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La piccola figura di un bambino si perdeva nella confusione del circo.

Con un ditino indicava uno dei numerosi pagliacci che si aggiravano tra i tendoni colorati.

"Mamma! Guarda quel clown! Ha un sorriso davvero buffo!" Esclamava, con i suoi grandi occhi castani illuminati di felicità.

La madre, che lo teneva per mano per non rischiare di perderlo nel caos frenetico, gli rispondeva sorridendo.

"Già, fa davvero ridere! Senti Jesse, che ne dici se andiamo a prendere lo zucchero filato?" 

Gli propose lei, mentre il bambino la guardava annuendo energicamente.


Quel giorno era un caldo pomeriggio di domenica.

La donna aveva deciso di premiare suo figlio per l'ultimo bel voto preso a scuola.

Aveva pensato al cinema, ma il bambino di soli otto anni si annoiava spesso, così aveva optato per una serata al circo.

Jesse era rimasto a dir poco entusiasta per la proposta di sua madre.

Era sempre stato un bambino molto energico e allegro, in più non era mai stato al circo prima di allora.


Da quando era arrivato non aveva fatto altro che guardarsi intorno stupefatto.

I suoi occhietti attenti scrutavano anche il più piccolo particolare di quell'ambiente coloratissimo e chiassoso.

La gente si incamminava tra un tendone e l'altro, perché i vari spettacoli erano organizzati in ambienti diversi.

Le tende in cui si tenevano erano di tantissimi colori diversi. La maggior parte era a strisce gialle e rosse, ma molti altri erano di un verde acceso con le righe blu. Alla fine della tenda, la stoffa terminava con un drappeggio elegante.


In terra era pieno di coriandoli variopinti, che regolarmente venivano lanciati dai clown che si aggiravano tra la folla per attirare le persone nel proprio tendone.

Erano tutti truccati, con sorrisi larghi di vari colori, tra i quali rossi, viola e addirittura verdi.

Le loro parrucche erano davvero particolari e stravaganti, quasi tutte erano ricce di tonalità improbabili come l'azzurro o l'arancione.

Avevano sempre un grosso naso rosso, la cui plastica rifletteva la luce flebile del sole, ormai sul punto di tramontare.

Ai piedi portavano lunghe e buffe scarpe, mentre erano vestiti con abiti larghi dalle varie fantasie, dai pois alle righe, dai cuori alle stelle.

Jesse rimaneva incantato a guardarli, gli erano sempre piaciuti nonostante fossero molto grotteschi.


C'erano anche gli intrattenitori sui trampoli, chi vendeva gadgets luminosi e fosforescenti e chi offriva roba da mangiare.

La mamma di Jesse lo teneva per mano, cercando di non perdersi nel viavai di persone, che accorrevano nei vari tendoni per assistere al proprio spettacolo.

I due rischiarono molte volte di calpestare qualche gomma da masticare abbandonata sul cemento, così dovettero stare attenti a dove mettevano i piedi.

Finalmente arrivarono al carretto dello zucchero filato, nel quale Jesse si soffermò a scegliere il colore.


Era veramente difficile scegliere: il bambino non sapeva decidersi tra i numerosissimi tipi di zucchero diversi.

Le vaschette stracolme del carretto lo guardavano, in attesa del suo verdetto.

Jesse si perse per un attimo nei suoi pensieri, constatando che lo zucchero filato fosse davvero simile alle nuvole, solo di colori più vivaci, come il verde, il rosa e il celeste.

Alla fine optò per quello verde, e la madre diede i soldi al venditore, che soddisfatto del guadagno diede sorridente la stecca zuccherosa al piccolo Jesse.

La donna lo trascinò frettolosamente via dal carretto, per non intralciare la lunga fila di persone, le quali parlottavano freneticamente tra di loro.

La confusione era totale, si poteva sentire il borbottio incomprensibile della gente, le urla dei venditori che recitavano i propri slogan e anche numerose musichette di sottofondo, molte delle quali venivano da carillon tenuti dai clowns.


La madre di Jesse lo portò a sedersi in una panchina un po' più in disparte, in modo da avere più tranquillità.

Il bambino si sedette sul ferro duro, mentre con la bocca mordeva lo zucchero verde della sua stecca.

La donna si sedette a fianco a lui, controllando rapidamente i messaggi nel cellulare.

