati... non si vedeva nulla, erano tutti spaventati, alcuni hanno cominciato a sparare nell'oscurità cercando di colpirlo... sono caduti tutti uno dopo l'altro, chi sotto al fuoco amico dei colleghi e chi sotto a quel suo... fottutissimo... coltello...” l'uomo strinse con forza lo squarcio che aveva sul petto, probabilmente ricordando il dolore che gli aveva causato quel fendente.

“Come è arrivato a te?”

“Quando gli spari cessarono eravamo rimasti in piedi solo io, lui e quel novellino che era arrivato qui poco prima del tuo arrivo...”

“Intende l'agente Graham?”

“Sì... Jeff lo stava caricando, sarebbe stata la sua prossima vittima, sono riuscito a pararmi davanti a lui in tempo per salvare il ragazzino. Ho afferrato il braccio di quel maniaco e ho cominciato a stritolarglielo facendogli cadere il coltello, l'ho colpito al petto con tutta la forza che avevo nel braccio... non so spiegarti la sensazione che ho provato, è stato come colpire del cuoio indurito, come colpire un involucro senza nulla al suo interno... non sembrò risentirne affatto, al contrario, stava ridendo, ha riso per tutto il tempo, anche mentre tentavo di rompergli le ossa del braccio.”

“Capisco cosa intendi, è una sensazione che ho provato anch'io.”

“Non avevo paura di quella sua fottuta faccia, volevo solo fargli del male.”

“Come è finita poi?”

“Il pazzo ha estratto un altro coltello dai pantaloni, usando il braccio che non avevo tenuto sotto controllo, non avrei potuto prevederlo, mi ha pugnalato senza alcuna esitazione al petto. Il ragazzino era già scapato via impaurito, non so dirti da che parte sia scappato, poi, lo psicotico, prima di fuggirsene in quella direzione, si è divertito come un sadico a martoriare il mio corpo, ma senza uccidermi.”

“Mi dispiace...”

“Ha detto, che per ora dovevo rimanere sveglio, che non era ancora il mio momento di dormire.”

“È tutta colpa mia...”

“Che intendi dire?”

“Non capisci? Sta di nuovo prevedendo le mie mosse, ti ha lasciato vivo perché voleva che tu mi raccontassi tutto, sapeva già che sarei passato da questa parte, sta di nuovo tentando di convincermi che questo sia l'inferno.”

“Non so cosa stai blaterando amico... ma ti consiglio... di andare da lui... si è diretto verso il generatore d'emergenza... probabilmente tenterà di abbattere anche quello...”

“Risparmia le forze, non preoccuparti, me ne occuperò io.”

“No, aspetta!” urlò la guardia mentre il detective fece cenno di muoversi verso la posizione indicata da lui in precedenza.

“Cosa c'è?”

“Cerca... l'uomo con il pacemaker...”

“L'uomo con il pacemaker?”

“Sì... lui è qui... per...”

Non riuscì a dire altro, l'uomo perse i sensi.


Capitolo 4: Ghost PrisonModifica


Il detective prese una delle pistole delle guardie decedute e si diresse verso la posizione in cui si era diretto Jeff, lasciando la guardia svenuta alle sue spalle, non sarebbe mai riuscito a portare in spalla un bestione del genere.
Le luci di emergenza in quel tratto del corridoio facevano il loro lavoro, probabilmente si stava avvicinando al generatore, poiché le luci d'emergenza erano state posizionate in maniera tale da rendere il generatore principale abbastanza illuminato nel caso qualcuno avesse provato ad aggiustarlo in caso di guasto.

Ed infatti eccolo lì, era completamente distrutto. Non c'era nulla di salvabile, non era stata certamente qualche botta a ridurlo così, queste erano state delle precise ma letali microesplosioni. Attrezzatura che in nessun modo sarebbe potuta essere presente all'interno della prigione, erano stati probabilmente quegli esplosivi utilizzati dalle squadre SWAT per far saltare in aria le serrature, aggeggi assolutamente vietati in una prigione di massima sicurezza, chi li ha portati era sicuramente qualcuno di esterno allo staff del carcere.

Un rumore di tubi che si infrangono al suolo fece sobbalzare il detective.

“Chi va là?!”

Per un attimo l'agente sentì una ventata d'aria venirgli contro, come se qualcuno gli fosse appena passato a fianco.

Se veramente qualcuno era passato di lì, allora in questo momento si trovava nella penombra, nell'unico tratto che non era ben illuminato.


“NON TI MUOVERE” una voce si udì aldilà della stanza del generatore.

