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Ancora non riusciva a capacitarsi di quel tragico avvenimento.

Erano già passate tre settimane, tuttavia non accettava la morte prematura del nipote. Il suo unico nipote, sangue del suo sangue e l’unico membro della famiglia che rimasto in vita, almeno fino a poche settimane fa.

Spesso l’anziano si recava nella casa in cui aveva vissuto il nipote, adorava rimanere in quel posto in balia dei vecchi ricordi che gli oggetti e le fotografie sparse per le stanze sussurravano alle sue orecchie.

Gli piaceva in particolar modo ammirare il patio, l’erba verde che esprimeva allegria, tuttavia negli ultimi tempi lo stesso pezzo cortile lo faceva sentire angosciato ed il motivo era più che evidente: c’erano delle orme che lo percorrevano, troppo grandi per essere di qualche animale selvatico e troppo deformate per appartenere ad un essere umano. Le autorità non erano riuscite a fornirgli una risposta che lo soddisfacesse, “l’assassino avrà voluto mascherare le sue tracce deformandole” era la risposta che continuavano a ripetere come automi.

Le porte finestre che conducevano al patio erano sfondate, i vetri giacevano per terra e solo il vento aveva il diritto di muoverli, siccome il caso era ancora aperto per la polizia. All’anziano dispiaceva vedere il caos regnare nell’abitazione e, ancora di più, guardare con ripugnanza le chiazze di sangue secco che inondavano il corridoio.

Odiava calpestare quel tratto della casa, lì era dove il brutale killer aveva ucciso il suo amato Andrew e la rabbia gli prendeva il sopravvento pensando che quell’uomo si stava godendo la sua vita, mentre doveva solo marcire in prigione.

Non era un caso se l’uomo lo definiva “brutale”: in camera di suo nipote aveva trovato alcuni suoi appunti, scritti di fretta e con una calligrafia poco leggibile, in cui erano annotate varie date connesse alla parola “spionaggio” oppure “incontro”. All’inizio l’anziano aveva pensato che il ragazzo fosse coinvolto in qualcosa di losco, era arrivato a pensare che il ragazzo spiasse e pedinasse qualcuno, tuttavia quei dubbi erano cessati quando aveva trovato un altro pezzo di carta con scritto Brutale e Oscena Bestia.

L’uomo non sapeva a cosa o chi si stesse riferendo Andrew, per questo non ne aveva fatto parola con la polizia e aveva tenuto quei foglietti di poco conto per sé, custodendoli come ultimo ricordo scritto del nipote.

Ricordava che negli ultimi tempi, prima della sua ingiusta uccisione, il ragazzo non aveva mai mostrato turbamento o segni di malessere, quindi com’era possibile che fosse stato orribilmente ridotto in quel modo?

L’anziano non aveva visto il suo corpo, glielo avevano impedito, tuttavia sentì chiaramente gli agenti parlare di profonde mutilazioni al viso che causarono la dislocazione della mascella, parlavano di parti del volto e del corpo, comprese le interiora del ragazzo, che erano svanite nel nulla quando, invece, sarebbero dovute essere presenti sul corpo, o per lo meno nelle immediate vicinanze. Cosa se ne faceva un assassino di qualche organo umano? Si poteva pensare al mercato nero degli organi, ma la polizia aveva escluso quella traccia in quanto sosteneva che le ferite presenti sulla vittima erano state effettuate in modo barbaro, quindi l’omicida non puntava di certo a salvaguardare gli organi.

Lacrime amare, intrise di odio puro e di vendetta solcarono le guance infossare dell’anziano. I rimorsi lo stavano logorando dentro l’animo, avrebbe voluto fare di più per aiutare il suo tanto amato nipote, avrebbe voluto vederlo crescere ed avere una vita piena e felice, invece… Accanto a quelle chiazze rosso scuro c’era la sua mazza da baseball in titanio, era un bravo battitore il ragazzo e l’uomo aveva ipotizzato che avesse tentato di difendersi con l’unica arma improvvisata che avesse trovato in casa. Eppure lo aveva avidamente strappato alla vita.

L’anziano sobbalzò di colpo, venendo colto alla sprovvista da un rumore curioso.

Sapeva di essere solo in casa, nessun altro aveva le chiavi per accedere all’abitazione e il patio era ben recintato, tuttavia il rumore dei pezzetti di vetro che scricchiolavano sotto un qualcosa di pesante era reale. Non era pazzo.

Quel suono proveniva nel luogo che aveva abbandonato amaramente qualche minuto prima, per poi recarsi nel corridoio a commemorare il suo ricordo con il plasma che decorava lugubremente le pareti e il pavimento.

-Chi c’è?-

Urlò impaurito, la sua fronte era imperlata di sudore e la sua mente lottava per restare lucida: non doveva lasciarsi sopraffare dal panico.

Un ringhiò basso proveniente da non molto lontano gli fece tremare tutte le ossa. Una ad una. Rapidamente un’idea cupa gli fece ghiacciare il sangue: sarebbe toccata a lui, questa volta, la stessa sorte del nipote?

Quasi come se volesse prenderlo in giro, smise di fare ogni tipo di rumore, tuttavia l’istinto primordiale dell’anziano gli intimava di restare in guardia perché quella cosa si stava avvicinando.

Senza riflettere su ciò di cui si sarebbe potuto armare per difendersi, afferrò rapidamente la mazza da baseball. incerto su come utilizzarla al meglio per sferrare dei pesanti colpi.

Tese l’orecchio in religioso ascolto e con orrore poté sentire il respiro pesante ed affannoso della creatura, un gorgoglio continuo proveniva dal profondo della gola, ciò nonostante ancora non si manifestò all’uomo. Amareggiato pensò che si stesse sul serio prendendo gioco di lui: voleva farlo uscire di senno in modo tale da attaccarlo più facilmente. Sì, ecco cosa voleva fargli quella maledetta! No… No, lui non lo avrebbe permesso!