Vedendone uno, si rivolse un attimo al figlio.

"Senti Jesse, ti devo chiedere un grande favore." Disse, con un tono di voce affabile, il classico che si usa per parlare coi bambini piccoli. "Rob mi ha detto che è arrivato, quindi devo andare ad incontrarlo all'ingresso del circo. Puoi aspettarmi qui?".

Gli chiese, riferendosi all'amico che avrebbero dovuto incontrare per assistere ad uno degli spettacoli.


Jesse si fermò un attimo, smettendo di mangiare lo zucchero filato.

"Mamma... non lasciarmi qui!" Le disse con uno sguardo preoccupato. 

La donna non se ne preoccupò, era una cosa che il figlio faceva spesso. Non voleva che lei si allontanasse ma poi rimaneva tranquillo.

"Dai, non fare così, Jesse! La mamma torna subito. Devo solo cercare Rob, così potremo andare tutti a vedere i trapezisti, che ne dici? Mi aspetti un attimo qui?" Gli richiese lei, con un sorriso rassicurante in volto.

Il bambino abbassò lo sguardo, deluso. "Va bene mamma...".

"Bravo bambino!" Esclamò la donna, che si alzò di scatto dalla panchina. "Ricordati solo di non parlare con gli sconosciuti."

Si raccomandò, per poi sparire nella confusione della folla, scomparendo alla vista di Jesse.


Il bambino riprese a mordere lo zucchero colorato, girando di tanto in tanto la testolina per vedere se la madre fosse di ritorno.

Ancora nulla.

Si soffermò a guardare i numerosi pagliacci, che con i loro scherzi birichini intrattenevano il pubblico. Jesse sorrise.

I suoi capelli castani lisci si muovevano per via del leggero venticello, mentre i suoi vispi occhi andavano da un tendone all'altro.

Il sole stava tramontando, ed era proprio di fronte a lui, illuminando il suo piccolo viso coi suoi raggi caldi.

Guardando la palla infuocata, Jesse fu costretto a chiudere gli occhi dopo poco, per poi strizzarli.


Quando li riaprì, notò che la sua visuale era stata oscurata da un'ombra.

Laughing Jack.png

Il bambino lanciò un'occhiata alla figura che lo guardava dall'alto, ergendosi in tutta la sua statura.

Era un clown, ma non era come gli altri.

I suoi abiti non erano colorati, erano... neri. Con delle righe bianche nelle maniche e nelle calze, che portava fino all'altezza dei pantaloni neri, lunghi fin poco sopra le ginocchia.

Aveva due bretelle ebano che gli sorreggevano i pantaloni, passando per la maglietta senza maniche scura, adornata con dei ciuffi di piume nere nelle maniche.

Anche il suo viso era... strano.

La sua pelle era bianca. Gli occhi erano cerchiati di nero, non sembrava nemmeno trucco, quasi come se quella fosse la sua vera pelle.

Le labbra erano anch'esse nere, mentre i capelli corvini e spettinati gli arrivavano a toccare le spalle magre.


Quella tetra figura gli rivolse uno sguardo quasi amichevole, o almeno, probabilmente quella era l'intenzione.

Il clown sorrise, rivelando una fila di denti bianchi e seghettati.

"Ciao piccolo, come ti chiami?" Parlò con una voce roca, indefinita, ma il tono era abbastanza cordiale per venire da un individuo del genere.

Jesse lo guardò perplesso. Quel pagliaccio gli faceva paura, non era normale.

"Mia mamma mi ha detto che non devo parlare con gli sconosciuti." Dichiarò infine, con un tono secco, cercando di essere convincente.

Il clown lo guardò, mimando un'espressione dispiaciuta.

"Mi chiamo Laughing Jack. Ora non sono più uno sconosciuto, no? Come ti chiami?" Si presentò con un gesto teatrale del braccio, che solo allora Jesse notò terminare in una mano munita di artigli neri.


Il bambino non seppe che fare. Ricordandosi le parole della madre, ripeté la stessa frase.

"Non posso parlare con gli sconosciuti, mi spiace".

Laughing Jack lo guardò perplesso.

"Io però mi sono presentato. Dimmi come ti chiami, così per te non sarò più uno sconosciuto!" 

Disse, tentando di essere rassicurante.

Jesse si decise a rispondere. Dopotutto... cosa poteva esserci di sbagliato nel dire il suo nome?