“Giuro c-che se ti avvicini u-un'altra volta sparo!” continuò la voce.

Era Graham, il novellino aveva scambiato il detective per Jeff.

“Fermo! Sono io! Agente Graham, non sparare!” urlò il detective.


“S-signore? È veramente lei? Sia ringraziato il cielo.”

“Attento a dove punti la pistola, ragazzo.”

“Mi dispiace, l'avevo scambiata per lui, sa... per le sue cicatrici.”

“Non ti preoccupare, è tutto a posto, è una cosa con cui dovrò imparare a convivere.”

“Non sono riuscito a fare niente... ho abbandonato gli altri e sono scappato... mi ha inseguito e mi sono chiuso dentro questa stanza.”

“Hai fatto un ottimo lavoro, in questo modo gli hai impedito di distruggere anche l'altro generatore.”

“Ha continuato a graffiare la porta con il coltello, ha provato ad abbatterla in ogni modo, Dio, ho addirittura sigillato i condotti d'aria per paura che potesse passare per di là.”

“Riprenditi agente Graham, hai fatto più di quanto credi. Ma sei sicuro che fosse lui? Non ho incrociato nessuno mentre mi dirigevo qui.”

“Fin troppo sicuro... gli altri prigionieri sono ancora nelle loro celle, sono tutte chiuse a chiave, il blackout non può aver intaccato le serrature in nessuno modo...”

“Questo vuol dire che... maledizione! Seguimi presto!” urlò il detective uscendo di corsa dalla stanza col generatore d'emergenza.

Il detective aveva previsto qualcosa, qualcosa che purtroppo si era avverata.
L'agente tornò sui suoi passi, trovando la guardia con un coltello conficcato nel cranio.


La lama era penetrata da fin sopra il cranio e la punta di essa si poteva vedere uscire dalla bocca della guardia ormai morta, il sangue sgorgava fuori da essa, come se non ce ne fosse già stato abbastanza in precedenza.
Non fu una sensazione, qualcosa era realmente passato accanto al detective poco prima dell'incontro con l'agente Graham, Jeff l'aveva visto arrivare e aveva deciso di tornare indietro, completando così la sua opera lasciata incompiuta sul corpo della guardia.

“Non sono riuscito a salvare nemmeno lui...” si disperò il detective.

“Penso sia stato meglio così... insomma guardi le sue ferite, non ce l'avrebbe fatta in ogni caso, si è risparmiato tutto il male...” disse l'agente Graham.

“Penso tu abbia ragione, ma, sta morendo fin troppa gente, e noi siamo isolati qui senza la possibilità di contattare l'esterno.” disse il detective.

“Prima o poi arriveranno i rinforzi, si dovranno pur accorgere che qui qualcosa non quadra.”

“Lo spero proprio, perché in questo momento, è come se ci trovassimo a casa sua, ora questa è una prigione fantasma...”


I due agenti risalirono la scalinata per tornare al piano terra, alla ricerca del male più profondo.

“Agente Graham, non è che per caso hai problemi al cuore di qualche tipo?” chiese il detective.

“Problemi al cuore? In che senso?” chiese perplesso.

“Porti un pacemaker o qualcosa di simile?” continuò a chiedere.

“No, perché? Che le salta in mente?”

“Nulla, nulla. È qualcosa che ho sentito.”


Entrambi si ritrovarono dinanzi ad un nuovo, lungo, ed estenuante, buio corridoio.

“Dobbiamo cercare una mappa, o qualcosa che ci aiuti ad orientarci, o qui continueremo a girare a vuoto.” disse il detective.

“Credo di sapere dove siamo, poco più avanti dovrebbe esserci la stanza del direttore, lì ci sarà sicuramente qualcosa.” rispose Graham.

Si diressero lì ed entrarono nella stanza. Dopo una breve ricerca, trovarono finalmente una mappa.

“Mi aspettavo che questo posto fosse molto più grande.” disse stranito il detective.

“No, non lo è. Questo è un carcere di massima sicurezza, è vero, ma i prigionieri qui non sono solo persone pericolose condannate all'ergastolo o roba simile, questo carcere è stato costruito principalmente per rinchiudere gli avanzi di galera che la gente crede già morta.” spiegò Graham.

“Quindi è per questo che Jeff è stato rinchiuso qui... perché i civili pensano ancora che sia dentro quella bara in quel cimitero.”

“Esattamente, rinchiudere questo tipo di persone è il segreto di questo carcere.” affermò nuovamente il novellino.

“E tu come sai tutto questo?” chiese il detective.