-Fatti vedere lurida figlia di puttana!-

Esclamò quasi a volersi infondere coraggio da solo. Tutte le autoconvinzioni che, appese ad un filo, cercava di tener ben salde svanirono nel buoi più totale quando vide… il mostro. Non trovò altre parole per definire un abominio del genere.

Quella creatura avanzava verso di lui leggermente piegata in avanti, assomigliava ad una brutta copia umanoide, ma dai lineamenti distorti, deformi, la pelle era di un grigio opaco e, senza dubbio, l’aiutava a mimetizzarsi meglio con l’ambiente esterno, inoltre la pelle era così sottile da lasciare vedere le forme delle ossa sottostanti. L’uomo non poté fare a meno di notare che era sprovvista di braccia, sembrava che gliele avessero amputate appena sopra il gomito, e non poté nemmeno sottrarsi allo sguardo agghiacciante a cui il mostro lo sottopose: i due piccoli occhi neri, privi di pupilla ed iride, lo fissavano con freddezza e curiosità, forse anche divertiti dall’inquietudine che la sua preda manifestava.

La cosa ringhiò di nuovo e, questa volta, aprì di poco la bocca lasciando intravedere all’uomo i suoi ripugnanti denti di colore giallastro, posti in modo disordinato in quella bocca ampia. Troppo ampia.

L’impatto non tardò ad arrivare…

Rapida piombò con un solo balzo sull’uomo che, preso alla sprovvista, lanciò la mazza da baseball in aria trovandosi completamente disarmato. Imprecò contro il Signore per aver permesso a quello scherzo della natura di sopravvivere e lacrime di paura fecero capolino nei suoi occhi. La Creatura non perse tempo, quasi in modo meccanico concentrò tutto il suo peso sulla gamba destra dell’anziano, rompendola con un sonoro “crack”. Il dolore fu tanto improvviso quanto insopportabile e la dose fu raddoppiata quando il mostro gli ruppe anche quella sinistra. Ci teneva a non far scappare via il suo cibo.

Nell’uomo un briciolo di lucidità gli fece capire chi fosse quella Creatura, perché fosse lì e finalmente ottenne le risposte che cercava: la Bestia che suo nipote aveva descritto come brutale ed oscena ora era davanti ai suoi occhi sconvolti.

Lei era la vera causa della morte di Andrew, non un assassino umano! Si spiegavano anche le orme, il fatto che non ci fosse nessuna traccia di DNA umano sparsa per la casa e nemmeno un’arma a cui risalire.

L’uomo si chiese con che cosa l’avrebbe ucciso in quanto i denti non gli sembravano aguzzi. I suoi dubbi vennero presto dissipati.

Con una precisione maniacale la Bestia affondò le unghie affilate, taglianti e sporche nel ventre dell’uomo. Si assicurò che iniziasse ad uscire il sangue, la cui puzza metallica gli giunse dritta nelle piccole narici trasformandola in una macchina omicida. Sempre con le unghie aprì uno squarciò più profondo, soddisfatta premette col piede verso di esso facendo uscire gli intestini e lo stomaco dell’uomo.

L’anziano non riusciva più a ragionare lucidamente, pervaso dal dolore insopportabile sia mentalmente che psicologicamente si trovò a vomitare più volte, fino a quando al vomito si sostituì il sangue. Grossi grumi di sangue che, di lì a poco, avrebbero impedito all’aria di raggiungere i polmoni.

Tuttavia non fu questa la sorte che concesse all’anziano. Desiderosa di porre fine ad un’altra vita, si avventò sul collo dell’uomo dilaniandolo con l’enorme bocca: le bastò un morso per asportare via la parte frontale del collo e le vertebre che lo collegano alla colonna vertebrale. I pochi brandelli di pelli e i legamenti superstiti al morso non bastarono per sorreggere la testa che, con un tonfo sordo, cadde per terra. Gli occhi dell’uomo erano ancora sconcertati per quello che aveva visto, nemmeno trovandosi la reincarnazione della Morta davanti a sé era riuscito a comprendere che sarebbe stata la fine della sua lunga esistenza.

La Creatura fissò ruzzolare la testa per terra, godendo nel pensare che successivamente si sarebbe cibata del cervello, nonché la parte di cui era più ghiotta. Prima, però, si dedicò ad assaporare il lungo intestino sanguinante sparso sul pavimento: il sapore della paura era giunto fino alle interiora ed era ciò che più la aggradava. Avidamente trangugiò tutto ciò che riuscì a trovare nella carcassa: il fegato, i polmoni, il cuore con più gusto in quanto era una delle parti che conteneva più sangue, poi passò a scavare verso il basso riuscendo a raggiungere le budella.

I suoi occhi tornarono a fissare la testa e con una voracità inaudita vi si avventò estraendo dapprima gli occhi con le unghie putride, li lasciò scivolare via sul pavimento, in modo tale da estrarre le cervella attraverso le orbite. Con calma si chinò verso di esse e lasciò che scorressero lungo la sua gola, ghiotta di quella poltiglia molle e carica di sangue. Era da sempre il bottino a cui mirava.

Questa volta era riuscita a spolpare meglio il corpo, la vittima non aveva urlato molto come quella precedente e la Bestia sapeva che aveva molto più tempo per allontanarsi da quel luogo.

Tornò con calma verso il patio, guastandosi ancora il sapore della carne e del sangue che le era rimasto in bocca, si aprì un varco verso la recinzione e tornò a vagare alla ricerca di ulteriore cibo.

Non sarà mai sazia abbastanza.

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