"Mi chiamo Jesse."

Il clown lo guardò preoccupato. "Tu sei Jesse? Allora devi sbrigarti a venire con me! Tua mamma ha avuto un incidente, dobbiamo sbrigarci a raggiungerla!".


Gli occhi del piccolo si spalancarono.

Sua mamma... un incidente...?

Inizialmente non sembrava molto convinto, ma poi pensò a sua madre e la preoccupazione lo assalì.

La voce roca del clown interruppe i suoi pensieri.

"Che aspetti?! Dobbiamo andare, sbrigati!" Lo incalzò, tendendogli la mano.

Jesse prese coraggio, e strinse la mano del pagliaccio.

Al tatto era fredda, dura, gli artigli gli graffiarono la pelle, ferendolo.

Il bambino si lamentò dal dolore, ma non disse nulla al clown, dopotutto lo stava aiutando.


Quando aveva stretto la presa di Laughing Jack, qualcosa però era cambiato.

Anzi, tutto era cambiato.

I tendoni intorno a loro erano diventati completamente neri e grigi, mentre il cielo si era fatto improvvisamente buio.

Le persone erano sparite, così come il trambusto e le voci.

Non c'erano più i pagliacci con i loro scherzi, non c'erano più i carretti con la roba da mangiare, non c'erano più i venditori con le merci colorate.

Tutto era diventato improvvisamente nero.

Perfino i coriandoli a terra avevano perso il proprio colore, ed ora erano di un grigio smorto, senza vitalità.


Nell'aria non si sentiva più un rumore. Nemmeno il vento soffiava.

Tutto era completamente immobile.

Ad un tratto, quando ancora Jesse non aveva realizzato l'accaduto, il pesante silenzio era stato colmato da una strana musichetta, alquanto inquietante.

Il bambino la riconobbe subito, era "Pop! Goes the weasel". 

Ma ora, era... diversa. 

Era come se provenisse da una scatola, le note erano metalliche e stonate, la melodia distorta completamente.

Gli venne paura.


Chi era quel pagliaccio che gli teneva la mano? Allora sua madre non aveva avuto un incidente?

Jesse realizzò che sua mamma non aveva preso l'auto per andare ad incontrare il suo amico, aveva semplicemente camminato un po'... non poteva aver avuto un incidente.

I suoi occhi castani si spalancarono, terrorizzati.

Il cuore prese a palpitare irregolarmente, mentre il sudore freddo cominciava a colare lungo la fronte del bambino, che aveva iniziato a tremare.

Laughing Jack lo guardava con un ghigno nero dipinto in volto.

Stava ridendo.


Il piccolo cercò di liberarsi dalla presa della sua mano, ma il clown strinse più forte e gli artigli perforarono la pelle del bambino, che urlò dal dolore, ormai in lacrime.

Il sangue colava lungo il suo braccio, e le mani di entrambi si macchiarono di rosso.

Jesse guardava terrorizzato il proprio palmo, trapassato dalle dita affilate del clown, che continuava a ghignare.

Non appena provò a muoversi, la vista gli si annebbiò, lasciando spazio ad un abisso di oscurità.


Una goccia.

Due gocce.

Tre gocce.

Quattro gocce.

Jesse si risvegliò attonito, aprendo piano gli occhi castani.

Cercò di capire dove potesse trovarsi, ma il luogo che lo circondava non gli diceva assolutamente nulla.

Era l'interno di un tendone, lui doveva essere nel retroscena, ovvero nel retro del palco, nel quale solitamente gli artisti di preparavano.


Solo allora notò di essere stato risvegliato da un rivolo d'acqua scura che colava da poco sopra la sua testa.

Era seduto sul pavimento rivestito da un moquette grigia, che però non era per niente morbida a causa del cemento sottostante.

Dietro la schiena aveva una cosa dura, che ancora non era riuscito a identificare.

Intorno a lui c'era solo la stoffa nera del tendone, che non presentava però aperture per uscire.

Al bambino sembrò di vivere una situazione irreale. 

Quelle gocce d'acqua continuavano a scendere ritmicamente, mentre nell'aria si poteva sentire ancora quella musichetta tetra, di cui Jesse cominciò ad avere la nausea.


Si mise a fatica in piedi, barcollando.

Quel clown doveva averlo drogato in qualche modo.