“Davvero non lo sapeva? È una leggenda piuttosto famosa, è per questo che ho chiesto di venire a visitare questo posto insieme a lei, non potevo perdermi l'occasione di confermare la leggenda!” rispose Graham con entusiasmo.

Graham lesse dei documenti posti dentro un cassetto della scrivania del direttore.

“Che cosa stai facendo?” chiese il detective.

“Lei non è curioso di scoprire quali altri carcerati che pensava morti sono ancora in vita?” rispose Graham con un'altra domanda.

“No, e non me ne importa niente, ricordati qual è la nostra priorità.” concluse il detective.


Capitolo 5: Ghost VictimModifica


I due uscirono dalla stanza, ora si erano fatti un'idea chiara della struttura del posto.
L'agente Graham camminava davanti al detective, come se volesse decidere lui dove cercare.


“Tu sei qui da un giorno in più di me, dove pensi che sia diretto ora?” chiese il detective.

“Sta andando a chiudere il cerchio.” rispose Graham.

“Cosa?”

“Credo di averlo appena visto...”

“Dove?!”

“Qualcuno è appena entrato in quella stanza, quella di fronte all'estintore!”

“Ne sei sicuro?”

“Sicurissimo.”


“Agente Graham, la smetta di fingere.” disse il detective cambiando tono di voce.


“Di che cosa sta parlando?”

“Non c'era alcun graffio sulla porta del secondo generatore.”


Calò il silenzio tra i due, Graham smise di tremare, cosa che aveva fatto per tutto il tempo, nel suo viso comparve una smorfia, un'orribile e sinistra smorfia.

“Quand'è che l'ha capito?” chiese il novellino, con un timbro di voce rauco.

“Da quando Jeff ha menzionato quell'articolo di giornale, sei tu il ragazzo sopravvissuto, vero? Sei tu il protagonista di quell'articolo.”

“Sì...” rispose Graham ridacchiando.

“L'età coincideva, inoltre, ti avevo detto di controllare le sue manette, e Jeff se le è tolte come se nulla fosse... tu fai parte del mio stesso distretto, dì la verità! Hai architettato tu la messinscena al cimitero, ti sei assicurato che nessuno esaminasse il corpo di Jeff, che venisse sepolto vivo, tutto per farmi uccidere per sua mano, quella notte!” rivelò il detective.

Graham applaudì fieramente alle parole del detective, come per beffeggiarsi di lui.

“Complimenti detective, non ha sbagliato una singola cosa, dunque la sua promozione se la è meritata dopotutto.”

“E come se non bastasse, il tuo cognome mi è familiare. Conoscevi Jeff da ancora prima l'evento riportato sul giornale, dico bene?”

Graham simulò una pistola con le mani e le diresse verso il detective.


“Bang, bang.” disse mantenendo la voce rauca.


“Ti rendi conto di quello che hai fatto, hai idea di quante persone siano morte a causa sua?”

“Io glielo dicevo che lei non avrebbe capito, io ancora non capisco che cosa ci vede in lei.” rispose Graham.

“Spiegati meglio.”

“Noi dobbiamo aiutarlo, detective, noi dobbiamo aiutarlo a salvare quelle persone.”

“Tu sei pazzo.”

“Pazzia è continuare a vivere in questo mondo malato. Lui me l'ha promesso... mi ha promesso che oggi sarei entrato anch'io nel mondo di chi dorme, se l'avessi aiutato a completare il cerchio.”

“Quale cerchio?”

“La sua ultima notte speciale, non creda che tutto giri attorno a lei, detective, questa notte non è sua, la sua c'è già stata due settimane fa, e lei ha puntualmente rifiutato il dono che Jeff voleva farle.”

“Ti rendi conto di quello che dici?! Tu sei un poliziotto! Hai fatto un giuramento, hai giurato di proteggere le persone, non di farle morire!” rispose infuriato il detective.

“Io ho giurato di salvarle, ed è quello che faccio, aiutando lui.” rispose l'uomo corrotto.

“Quando il pacemaker di quell'uomo sarà spento, il cerchio sarà finalmente completo, avranno tutti ricevuto la loro ricompensa.” continuò Graham.

“Chi è l'uomo con il pacemaker?!” chiese il detective.

“Ancora non l'ha capito? Sono sicuro che può arrivarci a scoprirlo.”

Un'esplosione fece sobbalzare il detective, l'agente Graham aveva minato anche il secondo generatore durante la sua permanenza nel piano sotterraneo.
Il folle agente rubò la pistola al detective, ma invece di sparare, scappò via verso una direzione ignota, ora solo la luce della torcia avrebbe potuto guidare il detective.

Graham corse per un breve tratto prima di fermarsi sul colpo, si girò lentamente e guardò il detective mentre si avvicinava a lui.

“Ridammi la pistola, agente.” disse il detective.

“Non posso farlo, con questa rischierebbe di rovinare tutto.” gli rispose con freddezza.

“Tutto cosa?”

“Non ho mentito quando ho detto di aver visto qualcuno entrare in quella stanza.”

Un lungo brivido di terrore percorse la schiena del detective. L'entrata di quella stanza ora era alle sue spalle.


Mentre il detective impietrito non si mosse di un millimetro, Jeff gli passò accanto, la luce della torcia non lo stava illuminando, ma nel buio riconobbe con chiarezza la sagoma del killer.

Passò oltre, ignorando completamente l'agente, e concentrandosi sull'agente Graham.


“Allora, l'hai trovato?” chiese Jeff all'agente corrotto.

Graham bisbigliò qualcosa nell'orecchio di Jeff.

“Hai fatto un ottimo lavoro, Billy.” rivelò Jeff.


“B-Billy?” balbettò il detective ancora preso dal terrore. “Lui è Billy Graham?! Il ragazzino della festa di compleanno?!” continuò poi.

“Esatto detective, Billy è il protagonista di quell'articolo di giornale.”

L'agente non riuscì a dire una parola.

“Anche il nostro Billy fa parte del cerchio, proprio come lei. Lui doveva essere il primo a salvarsi da questa prigione, il primo a ricevere la ricompensa.” spiegò Jeff.

“Quando Jeff venne da me sette anni fa, ancora non capivo, lo trovai a fissarmi dietro quelle tende, quel suo sguardo mi aveva terrorizzato, lottai con lui e poi mio padre riuscì a farlo fuggire.” continuò Billy.

“Un anno dopo, la madre di Billy, Barbara, morì di tumore. Fu allora che tornai da lui. E quella volta non ebbe paura di me, il dolore che aveva provato per la scomparsa di sua madre lo aiutò a capire che in questo mondo esiste solo il male.” concluse Jeff.

“Quindi è tuo complice da sei anni?” riuscì finalmente a parlare il detective.

“Proprio così, Billy una volta era puro, ma quando tornai da lui, non provava più alcun timore per la mia faccia. Non era più idoneo a dormire, tuttavia avrebbe potuto aiutarmi a chiudere il cerchio, una volta entrato in polizia.” spiegò Jeff.

“Quindi non ritieni che esistano delle persone pure, ritieni la purezza una cosa temporanea, le uccidi prima che possano essere corrotte dal male.” capì il detective, ripensando alla storia che aveva raccontato Jeff durante l'interrogatorio.

“Il tuo dovere è finalmente compiuto.” parlò nuovamente Jeff rivolgendosi a Billy.

Il folle ghigno scomparve dalla faccia di Billy, al suo posto vi fu un'espressione di pura gioia.

“D-dici davvero?” chiese Billy in preda all'emozione.


“Sì, torna a dormire, Billy.” disse Jeff.


“Che cosa?! Fermo?!”
Disse il detective in un ultimo urlo di disperazione.


Billy si mise in ginocchio e aprì le braccia come per ricevere l'assunzione. Il tutto accadde troppo velocemente. Jeff infilò la sua lama nel collo di Billy, con un rapido e violento scatto.

Il viso di Billy non cambiò mai espressione, neanche quando Jeff cominciò a pugnalarlo ossessivamente, neanche mentre il liquido cremisi sgorgava da venti o più ferite, Billy semplicemente sorrideva, gioiva di quel momento, pensava realmente che morire per mano di Jeff gli avrebbe concesso una felicità perpetua. Non emise alcun suono, né una parola, né un urlo e non ebbe nemmeno un attimo di esitazione, Billy rimase in quella posizione per tutto il tempo, mentre lentamente la vita cominciava ad abbandonare il suo corpo. Il detective nel mentre non riusciva a concepire quello che stava accadendo e vomitava disgustato dinnanzi a quella che fu la scena più violenta e malata a cui assistette in tutta la sua vita.