La vista era appannata e gli girava la testa terribilmente.

Alzandosi, appoggiò a terra la mano sinistra, che gli lanciò una fitta lancinante... era ancora ferita.

Quello non era stato un sogno.

Un giramento di testa particolarmente forte lo costrinse ad appoggiarsi al tendone, e la sua manina incontrò l'oggetto duro contro il quale era appoggiato in precedenza.

Il bambino sbiancò quando vide cosa aveva appena toccato.


La sua mano era a diretto contatto con un cadavere.

Il corpo morto era piccolo, minuto. Doveva essere stato di un bambino all'incirca della sua stessa età.

La pelle del suo corpo era però grigia, putrefatta e in più punti era staccata, lasciando visibile l'osso bianco.

Gli occhi erano rivolti verso l'alto, completamente ciechi.

Fissavano un qualcosa che ormai non potevano più vedere da tempo.


Jesse si staccò immediatamente dal muro, cadendo a terra.

Cominciò ad indietreggiare sulle mani, mentre dalla bocca uscivano parole e mugolii sommessi.

Le lacrime scendevano lungo le guance rosee del bambino, il cui cuore sembrava al punto di esplodere nel piccolo petto.

Mamma... mamma, dove sei? Vieni... ti prego!

I suoi pensieri erano confusi, come lo era la sua mente. Non c'era niente di logico in ciò che stava vivendo.


Continuò ad indietreggiare, quando notò che le gocce che l'avevano risvegliato non erano affatto d'acqua.

Erano rosse... era sangue.

Jesse si alzò di scatto, mentre le sue gambe correvano veloci come mai avevano fatto in tutta la breve vita del bambino.

Non sapeva dove stesse andando, soprattutto perché era chiuso in un tendone.

Correndo però, vide una piccola apertura che non aveva notato.

Ci entrò senza pensarci un secondo di più, i suoi piedi sfrecciavano sulla moquette scura senza fare troppo rumore, solo emettendo dei suoni attutiti.


Entrato nell'apertura, vide stagliarsi davanti a lui un lunghissimo e buio corridoio.

C'erano molte stanze lungo il percorso, tutte nere come il resto del tendaggio.

La stoffa delle pareti era infatti quella dei tendoni del circo, ma era scuro come tutto l'ambiente che lo circondava.

Nonostante il luogo gli incutesse un terrore indescrivibile, Jesse continuò a muovere i suoi piedi avanti, in cerca di un'uscita.

Più andava avanti, più il corridoio si allungava, come un labirinto.

Pian piano l'ambiente intorno a lui cominciò a mutare. Dalle pareti di stoffa prese a colare sangue.

Lunghi rivoli di sangue scuro scendevano per l'interno del tendone, macchiandolo irrimediabilmente.


Il piccolo riprese a correre, cercando di non guardarsi intorno.

Provò più volte ad aprire gli occhi, ma quello non era un incubo. Quella era la realtà.

La musica divenne sempre più forte, mescolandosi ad un coro di voci urlanti, che invocavano aiuto disperatamente...

erano voci di bambini.

I cadaveri stesi a terra cominciavano ad apparire sotto gli occhi terrorizzati di Jesse, che dovette cercare di evitarli per non cadere.

L'odore nell'aria si era fatto insopportabile, c'era una fortissima puzza di marcio... di morte.

Il bambino non riuscì più a sostenere la tensione, e in lacrime si accasciò sul pavimento, svenuto.


Quando si risvegliò, notò di essere completamente immobilizzato.

Le sue piccole braccia sottili erano bloccate ai lati della testa, da quelle che sembravano catene.

Il freddo metallo era a contatto con i polsi fragili del bambino, che provando a divincolarsi finì per lacerarsi la pelle.

Altro sangue colò dalle ferite fino a toccare il pavimento.

Fu allora che cominciò a guardarsi intorno.

Non era più nel corridoio di prima, questa era una stanza, probabilmente una sorta di cantina, o qualcosa del genere.


Il pavimento era comunque rivestito con la moquette, però questa era viola scuro.

Le pareti intorno a lui erano le stesse del tendone, ma quella su cui era appoggiata la sua schiena era fatta di cemento, in modo tale che le catene potessero saldarsi bene contro il muro.

Che razza di posto è questo...?! Mamma... aiutami...

Ormai Jesse era sfinito, faceva fatica anche a pensare.

Fu allora che lo vide.


Laughing Jack era davanti a lui, e rideva.

La sua risata era insopportabile, fastidiosa e insana.

Quegli occhi bianchi cerchiati di nero... erano spietati. 

Non c'era un briciolo di umanità nel suo sguardo ghiacciato. Quel clown era orribile.

Il bambino provò a sporgersi verso di lui, quel tanto che bastava per farsi sentire nonostante il flebile tono di voce.

"Perché...? Dov'è mia... mamma...?" Mormorò, con la voce stanca e rotta dal pianto.


Il pagliaccio nero gli sorrise con i suoi denti seghettati.

Parlò con la voce roca che aveva sentito la prima volta, ma adesso il suo tono non era per niente amichevole, anzi.

"Sai, moccioso... faresti bene a preoccuparti per te stesso, piuttosto che per tua madre." Gli sibilò, con cattiveria.

A Jesse salirono altre lacrime agli occhi semichiusi.

Cominciò a piangere disperatamente, non riuscendo a contenere il tono della voce, che a tratti scoppiava in qualche singhiozzo.

Oltre il velo di lacrime, lo vedeva ridere. Era insopportabile.

Nella sua breve vita, il bambino sentì di non aver mai odiato qualcuno così tanto.


Quella risata, quella voce... facevano accapponare la pelle.

E in più c'era quella tetra musichetta in sottofondo... l'atmosfera era surreale, peggiore di qualsiasi incubo.

Jesse non riusciva a smettere di piangere, il suo corpicino era scosso dai singhiozzi, sentiva la gola bruciargli.

Il clown si avvicinò lentamente a lui, fino ad arrivare ad un soffio dal suo volto.

Ora il bambino poteva vedere chiaramente quegli occhi freddi, spietati.

Cominciò a tremare violentemente, non riuscendo a nasconderlo al pagliaccio, che riprese a ridere.


Il piccolo chiuse gli occhi.

Non voleva vederlo. Quel volto gli metteva troppa paura.

Mamma... mamma, salvami! Ti prego...

Anche pensare gli risultava difficile in quella situazione.

Avvertiva il fiato freddo di Laughing Jack sul suo tenero collo.

Sentì un artiglio scorrergli sul viso, percorrendo il suo profilo, senza tagliarlo.

Quel clown si divertiva a terrorizzarlo...


La testa gli stava scoppiando.

Ancora non era rimasto ferito se non superficialmente, ma la paura era troppa.

Jesse si chiedeva quando sarebbe giunta la sua ora. Quando finalmente uno di quegli artigli gli avrebbe trapassato il suo cuore.

Ma nulla, il colpo non arrivava.

Sentì un forte dolore alla spalla sinistra.

Aprì gli occhi, vedendo che un dito affilato del clown lo stava tagliando leggermente.

Il sangue cominciò a colare copioso dalla ferita, che sebbene non profonda bruciava in una maniera insostenibile.

Il piccolo urlò dal dolore con la sua vocetta rauca quando la pressione sulla pelle aumentò, lacerando la carne in profondità.


Tutto intorno a lui cominciò a sfumare.

La vista si faceva sempre meno chiara, il mal di testa insopportabile.

Il cuore nel petto martellava irregolarmente, mentre i gemiti di dolore uscivano dalla bocca di Jesse sempre più frequentemente.

Le sue orecchie non sentivano più nulla, solo il forte fischio della pressione che calava vertiginosamente, e...

quella musica.

E fu proprio sulle note di "Pop! Goes the weasel" che Laughing Jack gli perforò il petto con la mano.

Al piccolo mancò il respiro.


Con un rantolo strozzato vide il liquido rosso scendere dalla ferita, mentre la mano del clown era ancora immersa nella carne.

Il dolore al petto era terribile, Jesse non aveva mai provato un male così forte in vita sua.

Guardò per un'ultima volta la faccia bianca del clown.

Il colore della pelle sembrava diverso... stava colando? Quello... era trucco.

Il suo volto... aveva qualcosa di familiare.

Ma certo...! È lui...

Non appena il bimbo realizzò quanto aveva appena visto, Laughing Jack estrasse la mano dal petto, facendogli tossire sangue.

Pian piano, la vita lo abbandonò...


Il pagliaccio rise soddisfatto.

Quel bambino era stato davvero un idiota a seguirlo. Che ingenuo...