Quando finalmente Jeff concluse la sua opera, il suo viso e le sue vesti erano completamente inzuppate del sangue della sua... vittima? Sì, nessuno più di Billy era stato vittima della marcia influenza e malignità di Jeff the Killer.
Billy compieva nove anni il giorno in cui Jeff assaggiò le fiamme che l'avrebbero trasformato nel demone che è oggi, dodici il giorno in cui Jeff tentò di assassinarlo, e tredici, la stessa età di Jeff al loro primo incontro, quando Billy divenne il suo complice.
Nei suoi restanti sei anni di vita, Billy aiutò Jeff nei suoi massacri, a diciotto anni entrò in polizia per poter aiutare meglio il killer fantasma e, a diciannove anni trovò la sua fine per sua volontà e per mano del killer a cui aveva dedicato metà della sua breve vita.

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“Ora lo capisce, agente? Può finalmente vederlo anche lei? O pensa ancora che possa esistere un mondo peggiore di questo? Noi siamo già all'inferno, detective.”

Jeff si congedò così, prima di sparire nuovamente nel buio.



Capitolo 6: Ghost PrisonerModifica


La psiche dell'agente si trovava ora in un basso fondale, la scena a cui aveva assistito l'aveva provato molto, non fu solo l'orribile morte di Billy ad impedirgli di alzarsi e ad inseguire la sua nemesi, ma tutto il dolore e la morte che essa aveva causato, e che non era riuscito ad impedire.
Pensò che presto, il nome delle defunte guardie della prigione, il nome di Billy e anche il suo sarebbero state presto impresse in quella lista che teneva in tasca.

Già, la lista... era la cosa che più contava ora, erano morte tante persone per proteggere quella lista, e il detective non poteva assolutamente permettersi di morire senza averla prima consegnata a chi di dovere. Fu il motivo per cui il detective riuscì a reggersi di nuovo in piedi, doveva assicurarsi che una seconda lista non sarebbe mai dovuta esistere, si diresse nuovamente nell'ufficio del direttore.

Sì, perché se c'era un posto in cui avrebbe potuto scoprire dove Jeff si stava dirigendo ora, era sicuramente quello. Doveva leggere i documenti che Billy aveva letto di nascosto quando erano entrati lì la prima volta, in quei fascicoli era per forza nascosto il motivo per cui Jeff aveva orchestrato questo assedio, in questa precisa prigione.

Quando il detective entrò in quell'ufficio, aprì senza indugio il cassetto che conteneva i documenti e li prese con forza. Puntò la torcia per illuminarli e vide di cosa si trattava.

Era un fascicolo, che riguardava uno dei prigionieri lì rinchiusi, il prigioniero veniva chiamato con il nome di “l'uomo con il pacemaker” non c'era alcun nome di battesimo per un semplice motivo, era uno di quei prigionieri già considerati morti da tempo, uno di quelli di cui aveva parlato Billy. Lesse tutto il fascicolo, il detenuto non aveva commesso crimini spaventosamente gravi, c'era un altro motivo per cui si trovava lì, un motivo strettamente legato a Jeffrey. Anche se nessun nome era riportato, la breve lettura della biografia di questo detenuto, fece capire al detective di chi si trattava. Era l'unica persona al mondo per cui Jeff si sarebbe spinto a tanto.
Comunque, trovò l'informazione che più gli serviva, la posizione di questo detenuto, la cella R-4.

Non c'era tempo da perdere, Jeff era diretto lì.


Jeff era nei pressi della cella tanto ambita, mentre trasportava una sacca e un mazzo di chiavi.

Jeff sapeva la posizione della cella grazie a Billy, ma non aveva ancora avuto modo di aprirla a causa della mancanza delle chiavi, questo per dare del tempo al detective per scoprire la sua destinazione.
A Jeff non serviva la luce per vedere attraverso le tenebre, aveva vissuto in esse per dieci lunghi anni, e ciò gli permise di scorgere la scritta che tanto voleva veder apparire davanti ai suoi orribili occhi, “R-4”.

Accanto a Jeff non c'era nessuno, fino ad allora si era udito solo il rumore del mazzo di chiavi tintinnare nel buio e, anche se nel volto di Jeff non si poteva vedere alcuna espressione umana, se non quella della follia pura, Jeff si sentì parecchio deluso nell'accorgersi che era arrivato lì per primo.

Cominciò a cercare la chiave che aprisse la cella, su ogni chiave era riportata la cella corrispondente, ma Jeff non volle leggerla, trovare da solo la chiave, provandole tutte, avrebbe reso quell'atteso momento ancora più memorabile.

Provò con la prima, ma nulla da fare.

Arrivò il turno della seconda, per un attimo sembrò calzare a pennello ma non era nemmeno lei quella giusta.

La terza...


“Fermati Jeff”

“Ce l'ha finalmente fatta a raggiungermi, detective, per un attimo ho temuto che non sarebbe arrivato.” disse Jeff rivelando di chi fosse la voce.

“Che cosa pensi di ottenere uccidendo quell'uomo?”

“Di nuovo con questa storia dell'uccidere? Non lo capisce che non so di cosa sta parlando?” rispose Jeff continuando a provare le varie chiavi.

“Lo sai bene che non ti permetterò di uccidere anche lui.” gli rispose l'agente.

“Non dovrà fare nulla del genere.”

“Ti sto puntando contro la pistola, Jeff.”

“Non sia sciocco, lo sa bene che non sparerà, lei è curioso quanto me di vedere la persona dietro a questa porta.”

Finalmente la chiave esatta entrò perfettamente nella toppa.

“Molto bene, pare che sia giunto il momento.” disse Jeff chinandosi per aprire la borsa che si era trascinato dietro.

“Che diavolo hai in quella borsa?”

Jeff estrasse dalla borsa dei vestiti, una benda, una tanica di benzina e... una pistola.

“Gettala subito!” urlò il detective.

“Sa bene che non uso questo genere di cose quando si tratta di mettere a dormire le persone, solo le lame sono adatte, così chi sta per addormentarsi per sempre può sentire per un'ultima volta il dolore e il male che sta per lasciarsi alle spalle.” spiegò Jeff.

“Tu sei completamente pazzo, guardati attorno, guarda cosa hai fatto!” disse il detective indicando le guardie della prigione vicino ai loro piedi, morte anche loro per mano di Jeff qualche attimo prima che il detective arrivasse.

“Io vedo semplicemente delle persone libere.” concluse Jeff.

Jeff indossò in fretta la veste estratta dal borsone, si coprì il volto con la benda e poi appoggiò la tanica a terra.

“Cosa hai intenzione di fare con quelli?” chiese il detective

“Lo vedrà presto, di quella forse non ce ne sarà il bisogno.” rispose Jeff indicando la tanica, poco prima di girare la chiave e aprire la cella R-4.


Una strana luce inondava la stanza, era rossa e calda, era l'alba, i primi raggi del sole stavano cominciando a penetrare dalla piccola finestra situata all'interno della cella.

La cella era spoglia, come qualsiasi altra, di certo la prima attenzione era data all'uomo che stava seduto sul letto, fissando i due visitatori che fecero capolino nella stanza.

Chiamarlo uomo, era un eufemismo, l'individuo era senza dubbio di sesso maschile, ma a prima vista chiunque l'avrebbe scambiato per un semplice ragazzo malato e sofferente.

Jeff scattò accanto all'”uomo”, ora il detective aveva luce a sufficienza per colpire Jeff senza che egli avrebbe avuto il modo di contrattaccare, tuttavia non sparò quando vide che Jeff gli si avvicinò semplicemente,


dicendogli:



“Ciao, Randy.”


Quel giorno, durante la festa di compleanno, quando i medici arrivarono per portare via Jeff in seguito all'incendio subito, si pensò che non potesse farcela, ma così non fu, il resto lo conosciamo.
Ma, c'erano altri tre ragazzi gravemente feriti e altri, privi di vita.

Il primo che ricevette assistenza medica fu Keith, il ragazzo aveva una grave ferita in testa e gli occhi danneggiati da sostanze infiammabili, nonostante tutto però aveva solo perso i sensi e delle cure immediate bastarono per salvarlo.

Il secondo che fu visitato fu Troy, il ragazzo grasso fu trovato con il cranio aperto, la ferita era simile a quella di Keith ma molto più profonda, addirittura si intravedeva il cervello, non si poté fare nulla, Troy era decisamente morto.

Il terzo ed ultimo ragazzo, fu Randy.

Randy era morto, in seguito ad un arresto cardiaco provocato da delle violente contusioni ad opera di Jeff. Quest'ultimo l'aveva colpito più volte con tutta la forza che aveva nei pugni, proprio nella zona sopra il cuore.
Tuttavia, per prassi, i medici sono tenuti a tentare una rianimazione in ogni caso, tranne nel caso in cui la vittima sia decapitata o abbia il cervello distrutto, quindi fu tentata una rianimazione sul corpo di Randy.

Il cuore di Randy riprese a battere, con sorpresa di tutti, ma era molto debole e il corpo aveva già subito delle emorragie interne, fu trasportato in fretta in ospedale e ciò impedì la sua morte per una seconda volta.