Slegò le funi dai polsi del piccolo, guardando fuori dal tendone rosso e giallo.

Fortunatamente la gente aveva fatto un gran trambusto per tutto il tempo, così nessuno si era accorto di ciò che stava facendo.

Ormai era da tanto tempo che lo faceva... adescava i bambini con una stupida scusa mentre le loro madri, alle quali aveva dato un appuntamento, si allontanavano per un attimo, per incontrare lui, Rob.


Il giorno dopo, Rob aveva sentito al telegiornale il ritrovamento del corpo di Jesse.

Non aveva potuto fare a meno di provare un certo senso di soddisfazione, nel vedere che come al solito la colpa era stata attribuita al personaggio di Laughing Jack, che come sempre l'uomo usava per nascondere la sua vera identità.

Aveva trovato il travestimento perfetto.

Appigliarsi ad una Creepypasta gli permetteva di agire in incognito, e la polizia non ficcava troppo il naso in affari che la gente riteneva oltre la comprensione umana.


Ripensandoci, quel bambino era stato strano per tutto il tempo.

Era da quando gli aveva stretto la mano che aveva cominciato a comportarsi in modo strano.

Rob aveva dovuto evitare le persone che affollavano i passaggi tra i tendoni, per non essere visto.

In più, il moccioso era svenuto senza preavviso, probabilmente preoccupato per la madre.

Quel posto in cui l'aveva legato non era altro che il retroscena di uno dei tanti tendoni colorati che riempivano il circo.

Ma quel bambino... aveva cominciato a scappare non appena aveva visto la stoffa della tenda... molto strano.

I mocciosi sono davvero incomprensibili! Che ingenui...

Pensò Rob, mentre si preparava per andare a letto.


L'indomani avrebbe ripetuto la stessa identica farsa. Avrebbe fregato un altro povero bambino e poi l'avrebbe ucciso, come faceva sempre.

E la parte più bella era che la colpa sarebbe sempre stata della temutissima Creepypasta di Laughing Jack.

La gente legge troppe stronzate horror!

A Rob si dipinse un sorriso ironico sul volto.

Andò in bagno, a lavarsi i denti.

Si posizionò davanti allo specchio, sopra il lavandino.


Mettendo il dentifricio sullo spazzolino celeste, si accorse di qualcosa di strano.

Il rumore del motore delle auto proveniente da fuori, si era improvvisamente fermato.

In aria c'era un silenzio inverosimile.

Tutto era diventato nero. 

Le pareti di casa sua, i pavimenti, gli oggetti, lo specchio...

riflesso nello specchio, c'era qualcosa.

Era un clown, vestito di abiti bianchi e neri, con un naso a forma di cono e gli occhi glaciali cerchiati di nero.

In aria, c'era una strana musica... era una canzoncina per bambini, ma non era nella sua versione originale, era molto più... tetra.


Rob si girò terrorizzato, lasciando cadere lo spazzolino a terra, che non produsse alcun rumore.

Si trovò a cinque centimetri dal volto di Laughing Jack, che ridendo lo guardava spietato.

Parlò con la sua voce roca e indefinita, in un sibilo.

"Che cosa c'è? Uccidi travestendoti da me e poi ti prendi tutto il merito... che scortese!".

L'uomo perse l'equilibrio, cadendo sul pavimento del bagno. Era terrorizzato.

"Allora... tu... esisti!" Balbettò Rob, incredulo.


Le pareti della stanza cominciarono a trasudare sangue, che riempiva il pavimento e inzuppava i vestiti di Rob, immobile per la paura, con il fiato corto e il respiro irregolare.

Laughing Jack ghignò.

La musica di "Pop! Goes the weasel" si fece sempre più forte, sempre più distorta.

Il pagliaccio nero guardò l'uomo a terra.

"Esisto esattamente come questa canzone...".

Rob si sentì l'addome trapassato. Il sangue usciva copioso dallo squarcio, dovuto agli artigli del clown.


Il giorno dopo, la polizia trovò il cadavere dell'uomo nel bagno di casa sua.

Aveva l'addome aperto, in una pozza di sangue.

Le cause del decesso risultarono sconosciute.

Nessuno riuscì a dare una spiegazione plausibile alla ferita, dato che nella stanza, tutto era perfettamente al proprio posto...

Racconto appartenente a EFP

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