Il suo fisico però ne risentì fin troppo, il cuore ben presto si sarebbe fermato di nuovo, ragion per cui gli fu impiantato un pacemaker che gli avrebbe concesso di rimanere in vita ma, non sveglio.
Randy cadde in un coma che durò per ben cinque anni, in questo lasso di tempo quasi nessuno sapeva che lui era ancora in vita, e fu una cosa positiva, poiché se Jeff l'avesse scoperto, gli avrebbe dato senza dubbio la caccia. E poi Randy si svegliò.

Il coma aveva rovinato il suo aspetto fisico, un sonno così lungo a quell'età gli rovinò per sempre lo sviluppo, Randy non aveva ricevuto quanto bastava per maturare, ragione per cui il suo aspetto sembrava quello di un ragazzo deperito.

Il malessere di Randy non terminò, oltre al fisico distrutto, Randy soffrì anche di un'amnesia stabile dovuta al precedente arresto cardiaco, non ricordava più chi era. Come se non bastasse, Randy era ancora colpevole per l'aggressione e il tentato omicidio di Jeff, passò gli altri cinque anni in prigione per un reato che non ricordava nemmeno di aver commesso. Randy venne trasferito in quella che ora era la prigione fantasma di Jeff, gli tolsero il suo nome poiché non se lo ricordava nemmeno lui stesso, e da allora fu conosciuto da tutto lo staff del carcere come “l'uomo con il pacemaker”.


Jeff mise la pistola in mano a Randy.

“Guarda chi c'è là, Randy, è il pazzo che è venuto per ucciderti.” gli intimò Jeff puntando il dito contro al detective.

“Ma c-che” balbettò il detective.

“Guarda il suo viso! Il suo sorriso inciso, il nero sotto i suoi occhi! Guarda i suoi vestiti pieni di sangue!” continuò Jeff.

La follia di Jeff non aveva fine, voleva fare in modo che Randy sparasse all'agente, facendolo passare per se stesso.

Ma era vero, il sorriso che gli aveva inciso Jeff era simile al suo, le occhiaie a causa della mancanza di sonno somigliavano davvero ad un contorno bruciato e, i suoi abiti erano zuppi del sangue di tutte le guardie che aveva cercato di soccorrere.

“Io n-non...” disse Randy in preda al panico, mentre stringeva la pistola tremando.

“Non farlo ragazzo! È lui l'assassino!” tentò di difendersi il detective.

Jeff si era travestito e si era bendato il volto, aveva programmato tutto quanto.

“Ti prego non sparare!” lo implorò l'agente, mentre entrambi si puntavano contro le rispettive pistole.

Il detective puntò la pistola verso Jeff. No, non poteva sparare, un colpo verso Jeff avrebbe fatto scattare automaticamente la pistola di Randy.

“Stai lontano da me!” urlò Randy.

Randy spinse leggermente il grilletto, pronto a far fuoco.

“Dannazione!”

Uno sparo.


Randy cadde a terra, ferito e agonizzante.

Jeff rise, scoppiò nella più malata e rumorosa risata che avesse mai fatto.

“Dunque alla fine, si è lasciato divorare dal male, agente.” disse Jeff ridendo come un pazzo.

Il suo test aveva avuto successo, Jeff voleva verificare chi dei due fosse il più puro, ora poteva finalmente chiudere il cerchio.

Il detective sparò a Jeff ma questo lo schivò lasciando scivolare via il bendaggio.

Il viso di Jeff era ora visibile per la prima volta anche per Randy, che stava facendo pressione sulla ferita inferta dal detective.

“Come mi trovi, Randy, non sono bellissimo?” chiese Jeff sadicamente.

Randy, spaventato, tentò di allontanarsi all'indietro strisciando come un verme.

“Come supponevo.” disse nuovamente Jeff.

Jeff raccolse Randy da terra e si mise dietro di lui usandolo come scudo.

“Non farlo Jeff! L'hai già ucciso una volta!” urlò il detective.

“Non ha dormito abbastanza.” concluse Jeff, prima di affondare la lama sul pacemaker di Randy, spegnendolo per sempre.


Un altro fallimento...

Jeff lasciò cadere il corpo di Randy a terra.


Fu allora che il detective ne aveva avute abbastanza, puntò di nuovo la pistola e cominciò a sparare verso Jeff. Purtroppo la luminosità non era delle migliori, e Jeff tentò di schivare come meglio poté, ma riuscì comunque a mettere qualche colpo a segno, abbastanza per potersi avvicinare a lui e dare sfogo alla sua rabbia.

Mentre l'agente si lanciava contro il killer, Jeff gli rimembrò le parole che gli disse al cimitero.

“I killer sono solo demoni che camminano sulla terra, non abbia pietà di me questa volta, agente.”

L'agente quella notte gli disse di volergli dimostrare il contrario, ora non gli importava più di nulla, tutto ciò che voleva era fare del male a Jeff, voleva ucciderlo.

L'agente lo gettò a terra e cominciò a colpirgli ripetutamente la faccia.

“Mi hai rovinato la vita!” urlò colpendolo ripetutamente.

Tutto ciò che provava non era nient'altro che rabbia, guardò il corpo di Randy, ripensò a Billy, al suo partner, alla guardia che aveva torturato e ad ogni singolo nome presente nella lista, mentre picchiava con tutte le sue forze quel volto da incubo.

Jeff tentò di difendersi pugnalando il detective al fianco, ma giunti a questo punto, non gli importava più nemmeno di provare dolore. Prese il coltello di Jeff dalla parte della lama e glielo strappò via dalla mano, poi lo afferrò dal manico e cominciò a fare a Jeff ciò che lui aveva fatto a Billy.

Per un attimo gli sembrò che Jeff non si muovesse più, si alzò, e cominciò a muoversi verso la tanica.

“Te l'ho già detto agente, io non posso più dormire ormai... e ora nemmeno tu potrai più farlo.” disse Jeff rialzandosi a metà.

Il detective prese la tanica e sparse il combustibile ovunque nella stanza, voleva assicurarsi che non rimanesse alcuna via di fuga.

“Il fuoco fortifica i demoni.” disse Jeff, intimandogli di non appiccare l'incendio.

“Non mi importano più i tuoi vaneggiamenti, non voglio nemmeno sapere se avevi previsto anche questo, non voglio sapere se questa tanica era qui per questo scopo, io voglio solo che tu soffra più di quanto io ho sofferto.”

L'agente trovò un accendino zippo dentro la borsa che aveva portato Jeff, lo lanciò verso il liquido infiammabile senza alcuna esitazione.

Il fuoco divampò in fretta, Jeff non si mosse dal punto in cui era rimasto.

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“Dunque hai infine scelto di rimanere sveglio.” disse Jeff prima di rimanere apparentemente avvolto dalle fiamme.



L'agente chiuse la cella, ormai divenuta un altoforno, girando tre volte la chiave attaccata alle porte ignifughe della R-4.


Capitolo 7: Ghost EpilogueModifica


Quando arrivarono i soccorsi, in vita erano rimaste poche guardie oltre al detective, quest'ultimo non voleva saperne più nulla, non si pentì di quello che aveva fatto, né volle sapere com'era lo stato di quella stanza data in pasto alle fiamme.
Tuttavia un solo corpo fu trovato al suo interno, carbonizzato, oltre ad una veste e ad una benda bruciata.



“Dunque tutti i nomi delle sue vittime si trovano in questa lista?” chiese il capo del distretto.

“Quasi tutti, mancano quello di Randy e quello di Billy Graham... oltre a tutti quelli delle guardie della prigione...” disse il detective arrancando.

“Capisco, provvederemo ad aggiungere i rimanenti nomi, ma piuttosto, ti senti bene detective Jeffrey? Non ha una bella cera.” domandò il capo.

“La prego, capo, non mi chiami con il mio nome di battesimo. Ho intenzione di cambiarlo a breve.” disse il detective. “Comunque, è solo che non riesco a dormire da settimane.”

“Vai a casa a riposare detective, non tornare al lavoro finché non ti sarai rimesso in sesto, te la sei meritata una vacanza.” concluse l'uomo.


Il detective ora si trovava a casa sua, nel suo bagno.

“Tesoro, perché non vieni a dormire?” chiese la moglie.

“Lo sai che non riesco a farlo.” ribatté il detective.

“Per favore, provaci, rimani almeno solo sdraiato sul letto, anche solo riposare così ti farà bene.” lo scongiurò la moglie.

“E va bene... tra un po' arrivo, ti raggiungo subito.”

Il detective fece per uscire dal bagno quando qualcosa sullo specchio attirò la sua attenzione.

“Finalmente questa storia è finita.” pensò tra sé l'uomo. “Posso finalmente lasciarmi tutto alle spalle e non pensarci mai più.”

“Se solo non fosse per queste orrende cicatrici riuscirei a stare più tranquillo.” cominciò a parlare a voce alta.

“Sì... è colpa di questo stupido e orrendo sorriso.”

“Questo orribile e intagliato sorriso.”

“Orribile... orribile...”

“Questo...”


...

“... Bellissimo sorriso.”

...

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